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Gli editoriali da "Il Mattino" (136)


Due Italie e un leader

Due Italie e un leader

Non si tratta solo di una bella – e meritata – soddisfazione personale. Il riconoscimento internazionale che Monti ha incassato in America serve, certo, a metterlo al riparo – almeno per un po’ – dalle imboscate dei partiti. Ma offre una sponda importante anche a quella parte del paese che si identifica con sempre maggiore convinzione nel premier. Rimasta fino a ieri senza reale rappresentanza – sia che si richiudesse nella protesta o nell’assenteismo, sia che malvolentieri ripiegasse su qualcuno dei partiti su piazza – c’è un’Italia che, da qualche settimana, ha ricominciato a credere in se stessa. E oggi scopre che la comunità internazionale è disposta a darle fiducia.
C’è un paradosso, però, da sciogliere in questa ripartenza del paese. Com’è possibile che gli italiani, che fino a ieri erano accomunati – a tutti gli effetti democratici – in uno come Silvio Berlusconi, possano radunarsi oggi sotto le bandiere del ex-rettore della Bocconi? Ci sono risposte buoniste, come quella di Alessandro Campi sul Mattino, che vede negli interventi di Monti «lo specchio nel quale sempre più si riflettono le occasioni perdute dal berlusconismo».


Vale a dire, la faccia operosa della stessa medaglia programmatica per cui il centrodestra aveva votato, salvo ritrovarsi tradito dagli errori del proprio leader. E in questa stessa direzione ottimistica spinge Beppe Severgnini sul Corriere, sottolineando come gli italiani sono un popolo double-face: capaci di assecondare soprattutto i propri istinti peggiori, ma anche in grado di riscattarsi, nel momento dell’estremo bisogno, facendo leva sulle proprie straordinarie risorse caratteriali e culturali.
Queste risposte contengono entrambe un sano nocciolo di verità, e sono tanto più importanti perché offrono, a Monti, una riserva cui attingere con relativa facilità. C’è, tuttavia, un pezzo di italiani che hanno poco o niente a che vedere col carattere camaleontico evocato da Campi e Severgnini. Si tratta, sia numericamente che ideologicamente, di una parte minoritaria del paese. E tuttavia, è una parte importante, che oggi costituisce il nucleo dei «duri e puri» al seguito di super Mario. Sono italiani particolarmente influenti nei circuiti dell’opinione pubblica. Predominanti sui media nazionali, molto attivi nei blog della rete, e diffusissimi in giro per il mondo tra le giovani generazioni.

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La rivoluzione silenziosa

La rivoluzione silenziosa

Tutto si svolge in punta di piedi, e di fioretto. Ad ogni nuovo provvedimento – e relativi sconquassi – del governo, il premier si premura di abbassare i toni e smussare gli spigoli. Ma va avanti per la sua strada, dritto – e spedito – come un treno. Si può essere più o meno d’accordo con ciascuna delle sue scelte. Ma questo esecutivo apartitico ha fatto, in dieci settimane, molto più di quanto i partiti in parlamento erano riusciti a produrre negli ultimi dieci anni. E più la terapia d’urto intrapresa sortisce effetti positivi, più diventa complesso immaginare, di qui a un anno, l’exit strategy.
Stando alle dichiarazioni ufficiali, il governo resterà in carica fino alle prossime elezioni, nella primavera del 2013. E poi? Immaginate che di qui a dodici mesi, dopo un decennio di stagnazione, l’economia italiana riprenda a macinare profitti. E che, contestualmente, il mercato del lavoro – anche grazie ad alcune riforme dolorose – riacquisti dinamicità. Aprendo, per i giovani e le donne, lo spiraglio fino ad oggi negato.


E contribuendo a creare un clima nuovo, più ottimista, nella società – magari anche approfittando dell’armistizio forzato tra centrodestra e centrosinistra, che invece di scannarsi a vicenda come hanno fatto per gli ultimi vent’anni sono costretti a votare insieme. A questo punto, cosa succede? Il copione vorrebbe che Monti, novello Cincinnato, se ne torni alla sua Bocconi. E gli italiani, turandosi il naso, dovrebbero ricominciare a votare per gli stessi partiti che erano stati messi in quarantena per avere sfasciato il paese. Per di più senza nemmeno il contentino di una nuova legge elettorale, visto che – dopo la bocciatura dei referendum abrogativi – c’è da giurare che non si troverà mai l’accordo per liberarci del Porcellum.
No. Sono passati un paio di mesi, e a tutti è diventato chiaro che lo scenario di una fuoriuscita pacifica, buonista e consensuale è solo il velo necessario a coprire la condizione di emergenza in cui siamo. Più trascorrono le settimane, più si consolida un clima d’opinione – a dispetto delle stangate inferte in tutte le direzioni – favorevole al governo dei tecnici, più diventerà improponibile tornare al punto di partenza, rimettere il paese nelle mani della stessa classe politica che l’aveva ridotto in ginocchio. I partiti lo sanno bene.

