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Book reviews (22)


Scienza e politica

Scienza e politica

Più cresce la complessità, e confusione, del mondo globalizzato in cui viviamo, più diventa necessario riuscire a staccare per qualche giorno la spina. Invece di restare incollati ai video e ai cellulari, rimpinzandoci di notizie in tempo reale di cui ci sfugge la prospettiva e il contesto, avremmo l’obbligo fisiologico di nutrirci degli strumenti e dei concetti con cui cercare di prendere le misure alla nostra polis. Affidandoci, preferibilmente, ai classici, a percorsi di comprensione solidi e collaudati. Ancor meglio se rinnovati e aggiornati, come è il caso della nuova edizione di un manuale che ha formato generazioni di studiosi. Lineamenti di scienza politica. Concetti, problemi, teorie (Carocci, pp.462, euro 31) ripropone il libro di maggiore successo di Domenico Fisichella, un maestro della politologia italiana. E invita anche i non addetti ai lavori ad affrontare con cognizione di causa molte tra le sfide più ardue della politica contemporanea.

Ma davvero si può capire la politica col metodo, e la verifica, scientifici? La domanda è antica, e resta estremamente attuale. E, per fortuna, non è più tempo di contrapposizioni frontali.


Le scienze della natura hanno perso molte delle originali certezze: «sono divenute tendenzialmente argomentative, probabilistiche, indeterministiche, non dimostrative e non definitive, quindi si sono avvicinate al modello delle scienze sociali più di quanto queste abbiano bisogno di avvicinarsi al modello delle scienze naturali, percorrendo un cammino inverso a quello preventivato». Dal canto loro, le scienze sociali hanno fatto progressi straordinari nell’accumulazione di dati sistematici e nell’elaborazione di schemi interpretativi applicabili a una casistica sempre più vasta e approfondita. E’ forse prematuro dire che ci sia stato un incontro a mezza strada, ma certo oggi è scomparso quel “complesso di inferiorità” che, agli inzi, gli scienziati sociali nutrivano nei confrtoni dei colleghi delle cosiddette “scienze dure”. Col vantaggio che le scienze sociali, mentre guadagnano in precisione e falsificabilità, possono continuare a coltivare quella tensione verso interrogativi più ampi e fondamentali, le domande chiave sul destino della nostra comunità.

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Davvero si può?

Davvero si può?

A un anno e mezzo dalla sua elezione clamorosa, arrivano i primi bilanci sulla performance di Obama. Il più importante ci sarà a novembre, con le elezioni per camera e senato che sono il giro di boa della legislatura presidenziale. Nel frattempo, fioccano i dibattiti, inevitabilmente segnati dalle preferenze politiche. Malgrado lo sforzo di rivolgere un messaggio di apertura bipartisan e di riconciliazione nazionale, Obama ha diviso il paese come non avveniva da tempo. Non poteva essere altrimenti. Il suo programma di riforme va al cuore di molti nodi estremamente sensibili del sistema sociale americano. E non meno innovativo è il modello di conquista e gestione del consenso, la macchina di combattimento con cui ha scalato la Casa Bianca. Per capire queste trasformazioni non bastano le cronache dei giornali, o la inevitale altalena nei sondaggi di popolarità.  Uno strumento di approfondimento, tempestivo e utilissimo, è la bella raccolta di saggi curata da Erik Jones e Salvatore Vassallo (L’America di Obama. Le elezioni del 2008 e le implicazioni per l’Europa, Il Mulino, pp. 302, euro 22), con contributi dei maggiori esperti statunitensi e italiani.
Il libro affronta i due nodi chiave del successo travolgente di Obama: la sua campagna elettorale e le idee guida con cui ha sparigliato la scena politica.


A cominciare con la rivoluzione forse più radicale, la creazione di un nuovo sistema di autofinanziamento, che ha consentito all’organizzazione di Obama di raccogliere una somma ingentissima che è stata poi riversata nell’acquisto di spazi televisivi a tappeto. Non è stata una scelta facile. Rinunciando al finanziamento pubblico, Obama si è attirato le critiche di quanti pensano che i soldi statali siano fondamentali per limitare l’influenza sulle elezioni di un ristretto numero di grandi aziende private e sostenitori benestanti. Ma, grazie a una efficientissima campagna di comunicazione via internet, Obama è riuscito a coinvolgere un numero estesissimo di piccoli donatori, spesso convincendoli a inviare danaro a più riprese. Col risultato di poter impiegare in spot televisivi, negli ultimi due mesi di campagna elettorale, tre volte le risorse raccolte da McCain.  Ma ancora più importante è stato centrare l’obiettivo di fidelizzazione della schiera di finanziatori militanti, contattati quotidianamente per essere informati sulle diverse iniziative e sui temi più scottanti e controversi.

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Vocabolario civile

Vocabolario civile

Una volta, a orientarsi in politica, provvedevano i partiti. Grazie al loro apparato ideologico – e radicamento sociale – gli elettori apprendevano i termini essenziali per discutere pubblicamente sulle questioni più rilevanti. In quel vocabolario c’era, forse, un po’ troppa eterodirezione, spesso usavamo concetti mutuati da altri mondi e culture, lontani dalla realtà quotidiana. Ma almeno avevamo l’illusione di capire ciò di cui parlavamo, di riconoscerci nella posta in gioco. Oggi, la crisi dei partiti ha reso tutto più incerto. Ma anche, fortunatamente, più aperto. Nel confronto – e nello scontro – politico hanno fatto il loro ingresso nuovi attori, e il linguaggio che parlano è molto diverso da quello imbalsamato della prima repubblica. Per comprendere dove stiamo andando – e dove vogliamo andare – un requisito indispensabile è dotarsi di un dizionario aggiornato, un vademecum della transizione italiana. Tanto meglio se invece di essere una asettica compilazione, nasce dalla penna di un maestro della scienza politica.
Con Le parole della politica (Il Mulino, 254 pp., 18 euro), Gianfranco Pasquino offre al lettore una impagabile bussola per addentrarsi nei termini chiave del dibattito contemporaneo.


Lo fa con lo stile avvincente e iconoclasta che gli ha guadagnato la fama di imbattibile polemista, rivendicando che «rispetto alla democrazia non si può essere né imparziali né distaccati» a maggior ragione se la democrazia italiana rimane «come suggeriscono tutti i dati comparati disponibili, di qualità molto bassa, sicuramente insoddisfacente». Al tempo stesso, però, ogni voce è trattata con il rigore analitico che ha reso Gianfranco Pasquino uno dei più autorevoli politologi sulla scena mondiale. Da Antipolitica a Trasformismo, passando per snodi apocalittici come Fine della storia e casarecci come Ribaltone e Porcellum, Pasquino guida il lettore nel labirinto di un lessico politico che può apparire per addetti ai lavori. Ma che deve essere, invece, il bagaglio culturale indispensabile di chiunque voglia assumersi le proprie responsabilità di cittadino.