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Il voto degli evasori

Il voto degli evasori

Il blitz di sabato sera nei ristoranti della Milano bene conferma che il governo Monti vuole dare un messaggio a forte impatto sul terreno dell’evasione fiscale. Ed è probabile che il prossimo round lo vedremo a Bari e/o a Napoli, per ribadire che la guerra ai furbi – e ladri – non conosce latitudine, e riguarda anche le zone meno agiate della penisola. Certo, la scelta di sferrare i primi attacchi a Cortina e nella capitale lombarda contiene anche un avvertimento all’elettorato della Lega, da sempre considerato connivente con chi non paga – o paga meno – le tasse. Visto che Bossi è all’opposizione, e spara alzo zero su Monti, il premier può ricambiarlo mettendo alle strette – e alla gogna – il cosiddetto popolo delle partite iva, dove la Lega miete i suoi maggiori consensi.
Nelle regioni settentrionali, però, oltre agli elettori leghisti c’è anche una fetta consistente delle schiere berlusconiane. E le reazioni dei maggiorenti del Pdl alle incursioni ripetute dei finanzieri riflettono il crescente nervosismo di chi sa che il Cavaliere, per vent’anni, ha avuto voti anche e soprattutto grazie al proprio atteggiamento lassista in materia di pagamenti all’erario.


Quanto a lungo Monti potrà tirare la corda su questo fronte, prima che il Pdl gli prepari un’imboscata parlamentare?
Tanto più che non è detto che il Pd abbia solo da guadagnare dal clima rigorista e legalitario che la lotta all’evasione alimenta. Almeno a parole – e a slogan – questo è, infatti, il terreno di cultura ideale dei dipietristi e dei grillini, che restano la più insidiosa spina nel fianco di Bersani. Il Pd ancora non riesce a decidere sulla strategia del dopo-Monti. Da un lato è attratto dalla possibilità che, nel solco del governo tecnico, si apra il varco di una coalizione neo-centrista, di ispirazione moderata e pragmatica, che continui l’opera impervia di ricostruzione del paese. D’altro canto, però, è preoccupato che, di questa nuova alleanza, non potrebbe rivendicare la leadership. Mentre si esporrebbe agli attacchi massimalisti della sinistra radicale, che potrebbe soffiare con più forza – e senza più gli argini di oggi – sul fuoco della protesta. Col risultato che l’equità fiscale potrebbe trasformarsi nel vessillo di un nuovo movimento di massa.

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Il Sud in piazza

Il Sud in piazza

La cosa, per il momento, più chiara del «movimento dei forconi» è il simbolo. Un richiamo di forte impatto evocativo al retroterra rurale cui molti dei manifestanti si richiamano, condito – in modo però solo implicito – dal messaggio che i forconi, oltre che uno strumento di lavoro, sono anche un’arma di lotta. Con questa bandiera, ancestrale e acuminata, il movimento cerca di conquistarsi una riconoscibilità nel panorama già affollatissimo dell’Italia protestataria. Provando, al tempo stesso, a liberarsi del sospetto infamante che, fin dagli esordi, pesa sui partecipanti ai blocchi che hanno messo in ginocchio la Sicilia: che dietro la disperazione ci sia, tanto per (non) cambiare, la longa manus della mafia.
Certo, ciò che colpisce di più, è la trama così poco visibile – e per niente identificabile – del retroterra organizzativo che lega centinaia di mini-proteste che hanno fermato la circolazione dei tir e prosciugato i distributori di benzina, lasciando a terra una fetta crescente della popolazione dell’isola.


L’unico dato certo è l’assenza dalla scena, almeno per il momento, dei partiti tradizionali, che sembrano anzi nel mirino – insieme al governo centrale – degli slogan contro la classe politica che accomunano i manifestanti. Per capire se c’è una leadership riconosciuta del movimento occorrerà vedere il risultato dell’appello alla moderazione lanciato ieri da alcuni capi, con l’obiettivo di non compromettere il delicato equilibrio tra protesta e consenso che è stato, fino ad ora, il fattore principale di forza. E, forse, ancora più importante sarà verificare se i forconi ce la faranno a varcare lo stretto. Un primo segnale di adesione è arrivato dalle campagne dell’Abbruzzo, ma la vera prova di forza dovrebbe essere lo sbarco a Napoli di cui si sta cominciando a parlare. Se si ri-unissero le due Sicilie, si potrebbe accarezzare l’idea di organizzare, con qualche chance di successo, anche una marcia su Roma.
Per il momento il dato più inquietante resta lo scollamento tra il disagio sociale, sempre più diffuso e privo di prospettive, e la sua rappresentanza politica. Finora, il tracollo dei partiti è stato visto soprattutto al vertice.

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La guerra finanziaria

La guerra finanziaria

L’espressione «terza guerra mondiale» – usata ieri sul Corsera dal banchiere Guido Roberto Vitale – può suonare un po’ forte. E fa paura. Ma  serve a dare la misura dello scontro che si è aperto tra le due sponde dell’Atlantico con l’escalation della crisi dell’euro. E che, con il downgrade a tappeto dell’americana Standard & Poor’s, è entrato in una fase esplosiva. Per consolarsi, si può pensare che, mezzo secolo fa, al posto dei ministri finanziari sarebbero già scesi in campo gli eserciti. Ed è importante, nei momenti più drammatici, evitare di ingigantire gli intenti e la compattezza del nemico. Dietro la manovra – a freddo e con motivazioni incoerenti – sferrata dalle agenzie di rating contro la stabilità europea non c’è tutta l’America. A cominciare dal governo Obama, che era stato a suo tempo vittima delle aggressioni di Standard & Poor’s, ci sono settori importanti dell’establishment statunitense convinti che solo aiutandosi e rafforzandosi a vicenda Europa e America potranno reggere la concorrenza sempre più aggressiva che viene da India e Cina.


C’è però una parte del gotha economico conservatore che punta con decisione – e grandi mezzi – a restaurare il dominio assoluto del dollaro sui mercati globali. E per raggiungere questo obiettivo, l’Europa va colpita duramente. Proprio adesso che sta – tardivamente – cercando di imbastire una reazione.
L’attacco è tanto più pericoloso perché avviene in un momento di tensione, e potenziale frattura, tra gli elettorati nazionali e le loro classi dirigenti. Nel giro di pochi mesi abbiamo avuto un radicale capovolgimento del sentimento europeista che sembrava avere messo salde radici tra le popolazioni. L’indicatore più puntuale viene dalle rilevazioni periodiche, come ad esempio l’eurobarometro, che mostrano una brusca virata anche in paesi, come l’Italia, che erano stati per molti anni entusiasti fautori dell’Unione. Ma non meno insidioso è il segnale che viene dalla pubblicistica autorevole che, dopo avere inneggiato al miracolo della costruzione unitaria, oggi non esita a «mettere in dubbio che gli europei siano mai esistiti». Sull’ultimo numero di Foreign Policy, un saggio impietoso di Gareth Harding mette a nudo l’inconsistenza di una storia e identità comune tra i troppi paesi oggi uniti sotto la bandiera dell’euro.

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CresciSud

CresciSud

E’ giusto, anzi doveroso, che si chieda al governo Monti che, nel progetto di ripartenza dell’Italia, il Sud abbia un ruolo di primo piano. Non solo perché qualunque messaggio di equità non può escludere le popolazioni che stanno pagando il prezzo più alto della crisi. Ma anche perché nessun progetto di sviluppo di un paese imballato da dieci anni può prescindere da un’area così vasta del territorio nazionale. Davvero c’è qualcuno che crede che l’Italia possa rimettersi in cammino se il Sud resta una palla al piede invece di trasformarsi in una nuova frontiera di investimenti e innovazione?
E sarebbe un segnale di disponibilità e lungimiranza se il nuovo Premier accettasse l’invito rivoltogli da questo giornale a incontrare, in tempi stretti e a Napoli, i principali rappresentanti delle istituzioni locali. Per coinvolgerli in un’operazione di rilancio che, per avere chance di successo, deve necessariamente partire dalle esperienze e dalle richieste di chi su questi territori è impegnato quotidianamente.


Vanno in questa direzione le adesioni che governatori e sindaci hanno subito manifestato all’ipotesi di un mini-summit in chiave neo-meridionalista.
Il rischio, però, è che quest’ipotesi – al di là delle migliori intenzioni – si trasformi in una vetrina, un incontro in cui il governo si limiti ad ascoltare e prendere nota di una ridda di esigenze e emergenze. Una sorta di sfogatoio istituzionale, in cui inevitabilmente finirebbero con l’avere il sopravvento le domande di minori tagli e di finanziamenti aggiuntivi: le domande che le casse vuote dello Stato oggi fanno più fatica a soddisfare. E, invece, difficilmente emergerebbero le nuove linee guida che occorrono per far svoltare davvero il Sud. Linee guida che solo in parte riguardano la disponibilità finanziaria, ma investono – devono investire – prima ancora che l’entità della spesa, i suoi tempi e le sue modalità.
Se oggi si fa tanta fatica a parlare di Sud in Europa, è per due macigni che sbarrano ogni discorso di rilancio: la criminalità organizzata e l’inefficienza burocratica.