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Il partito vincente

Il partito vincente

C’è un partito che, ancora una volta, vincerà le prossime elezioni. E’ un partito poco visibile, capace di camuffarsi – a seconda delle scadenze – da centrodestra o centrosinistra. Ma, alla fine, è sempre lui a decidere lo schieramento che prevarrà: è il partito delle astensioni. Da quando la Prima Repubblica è andata a picco con Tangentopoli, i due poli che ne sono nati comunicano pochissimo tra loro. Gli elettorati si guardano in cagnesco, e raramente – e limitatamente – si spostano da una parte all’altra. L’altalena delle vittorie, cui abbiamo assistito in questi anni, dipende da altri fattori. Il primo sono le alleanze. L’Ulivo è riuscito a vincere quando la Lega ha mollato Berlusconi, o quando, sotto la sigla dell’Unione, Prodi è riuscito a mettere insieme una coalizione arcobaleno (che poi, al governo, si è sfarinata). L’altro, decisivo fattore è il numero delle astensioni. Vale a dire, gli elettori delusi dal proprio capo e dal proprio partito che, tuttavia, non se la sentono di passare allo schieramento avversario. E se ne restano a casa.
In Politica senza reti. L’Italia al voto nel 2006 e nel 2008 (Ediesse, pp. 297, euro 15), Domenico Fruncillo mette a nudo il voto degli italiani in due elezioni che hanno fatto ballare, e svoltare, il sistema politico. Prima virando a sinistra verso Prodi, poi, con un brusco cambiamento di rotta, rimettendo in sella il Cavaliere che, un anno addietro, appariva spacciato.


Cosa è successo per determinare un terremoto di questa portata? L’analisi rigorosa di Fruncillo mostra che, in entrambi i casi, le astensioni hanno giocato un ruolo importantissimo. Nelle elezioni del 2006, Berlusconi è riuscito a rimontare uno svantaggio che sembrava incolmabile e a perdere di strettissima misura grazie a una campagna aggressiva che ha riportato all’ovile quasi tutti gli elettori che, solo un mese prima, sembravano averlo abbandonato. Certo, è stata determinante, come al solito, la grinta del Cavaliere e la sua abilità nel puntare al muro contro muro, radicalizzando lo scontro e lanciando messaggi semplici quanto apocalittici. Una strategia tanto più convincente perché – come mostrano i dati di Fruncillo – l’elettorato berlusconiano è sempre più prevalentemente composto da casalinghe e ceti popolari, poco informati e molto sensibili agli appelli televisivi del capo. Per converso, la disfatta di Veltroni, avvenuta solo due anni dopo, è stata dovuta all’eclisse della sinistra radicale. Che solo in minima parte ha risposto al richiamo del Pd e del cosiddetto voto utile, ma ha preferito in larga misura restarsene delusa alla finestra.

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Da che parte stiamo

Da che parte stiamo

Ma esistono davvero ancora, la destra e la sinistra? In questa politica sempre più globalizzata, priva degli antichi ancoraggi  e steccati ideologici e, soprattutto, orfana delle sue fratture originarie – lo stato contro la chiesa, gli operai contro i padroni – ha ancora senso e tenuta il comodo spartiacque con il quale ci siam divisi – e riconosciuti – per due secoli? Con lo sguardo lungo e tagliente del politologo di razza, Carlo Galli cerca la risposta fuori dagli schemi convenzionali e più battuti con cui i politici sono abituati a farsi lotta – e strada. In un agile e denso pamphlet (Perché ancora destra e sinistra, Laterza, 88 pagine, 9 euro), lo scontro tra le due metà del cielo viene ricondotto alle origini, e alla parabola, della modernità. Una storia relativamente breve, che oggi sembrerebbe, per tanti versi, in esaurimento. Con l’avvento della democrazia dei consumi e dei ceti medi, la politica è apparsa destinata a una nuova era: «di convergenze al centro, di superamenti della destra e della sinistra, e anche della socialdemocrazia e dell’ecologismo, in nuove ‘terze vie’, sono infatti piene le cronache culturali e politiche degli ultimi venti anni».


Eppure, argomenta Galli, la spaccatura rimane. Più profonda, più radicale degli stessi fattori sociali, economici, religiosi che pure, in modo così violento, l’hanno a lungo nutrita.Le sue fondamenta risiedono nelle strutture logiche, categoriali, argomentative che continuano a identificare, con pervicace chiarezza, la nostra appartenenza politica. Le sinistre, infatti, «pure nella loro storica varietà, si sono proclamate eredi del razionalismo e dell’illuminismo». C’è, nel DNA delle sinistra, un ideale di libero sviluppo, la convinzione che ogni uomo abbia diritto alla più piena autodeterminazione, svincolata da schemi obbligati, sulla base della «eguale dignità delle diverse volontà e dei diversi soggetti».

Al contrario, la destra «mette sullo sfondo i semi naturali di razionalità universale soggettiva, ed è definita primariamente dalla percezione dell’instabilità del reale, della sua anomia, della sua mai piena ordinabilità». E’ da questa sfiducia che nasce l’attaccamento ai valori dell’ordine, della tradizione. La necessità di trovare argini all’incertezza del futuro, alla sua perdurante e imprevedibile apertura: verso il progresso, o verso il caos.

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L’arte della lettura

L’arte della lettura

Sgranate gli occhi, anzi puntateli e zoomateli. Dopo dieci anni di annunci fasulli, sembra finalmente arrivata la rivoluzione della lettura elettronica. Un po’, anzi molto, già ci eravamo abituati. Per chi fa l’intellettuale di mestiere, gran parte del lavoro – ahinoi – già avveniva davanti al computer: smistando corrispondenza, scrivendo e riscrivendo e mandando rapidamente in giro i propri testi in formato elettronico, in genere dopo aver cercato in rete le fonti e i dati per elaborarli. Ma ora il testo digitale rischia di invadere ogni contesto: dai libri di scuola dei ragazzi (addio finalmente ai mega-zaini e alle loro scoliosi) a quelli che ci portiamo in treno o in bus. E’ stata Amazon a far da battistrada, col suo Kindle superleggero e le centinaia di migliaia di volumi scaricabili dal suo magazzino on-line. Ma ieri c’è stato il big-bang, con l’annuncio del tablet di Apple, forte di accordi commerciali con un numero già molto congruo – e in crescita – dei big dell’editoria americana. Con in più la potenza multimediale e multifunzionale tipica delle invenzioni di Steve Jobs. Significa che siamo al deprofundis per il libro che abbiamo conosciuto, amato, centellinato in questi ultimi cinque secoli?


In realtà, i maggiori esperti prevedono che l’industria del libro avrà molto da guadagnare dalla sua – parziale – trasposizione elettronica. Entreremo in un sistema misto, in cui dovrebbero aumentare i lettori, una volta che si troveranno finalmente in un ambiente a loro più congeniale. Per i giovani nati su facebook, sarà molto più semplice acquistare e appassionarsi a un testo se possono utilizzarlo sullo stesso supporto su cui chattano o vedono i film. O almeno, così dobbiamo sperare. Continuando, nel frattempo, a alimentare la conoscenza e l’approfondimento della grande tradizione libraria che ha forgiato la nostra civiltà. Come fa il volume magistrale che Giuseppe Vitiello ha dedicato a Il libro contemporaneo. Editoria, biblioteconomia e comunicazione scientifica (Editrice Bibliografica, pp. 560, euro 65), una vera enciclopedia della storia, circolazione, utilizzo del libro, dalle origini ai giorni nostri. Il testo copre tutti gli aspetti chiave di questo straordinario manufatto: dalla sua lunga durata, a partire dagli oltre quaranta secoli di biblioteche che accolgono, custodiscono e diffondono i testi sottratti alla pratica antichissima della semplice tradizione orale.

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Breve corso di cittadinanza

Breve corso di cittadinanza

Stavolta, per fortuna, non si tratta di un piccolo manuale, magari tirato giù in fretta con materiali di seconda mano. La pubblicistica sulla democrazia è, ormai, così ridondante che è difficile lasciare un segno di originalità e curiosità. Tanto più quando si mettono insieme nomi di rilievo che sono, inevitabilmente, avari del proprio tempo (di scrittura). E invece il volume curato da Michelangelo Bovero e Valentina Pazé è una piccola perla da leggere e studiare con cura. La democrazia in nove lezioni. Per la buona politica (Laterza, pp.204, euro 12) è il frutto di un lavoro collegiale faticoso, impegnativo e guidato da una passione culturale e civile rarissime in questi tempi segnati dalla tirannia della politica mediatizzata. Piuttosto che cucinare ricette superficiali e a presa rapida, gli autori si sono impegnati in una esperienza di formazione in profondità. Mettendo in piedi una «Scuola per la buona politica», con la partecipazione di autorevolissimi studiosi con diversi retroterra disciplinari e orientamenti ideali, inclusi alcuni dei nomi più prestigiosi della scienza politica italiana – come Gianfranco Pasquino e Giovanni Sartori.


L’impresa è tanto più meritoria perché ha visto la cooperazione di quattro istituti torinesi di cultura, intitolati rispettivamente a Gobetti, Gramsci, Rosselli e Salvemini, prendendo a prestito un’esperienza inaugurata dalla Fondazione Basso, e già giunta al terzo anno di attività. I promotori non si nascondono l’ambizione di dare il buon esempio perché fioriscano altre iniziative analoghe, con l’obiettivo chiave di «fornire spazi, occasioni, strumenti, alimenti per la formazione e soprattutto l’auto-formazione del “cittadino educato”, come lo chiamava Norberto Bobbio». Il tutto all’insegna dell’indipendenza dalla politica partitizzata. Le scuole di politica che, infatti, stanno rifiorendo in questi anni in Italia finiscono, per lo più, per gravitare sotto l’ombrello – ideologico e protettivo – di questa o quella corrente organizzata. In questa occasione, invece, la linea ispiratrice è quella dell’autonomia e del pluralismo.
Nonché, è il caso di sottolinearlo, del rigore e della chiarezza espositiva. Il pregio principale del libro resta, infatti, la qualità dei suoi autori. Insieme a una scelta felice dei temi cui ancorare la riflessione.

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Disoccupati storici

Disoccupati storici

A scrutare gli ultimi dati, il salvataggio dell’economia globale sembrerebbe avviato a buon fine. La crisi che sembrava sull’orlo di trasformarsi in un crollo sta rientrando molto più rapidamente del previsto. Ci sono ancora molti esperti che avvertono, guardinghi, che i rimedi adottati sono ancora una misura tampone. E che, nel giro di pochi mesi, potremmo essere di nuovo in allarme. Ma allo sconcerto del settembre nero di appena un anno fa, la paura di essere nuovamente in balia di dinamiche finanziarie fuori controllo, è subentrato un sentimento di fiducia: stavolta ce la stiamo facendo. E gran parte del successo è dovuto alle lezioni che abbiamo imparato  dalla terribile catastrofe che, nel corso degli anni trenta, aveva messo in ginocchio tutte le economie più avanzate. Non è un caso che a guidare la Fed, la cabina di regia degli interventi, è stato chiamato un uomo che deve il suo prestigio professionale all’analisi di quell’esperienza, e dei rimedi sbagliati adottati dai governi trasformando una situazione difficile in un disastro irrecuperabile.
Se, però, la crisi economica sembrerebbe sotto controllo, che ne è delle sue conseguenze sociali?


Cosa sta succedendo nel corpo vivo del mondo del lavoro, quale prezzo stiamo pagando? Il bel libro di Giustina Orientale Caputo (La lezione degli anni trenta. Disoccupazione di massa e ricerca sociale, Bruno Mondadori, pp. 221, euro 22) offre, con straordinario tempismo, un’analisi rigorosa dello sconvolgimento che investì migliaia di comunità grandi e piccole sulle due sponde dell’Atlantico, mutando rapidamente stili di vita, modelli di consumo e portando privazione e miseria in larghissimi strati della popolazione.  La ricostruzione si basa su un ricchissimo patrimonio di ricerche che segnano l’esordio degli studi sistematici della disoccupazione, con una metodologia innovativa che, per la prima volta, coniuga dati e informazioni statistiche con «l’ampio spazio alle testimonianze, ai racconti diretti delle persone». Lavori pionieristici come quello di Lazarsfeld e dei suoi collaboratori sulla cittadina austriaca di Marienthal daranno uno spaccato sociologico delle complesse dinamiche – culturali, relazionali, psicologiche – innescate dall’improvvisa scomparsa del lavoro come «modello e regolatore dell’esistenza quotidiana».