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Comunicare la crisi

Comunicare la crisi

Non sappiamo ancora se Monti – come tutti si augurano – riuscirà a salvare il paese dal baratro economico in cui si stava cacciando. Ma un primo risultato, e non di poco conto, già l’ha raggiunto. Ha cambiato radicalmente lo stile della comunicazione politica. E lo ha fatto, cosa ancora più notevole, in condizioni che erano – se possibile – ancora più difficili di quelle che sta provando a sbrogliare sul terreno della manovra finanziaria. La chiave del suo successo sta nell’essere riuscito a trasformare a proprio vantaggio quegli stessi fattori che sembravano essergli estremamente sfavorevoli.
Il primo ostacolo era il raffronto con la retorica, incalzante e accattivante, del Cavaliere che aveva appena sbalzato di sella. Dopo quasi un ventennio di promesse mirabolanti in cui la maggioranza dell’elettorato si era voluta identificare, come era possibile fare ingoiare la ricetta amarissima dell’austerità made in Germany? Il Premier è ricorso all’unica arma di cui dispone, la straordinaria competenza e affidabilità di cui gode per il suo retroterra professionale internazionale. E lo ha fatto senza mai essere pedante o, peggio ancora, saccente. Con un linguaggio semplice e chiaro, malgrado i temi in gioco siano complessi e scivolosi, e, soprattutto, sempre attento a richiamare i risvolti etici delle scelte in ballo. Riuscendo così a gestire un’argomentazione pacata e, al tempo stesso, appassionata. Che punta innanzitutto sul convincimento razionale dell’ascoltatore, ma cerca sempre anche di conquistarne l’adesione emotiva.
Tutto ciò – ed è il secondo ostacolo che Monti ha trasformato in atout – senza avere una propria constituency di riferimento, una propria base partigiana. Anzi, dovendo stare attentissimo a non pestare i piedi a nessuno. La principale e più immediata risorsa comunicativa di cui un leader dispone è rappresentata dai suoi nemici. Chiunque guidi un partito, o uno schieramento, lo fa innanzitutto scegliendosi – e colpendo ripetutamente – un avversario. Lo si può fare in modo più duro, come è stata fin dagli esordi caratteristica del Cavaliere. O in modo più felpato, come era, ad esempio, tipico di Romano Prodi. Ma l’individuazione dell’obiettivo contro cui combattere è da sempre il modo più semplice per serrare le proprie truppe. Monti si trova, invece, nella condizione di non poter indicare – e tanto meno attaccare – alcun responsabile per il disastro in cui ci troviamo. Tutti sanno che l’esecutivo di centrodestra capeggiato da Berlusconi è il primo imputato del commissariamento europeo che l’Italia si è trovata a dover subire. Ed è altrettanto palese che il ricorso a un governo tecnico è avvenuto per la incapacità delle opposizioni di offrire un’alternativa credibile in questa drammatica emergenza. Ma Monti si ritrova costretto a cesellare ogni frase ed ogni dato – anche i più inequivocabili – perché non suonino apertamente critici nei confronti delle forze politiche che restano le responsabili dello sfascio. Nel mentre, con bisturi e accetta, cerca di disfare il coacervo di inefficienze e ineguaglianze che assediano i conti pubblici, il premier puntigliosamente ringrazia i partiti che ne sono stati, per vent’anni, artefici e custodi.
Una comunicazione supertecnica e senza nemici con cui prendersela è un fatto inedito sulla scena occidentale. Basta guardare alle truppe degli aspiranti repubblicani alla Casa Bianca, con candidati incapaci di rispondere alle domande più elementari e che puntano le proprie carte solo sulla radicalizzazione oltranzista dello scontro. Ma anche le performance europee più recenti hanno mostrato la corda. Di fronte a crisi estremamente complesse, i leader dei paesi chiave si sono rifugiati nel bagaglio tradizionale dei propri pregiudizi domestici. Le ricette che Merkel, Cameron e Sarkozy hanno sfornato fino ad oggi rispondono esclusivamente all’esigenza di non scontentare i propri elettorati, cercando al tempo stesso di attingere al vecchio retaggio nazionalista per dare la colpa a qualcun altro.
E’ presto per dire se le innovazioni di Mario Monti nella comunicazione della leadership faranno proseliti. Ma per l’Italia messa in questi mesi così duramente alla prova – e nell’angolo – dalla comunità internazionale, è una piccola, importante soddisfazione poter dimostrare che è possibile comunicare ai propri cittadini anche le decisioni più difficili. Riuscendo a farsi capire, e senza alzare il dito, o la voce.

La svolta

La svolta

Abituato a essere classificato tra gli uomini più ricchi del pianeta, e avendo governato – quasi – incontrastato per quindici anni una delle potenze industriali occidentali, Berlusconi ha, comprensibilmente, un senso di sé spropositato. E un’altrettanto spropositata incapacità di percepire la realtà quando non coincide – e coopera – con i propri interessi. Per questo, in questo estremo show-down, non c’è da farsi alcuna illusione. L’uomo non farà un passo indietro, se non lo costringerà il parlamento. La risposta sui tempi della crisi si sposta, dunque, dalle manovre, più o meno disperate, del Cavaliere ai segnali che i suoi deputati riceveranno – e raccoglieranno – dai mercati. Perché su questo non c’è più alcun dubbio. I mercati hanno già deciso. Berlusconi se ne deve andare.
L’editoriale del Financial Times è stato il segnale convenuto, il messaggio cui si uniformeranno, da domani, plotoni di fund-manager. In una partita in cui, ormai, non c’è manovra, per quanto sanguinosa, che l’Italia possa varare. E non c’è sorveglianza sui conti da parte del FMI che possa invertire il trend a breve su cui rischia di saltare l’euro.


Gli operatori istituzionali finanziari che possono orientare il mercato si sono ormai posizionati su uno schema tanto semplice quanto brutale. Continueranno a vendere titoli – azionari e obbligazionari – italiani fin tanto che Berlusconi resta in sella. E cominceranno ad acquistare un secondo dopo che il Premier sarà stato costretto a lasciare. In questa strategia di investimento, contano poco le convinzioni specifiche su quali siano realmente gli errori commessi fin qui da Berlusconi. Ciò che conta è che l’Italia è diventata una splendida opportunità per praticare il metodo preferito di chi specula sui mercati globali: la compressione della molla. Vale a dire, mandare giù quanto più possibile, sapendo che quanto maggiore sarà la spinta ribassista, con tanta più forza avverrà, a un certo punto, il rimbalzo.
Perché funzioni il metodo «molla» occorrono tre condizioni, molto rare da realizzarsi, soprattutto con l’ampiezza e la visibilità offerte oggi dal caso Italia. Tre condizioni che oggi Berlusconi sta offrendo su un piatto d’argento, anzi d’oro. La prima è che vi sia una ragione condivisa unanimemente dalla comunità internazionale dei grandi investitori finanziari. E oggi nessuno mette in dubbio che la credibilità del Cavaliere è ai limiti della barzelletta.