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Pensatoi di governo

Pensatoi di governo

Con i leader sempre più occupati nelle apparizioni Tv e i partiti in deficit crescente di identità e ideologie, chi e come mette a punto i programmi con cui far funzionare e marciare le nostre democrazie? Più aumenta la complessità delle sfide da affrontare su scala planetaria, più diventa un?esigenza vitale che i governanti abbiano pronte ricette intelligenti e efficaci. E’ questo il compito dei think tank, i serbatoi di pensiero che in America svolgono da oltre un secolo un ruolo cruciale di supporto operativo e strategico ai capi eletti dal popolo. Un tipo di organizzazione e di formula che sta prendendo piede anche da noi, mano a mano che la nostra politica si adegua al modello USA: più leader e meno partiti. Ce ne offre una rassegna accurata il bel libro di Mattia Diletti, I think tank. Le fabbriche delle idee in America e in Europa (Il Mulino, pp.120, euro 8.80), ricostruendo dati e personaggi di una storia che ha modificato alla radice il rapporto tra intellettuali e potere. Infatti, «a scomparire è l’intellettuale pubblico che abbiamo conosciuto nel Novecento, del quale prende il posto lo specialista e l’intellettuale ipermediatico».


Questa trasformazione avviene in primo luogo attraverso la creazione di luoghi istituzionali deputati al ruolo di «consigliere del principe». Da figura solitaria e sacrale, il maître à penser si trasforma in cervello collettivo, ben organizzato e arruolato in un centro di studi e ricerche che ha come tratto distintivo un filo rosso di collegamento con l’intervento politico. Molto spesso si tratta di luoghi appartati dai riflettori mediatici, intenti a svolgere il proprio lavoro al riparo dalle polemiche e coltivando esclusivamente il legame col committente governativo di turno. Ma, più recentemente, alcuni pensatoi hanno rotto con la tradizione della riservatezza e hanno imboccato con decisione la strada dell’autopromozione della propria immagine e delle proprie idee. E’ il caso della Heritage Foundation, oggi il più ricco think tank di Washington con un budget annuo di 40 milioni di dollari, diventato «un attore molto ricercato nel circuito dell?informazione politica televisiva». In Italia il consolidamento di questi laboratori di governo procede ancora a rilento. Non mancano eccezioni prestigiose e longeve, come il Censis che da cinquant’anni produce rapporti di ricerca di notevole impatto politico.

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Presidenti in bilico

Presidenti in bilico

Di riforme istituzionali, in Italia, si parla da oltre vent’anni, senza concludere molto. Col paradosso che, in quei casi limitati in cui le riforme ci sono state, manca la riflessione e il dibattito. Continuiamo a lamentarci del fatto che il governo centrale non ha ancora i poteri che hanno altre democrazie occidentali. Ma che è successo, in questi ultimi anni, nelle nostre regioni dove, invece, è andata avanti una vera e propria «svolta presidenziale»? Ce lo racconta Fortunato Musella, in un’analisi esemplare – per ricchezza di dati e chiarezza di linguaggio – in cui descrive come sono cambiati i rapporti tra Giunta e Consiglio e, soprattutto, come si è rafforzata la figura del Governatore, anche grazie all’investitura diretta da parte dei cittadini. Governi monocratici. La svolta presidenziale nelle regioni italiane (Il Mulino, pp. 272, Euro 25) ha il merito di inquadrare il fenomeno nella discussione più generale sull’emergere di esecutivi più autorevoli, una tendenza che investe oggi molti paesi ma che incontra, dalle nostre parti, ancora vive ostilità ideologiche.


Il processo di presidenzializzazione ha due facce: una riguarda le leve istituzionali, l’altra la raccolta del consenso. Le due facce dovrebbero marciare di pari passo ma, nella realtà, le cose si complicano. Le principali novità della riforma consistono, infatti, nel dotare il Governatore di ampi poteri nei confronti della propria giunta e, almeno sulla carta, anche nei confronti del proprio consiglio regionale. Ma mentre la supremazia del Presidente sugli assessori si rivela un elemento di forte discontinuità con le giunte rissose e frammentate del passato, prevalere in consiglio e sul consiglio si rivela un’impresa molto più incerta. Un ruolo chiave è rappresentato dal circuito elettorale. Se il governatore può godere di un’investitura macro-personale, vale a dire un rapporto diretto uno-a-molti con la cittadinanza, i consiglieri fanno affidamento sulle reti micro-personali: una miriade di contatti individuali, basati su interessi specifici e localistici che obbediscono a logiche diverse da quelle della giunta del presidente.  Questa tensione tra esecutivo e consiglio, che spesso si trasforma in scontro, può essere misurata in vari modi, dai processi di produzione legislativa allo scarto tra i voti raccolti dal Presidente e quelli della sua coalizione.

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Questione di opinione

Questione di opinione

E’ successo in pochissimi anni. Ma, nel corso di una transizione confusa in cui non riuscivamo a capire chi eravamo e cosa volevamo, l’Italia si è trasformata in una «repubblica fondata sui sondaggi». Più cresceva il disorientamento, più ci mancavano le radici, più i valori si affievolivano, più siamo stati costretti a guardarci in uno specchio sottile e fragile, evanescente ed ingannevole: l’identikit dei sondaggi d’opinione. Pronti a soddisfare a buon mercato la nostra morbosa curiosità di colmare, con due percentuali ed un grafico, il vuoto di conoscenza e di coscienza che segna la nostra epoca.
L’abuso fatto dei sondaggi, soprattutto dalla televisione, in questi ultimi anni in Italia non va, però, subìto passivamente. I sondaggi possono essere uno strumento utilissimo di indagine, a patto di saperli valutare. Distinguendo quelli fatti bene, con tutti i crismi del rigore scientifico, da quelli raffazzonati in fretta, spesso con l’intento malcelato di manipolare l’audience.


L’utilissimo e agile saggio di Paolo Natale (Attenti al sondaggio! Laterza, pp. 130, euro 12) guida il lettore a capire come deve essere confezionato un sondaggio, quali sono i suoi pregi e quali i suoi limiti principali. Con l’intento di sanare il paradosso per cui «l’incremento della richesta delle rilevazioni demoscopiche non si accompagna né a una migliore capacità di intenderle, né ad alcuno sforzo teso a divulgarne i risultati in maniera più cosciente e approfondita». Gran parte della confusione e disinformazione nasce dal fatto che i sondaggi, in Italia, hanno avuto «una storia breve e disordinata, con una crescita esponenziale senza che il paese avesse il tempo di acquisirne i necessari anticorpi». Il punto di svolta e rapidissima accelerazione è coinciso con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, e il suo uso capillare di uno strumento fino ad allora poco e male impiegato dalla classe politica. Con Berlusconi, i sondaggi non solo, però, acquistano più peso, ma cambiano decisamente pelle: «cominciano a essere realizzati non solo per finalità conoscitive, ma anche per il loro utilizzo come strumento di comunicazione politica».