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L’Italia presidenziale

L’Italia presidenziale

Come in tutti i paesi europei, anche in Italia stiamo registrando una «presidenzializzazione» del governo. Vale a dire, un rafforzamento dei vertici istituzionali monocratici, che rende le nostre democrazie parlamentari sempre più simili al sistema americano. Questo processo avviene, in Italia come in Gran Bretagna o in Germania, a costituzione invariata. Senza, cioè, necessariamente mutare l’assetto formale, ma incidendo sulla distribuzione effettiva del potere e dell’autorità. Fino a qualche anno addietro, la presidenzializzazione italiana si era ispirata al modello del premierato, facendo emergere un presidente del Consiglio non più «primus inter pares» – come avveniva nella Prima repubblica – ma leader riconosciuto del governo. A ciò aveva contribuito il rafforzamento organizzativo e normativo della Presidenza e – su un piano più strettamente politico – l’autonomia dei nostri premier nei confronti della propria maggioranza (un dato che accomunava Prodi a Berlusconi), unito all’uso molto più intenso e personalizzato dei circuiti mediatici, sia televisivi che a stampa. Negli ultimi tempi, stiamo assistendo a una svolta.


Grazie al ruolo di Ciampi e, ancor più, di Napolitano, il paese sembra avere imboccato una via francese al presidenzialismo. Il primato nel sistema politico sta diventando una prerogativa del Capo dello Stato.
Un maggiore protagonismo del Quirinale era già stato inaugurato col settennato ultrapopolare di Pertini, e consacrato con la stagione dirompente di Cossiga nel ruolo di picconatore. Anche Scalfaro si era rivelato molto influente, ma soprattutto nella stretta canonica delle attribuzioni presidenziali, in occasione cioè della crisi del governo: quando assecondò la formazione della maggioranza parlamentare del ribaltone, piuttosto che aprire la strada alle elezioni anticipate come chiedevano, sia a destra che a sinistra, i fautori del bipolarismo. Rivelandosi in ciò un restauratore dell’ordine politico-istituzionale di stampo parlamentaristico, in contrasto con le spinte al rafforzamento di un rapporto diretto tra la base dei cittadini elettori e i vertici istituzionali, che siedessero a Palazzo Chigi o sul Colle.
Con Ciampi, la presidenza della Repubblica torna, invece, a confrontarsi con il problema di un contenimento costante, quotidiano dell’ascesa del capo del governo al centro della vita politica.

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Il Sud a Bruxelles

Il Sud a Bruxelles

Sul predellino dell’aereo per raggiungere il vertice europeo, la preoccupazione di Berlusconi era la stessa che lo ha afflitto per tutta la vigilia. Gli sarebbe servita una idea nuova, e così forte e convincente da sbalordire tutti gli altri premier. Facendo loro cambiare opinione sul fatto che l’Italia è ferma al palo. Con molti debiti e, quel che è peggio, nessuna prospettiva – a breve o a medio – per riuscire a pagarli. Ma il colpo di teatro non c’è stato. E l’ultimatum di Sarkozy e Merkel non lascia spazio ad illusioni. Se a Bruxelles, ancora una volta, decideranno di darci una mano, non sarà perché si fidano di noi. Ma solo perché un eventuale fallimento finanziario del nostro paese scatenerebbe un effetto domino di portata incalcolabile. Insomma, anche nel migliore dei casi,  si tratterà di una soluzione tampone. Un’altra cambiale che verrà, inesorabilmente, a scadenza. E che l’Italia non sarà in grado di pagare se non riesce a far ripartire il treno dello sviluppo.
Eppure un’idea trainante Berlusconi avrebbe potuto facilmente metterla sul tavolo.


Una proposta che i suoi interlocutori avrebbero volentieri condiviso, perché riguarda l’interrogativo che ogni leader europeo oggi si pone, quando pensa all’impasse dell’Italia: come è possibile che il governo non riesca a fare decollare il Sud?  Come è spiegabile che un paese che vanta, nelle regioni settentrionali, l’area industriale più ricca d’Europa e che, al tempo stesso, presenta, a Mezzogiorno, veri e propri tassi di sottosviluppo, non attivi tutte le sue energie per colmare questo divario, trasformando i ritardi del Sud in una straordinaria occasione di investimento? Già, come è possibile?
Di fronte al quadro drammatico denunciato ieri, sulle colonne di questo giornale, da Romano Prodi, ci sono tanti modi di reagire, tante ricette da proporre. Ma la risposta più semplice e diretta è quella che tutti conoscono, ma non si può pronunciare in pubblico. E’ fatta di due paroline: Lega Nord. Oggi, il governo italiano è ostaggio di un partito che ha fatto della politica anti-meridionalista la propria principale bandiera, e criterio di identità. Sottraendo sistematicamente risorse – perfino quelle europee – destinate alle regioni del sud.