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Il voto e le radici

Il voto e le radici

Frastornati tra le elezioni che si inseguono e i sondaggi che continuamente le aggiornano, facciamo sempre più fatica a orientarci nella caotica transizione italiana. Restano alcune stelle polari: l’egemonia di Berlusconi, le divisioni del centrosinistra, il cuneo della Lega. Ma di questa fotografia impressionistica non è facile decifrare i dettagli, calarla su un paese frastagliato, coglierne la dinamica profonda, soppesarne la prospettiva storica.  Ilvo Diamanti, da anni la voce più autorevole negli studi elettorali in Italia, ritorna su un suo libro di successo aggiornandolo e calibrandolo sulle tendenze più recenti. Mappe dell’Italia politica. Bianco, rosso, verde, azzurro …e tricolore (Il Mulino, pp. 256, euro 16,50) è un vademecum preziosissimo per capire dove stiamo andando: senza farsi suggestionare dalle mode, ma adoperando lo sguardo lungo del sociologo che sa pesare rigorosamente gli ingredienti del mutamento politico. Facendo perno su quella che è la chiave metodologica più originale di Diamanti: una mappatura puntigliosa del reticolo territoriale italiano, provincia per provincia attraverso cinquant’anni della nostra storia.
Il risultato è una lettura affascinante, di straordinaria immediatezza visiva, che rivela al lettore la trama dei travasi, delle defezioni, talora di vere e proprie gemmazioni di un’area del paese da un partito scomparso a uno emergente.


Come nel caso della mappa fotocopia che mostra il nocciolo duro della Lega corrispondere perfettamente alle province che erano state, sessant’anni prima, la roccaforte della Democrazia cristiana: «le province periferiche del Nord, costellate di piccoli paesi e di piccole aziende artigiane» che da bianche si tramutano in verdi, lasciando praticamente immutati i confini territoriali.
L’attenzione meticolosa al territorio, alle radici dei comportamenti di voto, al legame tra partiti e elettori basato su una presenza fisica, capillare, capace di sedimentare e coltivare identità è l’approccio cui si contrappone la politica come comunicazione e personalizzazione. Ed è qui la novità più importante, e inquietante, del saggio di Diamanti. La politica territoriale e la politica personale si presentavano, fino a ieri, come due opzioni politiche: da un lato, centrosinistra e Lega, eredi – anche se in modo diverso – di una stessa tradizione culturale di insediamento organizzativo; dall’altro lato Berlusconi, col suo partito virtuale e personale, tutto incentrato sulla comunicazione del leader. Oggi, i ruoli si sono confusi, e rischiano addirittura di invertirsi.

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Ciò che resta dell’URSS

Ciò che resta dell’URSS

Nei vent’anni trascorsi dal crollo dell’Unione sovietica si sono alternate previsioni, speranze, delusioni su quello che sarebbe diventata la Russia, chiusa la parentesi rivoluzionaria. Il dibattito è stato, inevitabilmente, infarcito di ideologia: tra coloro che guardavano indietro, con nostalgia, alle bandiere comuniste fragorosamente sepolte dalla storia; e quanti scommettevano su una facile e rapida integrazione dell’immensa nazione euroasiatica nei confini – e valori – occidentali. Dato il clamore delle contrapposizioni, e la scarsità di analisi accurate e disincantate, il cammino della Russia è rimasto difficile da decifrare. Una lacuna che aiuta a colmare il preziosissimo saggio di Maurizio Massari (Russia. Democrazia europea o potenza globale, Guerini e Associati, pp.217, euro 25), frutto dell’esperienza dell’autore sia come studioso informatissimo che come attento osservatore diretto nel suo ruolo di diplomatico.
Il nodo intorno a cui ruota il saggio è il rapporto controverso e conflittuale tra la Russia e il suo ancoraggio europeo.


Come nota Sergio Romano nella prefazione al volume, «non è che la Russia contemporanea rifiuti i modelli europei. Li conosce, li ammira, li invidia, ma prende dall’Europa ciò che le serve e scarta ciò che le sembra pericolosamente inutilizzabile». Il rifiuto principale riguarda quelle forme di integrazione culturale e istituzionale che minerebbero il cuore della attuale strategia politica russa: la conservazione e promozione del proprio status di «grande potenza». Nei primi anni di tumultuosa fuoriuscita dal sistema sovietico, è stato proprio questo il prezzo che l’Europa ha cercato di imporre a una Russia economicamente e socialmente in ginocchio. Un rischio cui la Russia di Putin si è ribellata con determinazione, facendo leva sull’orgoglio nazionale e sulla rivendicazione di un percorso autonomo e non assimilabile agli equilibri occidentali.
Questa strategia non è facile da perseguire. Sul piano demografico ed economico, la Russia gravita sempre più nell’orbita europea, se è vero che «due terzi dell’immenso territorio russo sono in Asia, ma oltre cento dei meno di centocinquanta milioni di russi vivono nella Russia europea».

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Navigare con cautela

Navigare con cautela

Scomparso improvvisamente e immaturamente da pochissimo, Fabio Metitieri lascia ai cybernaviganti un bellissimo testamento spirituale, un libro tanto preciso nella ricognizione delle straordinarie risorse di internet quanto lucido nel denunciarne i sempre più frequenti abusi ed approssimazioni. In un testo controcorrente (Il grande inganno del Web 2.0, Laterza, pp. 170, euro 12), Metitieri mette a frutto la sua straordinaria esperienza di pioniere di internet in Italia per una spietata disamina delle falle che si stanno aprendo nella rete per colpa della ideologia dilagante dello spontaneismo autoreferenziale – e autopremiante – dei blog. La possibilità che ogni utente diventi l’editore di se stesso, pubblicando le proprie idee e mettendole liberamente a disposizione di chiunque per discussione e commenti, era apparsa, all’inizio, come una rivoluzione democratica. Per usare il gergo della rete, il blog era la «killer application» che avrebbe rifatto il web a propria immagine e somiglianza. Ma la realtà – anche se virtuale – ha preso tutt’altra piega.


La esplosiva fioritura dei blog – se ne calcolano più di due milioni in giro – ha certo favorito il fenomeno della libertà di espressione con una formula superaccessibile e con tempi a dir poco fulminanti. Al tempo stesso, però, proprio la libertà incondizionata di accesso alla pubblicazione di notizie e opinioni di ogni sorta è diventato il tallone d’Achille della blogosfera. La produzione libera di contenuti era stata sbandierata «come conoscenza democratica, creata dal basso e in modo interattivo e bidirezionale, come risposta e opposizione al sapere e all’informazione tradizionali, prodotti invece dai professionisti, dall’alto e in modo unidirezionale». Ma, in poco tempo, la rete paritaria dei blog si è andata trasformando in una piramide estremamente elitaria. Alla base sono rimasti i peones, quelli che Metitieri chiama «il parco buoi» della rete, una miriade di appassionati che pubblicano il proprio blog per avere un po’ di attenzione in una cerchia molto ristretta di amici e fequentanti, finendo col parlarsi addosso mentre continuano a coltivare l’illusione di una notorietà irraggiungibile.

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Il comando dolce

Il comando dolce

Joseph Nye è un veterano della scienza politica. Le sue ricerche pionieristiche sulla partecipazione hanno formato generazioni di studiosi, unendo sempre il rigore della ricerca empirica all’attenzione per una prosa semplice, facilmente comprensibile e assimilabile. Dopo una lunga parentesi di delicati incarichi istituzionali nel governo americano, riassume in un volume denso e brillante le riflessioni che da oltre vent’anni ha elaborato su un tema caldo della nostra epoca. Leadership e potere. Hard, Soft, Smart Power (Laterza, 225 pagine, 15 euro) è espressamente rivolto al cittadino comune, per fornirgli una bussola con cui comprendere e valutare gli uomini che guidano oggi il mondo: nelle imprese, nelle istituzioni culturali e, soprattutto, nella sfera politica dove è cresciuto il peso di «condottieri democratici» che dispongono del nostro destino.
La formula che Nye ci propone per decifrare la galassia della leadership si compone di tre elementi. Quello più antico, e conosciuto, è il potere duro di cui sono fatte le organizzazioni, legato ai rapporti di scambio e quasi sempre incardinato in una macchina operativa. L’idea tradizionale di leadership tende a concentrarsi su questo tipo di risorse, ben visibili e quantificabili.


Negli ultimi decenni, tuttavia, ha acquistato sempre più peso il soft power, fatto di «intelligenza emotiva, capacità di visione progettuale e capacità di comunicazione», doti che nel linguaggio comune si identificano spesso con il termine un po’ abusato di carisma. Ma che, nella società contemporanea, fanno soprattutto leva sulla capacità di utilizzare al meglio gli strumenti informativi e discorsivi offerti dalla televisione e dalla rete. Nella scia di grandi comunicatori come Gandhi e Martin Luther King, il soft power è diventata la chiave dei successi più inaspettati e trionfali, come quello di Barack Obama nella sua ascesa alla Casa Bianca.
Nye, però, è attento a sottolineare come una leadership duratura si nutra oggi, innanzitutto, di un attento dosaggio tra il potere duro e quello morbido, partendo dalla comprensione del contesto in cui ci si trova a operare: è questo lo smart power, la saggezza e la tempestività nell’adattare alle circostanze le proprie capacità di indirizzo. Proprio questa flessibilità manca spesso a molti leader, poco attenti agli aggiustamenti necessari dopo le decisioni più importanti, e così facilmente esposti a essere vittime della loro eccessiva sicurezza.

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Le elite e i capi

Le elite e i capi

In tempi in cui l’antipolitica continua a macinare proseliti attraverso le apparizioni mediatiche di Beppe Grillo o Antonio Di Pietro, un antidoto controcorrente è rileggere in chiave realistica i caratteri originali del potere. Tanto meglio se attraverso uno stile ironico e, al tempo stesso, coltissimo come nella migliore tradizione del pensiero classico italiano. Col geniale artificio retorico di una carrellata sui grandi scrittori dell’antichità – condita con ficcanti incursioni su giganti contemporanei oggi in disuso – Luciano Canfora mette sul piatto la domanda che nessun politologo ortodosso è più abilitato a formulare: se – e quanto – serve davvero la funzione (o finzione!) democratica rispetto al controllo delle elite (sociali, finanziarie, invisibili) condiviso – secondo convenienza – soltanto col Capo di turno. La natura del potere (Laterza, pp. 99 euro 14) presenta un breviario dei temi meno discussi e più importanti della nostra convivenza politica, attraverso la penna di alcuni degli interpreti più emblematici.


Sono di Gramsci le citazioni sul ruolo insostituibile del Capo alla guida di ogni Stato, parole certo poco compatibili col clima anti-berlusconiano (ed anti-presidenziale) che ha segnato la strategia – e la disfatta – del centrosinistra italiano, erede di una tradizione contraria a «che il comando si individui, si personalizzi». E certo è difficile trovare precedenti più nobili – e infausti – dell’intelligenza con cui Demostene cercò di opporsi alla forza schiacciante dei Macedoni, dovendo alla fine coronare la sua illusione con il suicidio. E con l’epigrafe sferzante dedicatagli dai suoi compatrioti sconfitti: «Demostene! Se tu avessi avuto forza pari alla preparazione intellettuale, mai l’Ares macedone sarebbe riuscito a sottomettere i Greci». In un volo pindarico da Atene alla Roma di Cicerone, nella parte conclusiva del saggio, Canfora ci guida dal potere (limitato) dell’intelligenza a quello (apparentemente) illimitato della parola. Passando per il precedente illustre di Filipo di Macedonia, che si procurava il consenso anche «comprando bravi retori greci che andavano in giro per le città a preparare il terreno all’azione politica», si arriva alla «sostituzione della parola pubblica con un potentissimo elettrodomestico.

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Lezioni di presidenzialismo

Lezioni di presidenzialismo

Si sa che non è facile per un paese importare i modelli istituzionali altrui. L’Italia ha già pagato un caro prezzo all’illusione di poter copiare il celebrato bipartitismo inglese semplicemente prendendone a prestito la legge elettorale. Col risultato che i partiti sono rimasti più numerosi e frammentati di prima, e ci dobbiamo accontentare di un fragile bipolarismo che fa perno solo sulla straordinaria personalità di Berlusconi. Andrebbe, dunque, attentamente studiato questo bel saggio sul presidenzialismo francese di Umberto Coldagelli, che unisce al suo acume di studioso la lunga frequentazione professionale con gli alti vertici della Camera. E evitare, se possibile, di cadere anche in questa trappola.
La Quinta Repubblica. Da De Gaulle a Sarkozy (Donzelli, pp.184, euro 27) è appassionante come un romanzo e rigorosa come sono solo le pagine degli «addetti al mestiere», prontissimi a individuare gli snodi critici, anche – e soprattutto – quelli nascosti. E in realtà, la storia del presidenzialismo francese è soprattutto una storia di esiti imprevisti, spesso paradossali, situazioni costantemente al limite del dettato costituzionale, e molte contraddizioni insanabili.