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Ci risiamo

Ci risiamo

Da oggi, si volta pagina. E’ durata poche settimane l’illusione che il movimento di indignazione globale contro lo strapotere finanziario riuscisse a riempire le piazze senza degenerare in violenza. Già a New York c’era stata un’anticipazione inquietante, con centinaia di manifestanti arrestati senza che si riuscisse a capire se il blocco del traffico fosse stata una loro iniziativa, o una trappola della polizia. Ieri a Roma, i Black Bloc hanno messo rapidamente e facilmente a soqquadro strade e palazzi ministeriali, approfittando anche del fatto che le forze dell’ordine erano apparse esigue e impreparate. E gettando nello scompiglio migliaia di giovani che stavano protestando pacificamente. Un quadro di confusione che alimenterà, nei prossimi giorni, la spirale della faziosità e delle recriminazioni.
Il risultato più probabile è che, con l’acuirsi delle tensioni, ritorneranno in primo piano proprio quei politici che il network di Occupy Wall Street considera incapaci di offrire una soluzione adeguata al problema. Dopotutto, il mantenimento dell’ordine pubblico resta una prerogativa dei governi, e di chi li presiede.


E quindi, almeno nell’immediato, l’attenzione tenderà a spostarsi dagli obiettivi sacrosanti della rivolta alle sue forme, più o meno legittime. Rilanciando con urgenza l’interrogativo che ogni movimento, prima o poi, è chiamato a sciogliere: come trasformare la mobilitazione di massa in un attore collettivo capace di ottenere risultati tangibili?
Non sarà semplice. La caratteristica principale di questa ondata protestataria è la radicalità e – al tempo stesso – generalità delle sue rivendicazioni. Dire che la colpa della crisi è delle elite finanziarie che hanno causato un giro vorticoso e omertoso di speculazioni truccate, significa – all’osso – rilanciare analisi marxiste che sembravano ormai reperti archeologici. Con l’aggravante che questa diagnosi è avallata da schiere di economisti che non hanno alcuna parentela – o simpatia – neomarxista. Basti pensare al recentissimo outing del neo-governatore europeo, Mario Draghi, che ha benedetto la causa degli indignados, salvo ovviamente dolersi dell’esito drammatico della giornata.  In pratica, non c’è nessuno che pensi di dare torto a questi giovani che cercano disperatamente di riprendersi un futuro che gli viene così perentoriamente negato. Ma, al tempo stesso, non è facile individuare un terreno d’incontro.

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Un leader per i giovani

Un leader per i giovani

Se mai arriverà la spallata, e Belusconi mollerà la poltrona, saranno i giovani a darla. Non certo i partiti – finti-alleati o d’opposizione – che non riescono a trovare la forza per rilanciare e interpretare lo sdegno che si è diffuso nel paese. E tanto meno le schiere a fisarmonica dei fuggiaschi del Pdl, oggi numerosi e domani – dopo gli interventi di Verdini – ridotti a più miti consigli. Le ragazze e i ragazzi, invece, che stanno sempre più numerosi manifestando per le piazze d’Italia hanno capito che, andando avanti così, si brucerà un’altra generazione. Altri vent’anni di non-sviluppo che loro, in primissima persona, pagheranno sulla propria pelle. Gli appelli di Napolitano e di Draghi sono l’ultimo campanello d’allarme prima che la protesta si trasformi in uno tsunami incontrollabile.
Si era già visto con la raccolta di firme per il referendum, che qualcuno sta ancora illudendosi di mettere in naftalina con qualche alchimia normativa.


Senza capire che dietro quel milione e passa di nomi ci sono persone in carne e ossa pronte a tornare alla carica, e con moltissima rabbia in corpo, se il diritto a cambiare la legge verrà calpestato con un trucco. E il malcontento è tornato a esplodere negli attacchi alla sede di Moody’s, segno che ormai si è capito che – sul fronte dei mercati globali – i governi contano poco o niente. Le centrali decisionali sono altrove, e i politici non riescono a incidere. Non hanno la forza e tanto meno la volontà per intervenire sui nodi che più da vicino condizionano le nostre vite.
La crisi scoppiata quest’estate, e che avrà probabilmente una coda ancora più velenosa in inverno, ha messo a nudo impietosamente un limite che già da qualche anno sta logorando le democrazie occidentali: la mancanza di leader autorevoli. Proprio mentre le dinamiche della comunicazione e della produzione globale concentrano l’attenzione del pubblico su pochissimi uomini e donne investiti di straordinarie aspettative, i capi del ventunesimo secolo si rivelano inadeguati.

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Oggi e sempre referendum

Oggi e sempre referendum

Attenzione a non sottovalutare il successo nella raccolta delle firme per cambiare la legge elettorale. Sul piano tecnico, ha ragione Fini. Le alternative non sono solo due: una nuova legge in Parlamento, o celebrare il referendum. Si può sempre andare a votare con la normativa in vigore, anticipando la chiamata alle urne e vanificando in tal modo  la procedura attivata da Parisi e dal suo comitato per abrogare il Porcellum. E state certi che in questa direzione si muoveranno, da oggi, in molti. Magari sotto traccia. Dicendo in pubblico che la legge attuale è una schifezza e che bisogna affrettarsi a eliminarla. Ma cercando di salvaguardarla almeno per un altro turno, visto che il Porcellum è alla base di molte posizioni di rendita accumulate in questi ultimi anni. Questo tipo di strategia, però, non fa i conti col fatto che il numero strabiliante di firme raccolte in così poco tempo è il segnale di un malessere profondo, che facilmente può trasformarsi in rivolta.
Il richiamo del Capo dello Stato interpreta, con la consueta lucidità, questo rischio, e mette a nudo il dato più drammatico della crisi italiana: il logoramento del rapporto tra cittadini e classe politica.