Coldagelli passa in rassegna i pasaggi più eclatanti, analizzando le strategie con cui i diversi presidenti hanno cercato di venire a capo del nodo più delicato e spinoso: un eccesso di potere che rischiava di rivolgersi costantemente contro di loro. Il caso più noto è quello delle coabitazioni,  vale a dire la compresenza al governo con un primo ministro dell’opposizione. La causa principale di questa discrasia era la durata settennale dell’incarico presidenziale, che si trovava ad essere sfalsato rispetto a quello del primo ministro eletto da un parlamento quinquennale. Questa coabitazione forzata ha costretto gli inquilini dell’Eliseo a uno stop-and-go nell’(ab)uso dei propri poteri: cercando di difendere le proprie prerogative e, al tempo stesso, di scaricare sul coinquilino gli insuccessi dell’azione di governo.
La crisi di questo delicato equilibrio è scoppiata con il flop clamoroso di Chirac, quando sciolse di proprio pugno il Parlamento per farsi una maggioranza più duttile, e finì per vedere eletto un primo ministro socialista. Ed è proprio a Jospin che si deve la sincronizzazione dei due mandati, riducendo a cinque anni quello del presidente ma lasciandogli il privilegio di precedere l’elezione del parlamento, condizionandone così il risultato. 

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Diritti fondamentali

Diritti fondamentali

In queste settimane di baruffe sulla nostra carta costituzionale, strattonata come si trattasse di un palinsesto televisivo da cambiare a proprio piacimento,  è ancora più importante riflettere sul lungo e contrastato percorso che ci ha portati dove siamo. Abituati a dare per scontate tutte le garanzie che ci assistono nella nostra fortunata condizione di cittadini di una modernità affluente, dimentichiamo facilmente che siamo dove siamo soltanto grazie a una storia millenaria di lenta e faticosa costruzione del nostro stato di diritto. Con linguaggio sempre incisivo e mai pedante, Maurizio Fioravanti (Costituzionalismo. Percorsi della storia e tendenze attuali, Laterza, pp. 174, 16 euro) guida il lettore nei passaggi chiave della vicenda costituzionale. Scandita dalla tensione tra due spinte contrapposte quanto indivisibili: la difesa dell’autonomia e la costruzione di uno spazio comune in cui quella difesa potesse essere coltivata.


Da un lato, infatti, l’intento originario dell’idea costituzionale è quello di «affermare, o mantenere, una propria identità distinta», incarnando «nel lungo percorso dell’età moderna e contemporanea il lato della pluralità, del limite, della garanzia». Al tempo stesso, però, «c’è anche, necessariamente, un movimento in senso ‘positivo’, con il quale si pretende di concorrere alla formazione di una volontà politica sempre più solida e strutturata, cui si chiede non a caso una doppia prestazione: garanzia di un limite sicuro all’espandersi della sua attività, a tutela delle soggettività distinte che compongono l’intero, ma anche maggiore forza nel perseguimento dell’interesse comune».
La tensione tra questi due poli anima i cinquecento anni che coronano nell’esplosione rivoluzionaria, in Francia e America, alla fine del diciottesimo secolo. Tra i meriti principali del libro c’è la rivendicazione – e illustrazione – delle origini medievali dell’idea e pratica costituzionale, col ruolo chiave svolto dai contrasti tra i ceti di ogni ordine e grado e i principi che cercavano di imporre la propria volontà assoluta.

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Le verità nascoste

Le verità nascoste

Sono sempre più rari i libri capaci di prendere di petto i grandi temi del nostro tempo e capovolgerne il senso comune. Ancor più rari se, invece di ricorrere alla formula agile e facile del pamphlet, lo fanno col corredo rigoroso di un solido impianto scientifico. E riuscendo tuttavia a preservare uno stile divulgativo alla portata del lettore comune. Per queste, e molte altre ragioni, l’ultima opera di Pino Arlacchi (L’inganno e la paura. Il mito del caos globale, Il Saggiatore, pp. 378, euro 17) è un libro assolutamente da non perdere.
Arlacchi è tra i più autorevoli e innovativi sociologi italiani, autore, trent’anni fa, di un testo sulla mafia come attore imprenditoriale che mutò radicalmente l’approccio, sia culturale che militare, al fenomeno. Oggi propone un’ambiziosissima lettura della crisi internazionale come frutto, prevalentemente, del ritorno a una logica di guerra, foraggiata dal complesso militare-industriale americano e amplificata da un sistema mediatico che, piuttosto che scandagliare e denunciare fatti e numeri, preferisce accodarsi alle dinamiche di allarme sociale che hanno funestato l’ultimo decennio.


La tesi non è nuova, ed è echeggiata, in modo per lo più sommario, in vari circoli radicali e, per lo più, antiamericani. Nell’analisi di Arlacchi, invece, non c’è alcun bias ideologico ma solo la lucida e accurata ricostruzione dei principali protagonisti su uno scacchiere estremamente complesso. Aggiungendo, alla mole di statistiche puntuali e rivelatrici, una prospettiva storica estremamente illuminante. Come nei capitoli che esaminano il ritorno della Cina, e dell’Asia più in generale, al centro della scena mondiale, dopo una breve parentesi di minorità e soggezione all’Occidente. In realtà, l’impero celeste paga, negli ultimi centocinquant’anni, il prezzo di una stagione lunghissima di pace – interna e internazionale – durata la bellezza di sei secoli. Secoli in cui il vantaggio tecnologico dell’invenzione della polvere da sparo viene ceduto a cuor leggero agli europei, coi risultati che gli invasori occidentali avrebbero presto incassato.
Il ritorno dei paesi asiatici, e il nuovo ruolo che per essi si prospetta, è uno dei fili conduttori del libro.

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La rappresentanza impossibile

La rappresentanza impossibile

Chiedo venia ai miei cinque lettori se, per una volta, propongo loro un libro difficile. Difficile, innanzitutto, nella scrittura, come sono spesso i libri di filosofia: soprattutto, però, quelli italiani anche per un certo vezzo anti-anglosassone per cui non si pongono il problema di spiegare, ma si limitano ad approfondire e interpretare. Difficile nei temi che affronta, perché, dietro un titolo invogliante (Contingenza e necessità nella ragione politica moderna, Laterza, 247 pagine 20 euro) Carlo Galli affronta nodi e autori tra i più controversi della storia del pensiero politico moderno. Alcuni arcinoti, come Machiavelli e Hobbes. Altri di nicchia, come il giurista Alberico Gentili giustamente riproposto in contrappunto all’autore del Leviatano. Altri oggi apparentemente obsoleti, come Marcuse, Adorno e Horkheimer ma che hanno, nel secondo dopoguerra, incendiato le menti che avrebbero dato vita alla quasi-rivoluzione del ’68.


Per concludere con Eric Voegelin, un rappresentante eminente di quel pensiero conservatore che forse più di ogni rassicurante modellistica progressista riesce a cogliere impietosamente il cul de sac in cui la politica moderna, democratica e non, si è infilata.
E forse la difficoltà principale di questo libro di Carlo Galli, certo tra i più autorevoli e suggestivi storici del pensiero in Italia, sta proprio nelle cose che dice o, meglio, fa dire agli autori che spulcia nelle loro tesi più spigolose. Come quando, nel bellissimo saggio sulla rappresentanza in Voegelin, mette crudamente in risalto la distanza – storica e culturale – tra Occidente e Oriente, perché «solo in Occidente la società si rappresenta articolata in senso individualistico». O quando mette in risalto il ruolo determinante del cristianesimo nel costruire le moderne istituzioni rappresentative, allorchè «mette a disposizione della politica – una volta che questa cessi di combatterlo e lo accolga come unica religione – un potente connubio di trono e altare, un riconsocimento della provvidenzialità divina dell’impero». Una dialettica tanto più preziosa visto che, invece, «in Oriente trionfò la compatta rappresentanza cesaropapistica della Verità».

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Il vizietto

Il vizietto

In un agile saggio ricco di aneddoti agrodolci, Paolo Mancini prende di petto uno dei temi più diffusi – e più scomodi – della nostra cultura politica. Con un titolo dichiaratamente provocatorio, Elogio della lottizzazione (Laterza, 136 pagine, 10 euro) racconta le trasformazioni del potere in RAI, facendone, al tempo stesso, una metafora dell’organizzazione del potere in Italia. E interrogandosi sulle ragioni che fanno della lottizzazione un metodo scientificamente ed unanimemente applicato da tutte le forze politiche. Mentre, infatti, la distribuzione delle risorse pubbliche in funzione del peso elettorale è una pratica diffusa in tutti i regimi democratici, il modello italiano presenta una pervasività e sistematicità sconosciute agli altri paesi. Chiamando in causa diversi fattori, non sempre facili da esorcizzare.
Il più noto è lo strapotere dei partiti, e la loro naturale tendenza ad accaparrarsi poltrone molto remunerative ed enormemente influenti come quelle da cui si controllano le trasmissioni televisive.


Meno facile, però, è spiegare perché si passa dall’iniziale monocultura democristiana alla «lottizzazione leggera», o consociativa, degli anni settanta e ottanta. E ancor più sorprendente appare che la spartizione col bilancino prosegua anche dopo il crollo della partitocrazia e l’avvento dell’era berlusconiana. Se i partiti restano i principali beneficiari del sistema, le ragioni della lottizzazione affondano, secondo Mancini, in caratteri originali del paese, più radicati e meno facilmente modificabili. Innanzitutto, le profonde fratture – sociali e territoriali – che spingono a ricercare strategie di «accomodamento reciproco». E’ il fenomeno descritto da Lijphart per altri paesi europei, e che in Italia trova un terreno particolarmente favorevole anche per il peso di una tradizione cattolica incline alla mediazione e al compromesso.
Ma la spinta probabilmente decisiva nasce «dall’assenza di un sufficiente livello di autorità legale-razionale, forse l’interpretazione più calzante dei motivi della lottizzazione perché è, tra tutte, la più generale ed investe il carattere nazionale, l’antropologia più diffusa del cittadino italiano».

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Le emozioni al potere

Le emozioni al potere

Per mezzo secolo un cruccio costante di politologi e giornalisti americani è stato cercare di capire perché i democratici riuscissero a perdere quasi tutte le elezioni presidenziali, malgrado la maggioranza che conquistavano ripetutamente alla Camera e al Senato. E a dispetto del fatto che i sondaggi d’opinione mostrassero che le vedute del cittadino medio, sui temi più importanti, erano molto più vicine ai programmi dei democratici. La risposta, con dovizia di approfondimenti scientifici ma anche una ricca e gustosissima aneddotica, la fornisce il libro di uno psicologo, Drew Westen (La mente politica. Il ruolo delle emozioni nel destino di una nazione, il Saggiatore, pp. 441, euro 20), con una tesi tanto intuitiva quanto difficile da digerire: il nostro cervello, in politica, è guidato dalle passioni molto più che dal calcolo razionale.
Il corollario di questa scoperta, suffragata da una mole impressionante di dati, è che i repubblicani vincono perché i loro leader impostano le proprie campagne facendo appello agli istinti e alla emotività.


Al contrario, i candidati democratici perdono perché continuano a restare fedeli all’ideale di una «mente spassionata, prediletta da filosofi e studiosi di scienze cognitive, da economisti e da esperti di politica dal XVIII secolo in poi», ma che «non ha alcun rapporto con il funzionamento reale della mente e del cervello». Gli esempi di questi errori di strategia si sprecano, a cominciare dal contrasto tra gli spot inaugurali di Clinton e Kerry. Il governatore dell’Arkansas riuscì a vincere a sorpresa proprio ribaltando l’approccio che i suoi colleghi di partito avevano seguito – e seguiranno dopo di lui: privilegiando un identikit da «gente comune», ricco di umanità e spontaneità, al contrario dello sfidante di Bush che, pur parftendo favorito, si sarebbe mostrato impigliato – e impacciato – nel clichè snob dell’intellettuale del New England. O, ancora più clamoroso, il duello televisivo tra Al Gore e la prima campagna di George Bush jr., dove il candidato democratico sfoggiò una tale padronanza delle cifre sulla sanità pubblica che il suo avversario lo marchiò con una battuta fulminante: «Vedete questo è un uomo che ha un sacco di numeri. Comincio a pensare che non solo abbia inventato internet, ma anche la calcolatrice».

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