Pensare di bypassare il problema, andando di nuovo al voto con una legge che impedisce agli elettori di scegliersi i rappresentanti in Parlamento è, al punto cui siamo arrivati, una scelta avventurosa. Che potrebbe innescare reazioni anche violente nel corpo elettorale. Lo ha capito bene Maroni, che si è affrettato a riposizionarsi, prendendo atto del «numero impressionante di firme», e dichiarando di volere rispettare la spinta referendaria al cambiamento. Una spinta che, è bene saperlo, non si fermerà certo in attesa che i politici tessano le proprie trame.
Anche se ancora non ne sono chiari i contorni organizzativi, si può dare per certo che, da oggi, è in campo un nuovo attore politico. Probabilmente diverso da quello che, con la guida di Mario Segni, egemonizzò la scena italiana nella crisi di Tangentopoli. Ma, almeno a giudicare da questi primi velocissimi passi, non meno battagliero e deciso a vender cara la pelle. Chi pensa che depositate le firme nei cassetti della Cassazione i referendari se ne torneranno a casa, finirà col venire travolto. Proprio come successe a quei politici che, vent’anni fa, si illusero di potersi salvare andando al mare.

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Separati in casa

Separati in casa

Ma è possibile, nel bel mezzo di una furibonda crisi economica, andare avanti così: col Premier e il Ministro chiave che non si parlano, e addirittura si disprezzano, rinfacciandosi l’uno con l’altro il baratro in cui è finita l’Italia? In un paese normale, il dissidio si sarebbe risolto da tempo con le dimissioni dell’inquilino di via XX Settembre. Ma l’Italia – stavolta è il caso di dire: per fortuna – sappiamo bene che normale non è. E i duellanti andranno avanti ancora un pezzo, in una lotta di logoramento in cui non mancheranno colpi bassi. Ma che esclude il divorzio immediato. Più crescono gli assalti mediatici da parte dell’entourage di Berlusconi, più Tremonti si asserraglia in trincea. Ben consapevole che un esecutivo incapace di sfiduciare Romano a dispetto delle allarmanti ombre giudiziarie, non può certo licenziare l’unico suo membro ancora forte di un indiscusso prestigio internazionale.
Il risultato di questa impasse è un ulteriore indebolimento di quel poco che era rimasto di direzione politica. Ormai l’unica risorsa del governo è la sua – sempre più stremata – maggioranza parlamentare.


La paura di andare alle urne riesce a far serrare le fila anche nei passaggi più drammatici, come si è visto con la bocciatura della richiesta degli arresti per il deputato Pdl Milanese. Ma non appena dalle reazioni difensive si passa agli atti propositivi, l’afasia dell’esecutivo è assordante. E il silenzio cui è costretto Tremonti diventa di giorno in giorno più inquietante.
In questo quadro di governo acefalo, le spinte che prevarranno saranno dettate dall’esterno. Oggi più che mai l’Italia è in balia dei mercati, e della risposta che altri stati – a cominciare dalla Germania – intendono dare alla crisi. Una risposta che al momento appare ancora incerta, e contrastata. Molto dipenderà dal tentativo di rallentare e pilotare la piega più drammatica degli eventi. Piuttosto che precipitare in picchiata, come successe nel 2008, le borse stanno andando a zig-zag. A ogni brusca virata ribassista, che sembra preludere al tracollo, segue una inversione di tendenza. Timida ma sufficientemente robusta da frenare la speculazione che vorrebbe spingere per l’affondo finale.

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Attenti a quei due

Attenti a quei due

Ormai sarebbero patetici, le due B della nostra politica, se non fosse che a farne le spese è un paese sull’orlo del baratro. Bossi e Berlusconi hanno retto per quindici anni le sorti dell’Italia. Alternando baruffe a tradimenti, giuramenti di fedeltà a pugnalate. Ma sempre, alla fine, appoggiandosi l’uno agli eccessi degli altri, costretti a legittimare le sbandate dell’alleato con quelle fatte poco prima in proprio. Quale premier degno di questo nome si sarebbe tenuto accanto un segretario di partito e ministro che ha ripetutamente spronato i suoi elettori sulla strada della secessione? Sulla medaglia di questa unione bislacca, da un lato c’era scritto «Forza Italia», e sull’altra faccia «Abbasso». E, d’altro canto, solo il Senatur, con la sua proverbiale sfrontatezza, poteva essere capace di votare e far votare, senza neanche turarsi il naso, per un leader che condensa all’iperbole i vizi di quella Roma ladrona che la sua Lega voleva abbattere.
Per questo, non c’è da farsi illusioni. Chi si augura che, da un momento all’altro, Bossi possa staccare la spina non considera che, un attimo dopo, anche lui uscirebbe di scena.


Se dovesse andare a casa il Cavaliere, il Senatur lo seguirebbe a stretto giro. La base leghista sa fin troppo bene che è stato il suo leader maximo a costringerla in questo abbraccio mortale con un uomo che è, per tanti versi, agli antipodi del modello di dirittura morale e buon governo cui la retorica padana si appella fin dai primissimi esordi.
Accanto a questi aspetti politici che legano indissolubilmente il B&B del centrodestra, c’è un altro fattore che cementa le rispettive debolezze in un unico, enorme masso sulla strada del rinnovamento. Sia nel caso di Berlusconi che di Bossi, si tratta di partiti personali. Partiti che debbono tutto – o quasi – al ruolo del loro padre-padrone. Nella lunga e travagliatissima evoluzione del partito politico, la specie del partito personale è relativamente recente. C’è stato qualche precedente importante, che ricade nella categoria – più generica – di partito del leader, o carismatico. Ma si tratta di formazioni che hanno retto cinque, massimo dieci anni. Per poi scomparire di scena o essere molto ridimensionate una volta che è venuta a mancare la direzione del fondatore o ispiratore. Qui il fenomeno è di tutt’altro stampo e dimensioni.

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Guardoni telematici

Guardoni telematici

Bisognerebbe dargli un ricco – ma tassabile – premio a chi ha inventato la trovata spot di mettere on line i redditi (dichiarati, si intende) dei cittadini italiani. Tra le manovre di depistaggio in cui il governo Berlusconi si è dimostrato in questi lustri eccezionale, questa è forse la più geniale. E’ mezzo secolo che l’Italia vanta l’infausto primato, in Occidente, della evasione fiscale più sfrenata e, quel che è peggio, impunita. Alle cifre da capogiro, che basterebbero a ripianare buona parte del nostro debito pubblico, si aggiunge la beffa che tutti – ma proprio tutti – sanno come si fa e chi lo fa. Le pratiche per eludere il fisco sono descritte minuziosamente in decine di documenti consultabili in rete o in libreria. E, almeno negli ultimissimi anni, non sono mancati i tentativi per contrastare in parte il fenomeno. Ma manca ancora la volontà politica di farne una vera e seria priorità nazionale. Mettendo in campo – e formando – le risorse umane e tecniche necessarie a una battaglia vincente, che solo lo Stato può condurre.


Ecco allora che spunta dal cappello questa boutade della delega ai comuni del compito di pubblicazione e delazione, facendo tintinnare la promessa che intascheranno loro gli introiti. In breve, dal federalismo fiscale – affondato definitivamente dai tagli agli enti locali previsti dalla manovra – passeremmo al fiscalismo federale. Fin troppo facile immaginare, all’atto pratico, che cosa succederà. I comuni, nella stragrande maggioranza, non avranno i mezzi e gli uomini per affrontare una sfida così ardua. E il governo centrale avrà l’alibi di essersene lavato le mani. Già si immagina la reprimenda ai sindaci negligenti e incapaci, e magari – perché no – collusi essendosi rifiutati di mettere alla gogna mediatica gli evasori trasformandoli in untori.
Basta leggere le reazioni perplesse – e, in qualche caso, indignate – dei Primi cittadini intervistati ieri dal Corriere della Sera per capire quale sia la distanza tra la propaganda a buon mercato e la dura routine amministrativa. A Genova, la Vicenzi lo fa già, lavorandoci sodo da tre anni: in una delle metropoli italiane di più solida tradizione borghese, ha messo insieme meno di mille pratiche sospette.

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Tavoli separati

Tavoli separati

Il discorso di Tremonti a Rimini segna una svolta negli equilibri di governo. Il Ministro ha formalmente evitato di infilarsi nella diatriba interna che si è aperta nella coalizione, su cosa e quanto tagliare; e cosa, invece, all’italica maniera continuare a rimandare. Sembra aver dato per scontato che della sua manovra originaria non resterà molto in piedi. Forse dentro di se consapevole che il decreto era stata abborracciato in poco tempo, e che su molti punti è possibile fare meglio. Ma comunque rassegnato all’idea che, al tavolo delle modifiche, ormai la sua parola conta poco. Approfittando della pausa dei mercati, che sembrerebbero concedere un po’ di respiro all’Italia, la politica della mediazione partitica ha ripreso prepotentemente il sopravvento. A trattare, e a decidere, sono di nuovo i capibastone: Bossi da un lato, Alfano dall’altro, sotto l’ombrello di un Berlusconi che appare ritornato in sella. Il tutto riportando in auge una sorta di spartizione cencelliana tra le diverse constituency che Lega e Pdl sono interessate a proteggere.


Quanto può incidere su questo scenario un ministro fiaccato nell’immagine dai maneggi di un suo strettissimo collaboratore, e ormai isolato politicamente anche rispetto al proprio storico alleato leghista?
Tremonti – certo con una forzatura sulla propria rigidità caratteriale – ha preso atto della propria debolezza attuale dentro l’esecutivo, e ha cercato di cambiare terreno. Rinunciando – per il momento – al proprio ruolo di superministro, e riprendendo con convinzione e passione i panni dell’economista. In questa veste ha potuto ribadire, senza troppi peli sulla lingua, la propria visione strategica sull’evoluzione della crisi. Basata su due capisaldi: che il terremoto finanziario ripartito violentemente ad agosto è tutt’altro che concluso; e che c’è una sola via maestra per cercare di fronteggiarlo, istituire attraverso gli eurobond una barriera comunitaria all’assalto della speculazione.
Si sa che i politici tedeschi si oppongono a questa soluzione, timorosi che il loro elettorato si rifiuti di pagare le tasse per i debiti degli altri paesi. Ma la realtà dell’integrazione economica va ben al di là delle apparenze cui governanti e opinione pubblica sono tentati di fermarsi.

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Deserto libico

Deserto libico

In attesa che dal fronte della guerra arrivino notizie più attendibili, il quadro politico in Libia si fa – se possibile – più oscuro. Sono passati ormai sei mesi dall’inizio delle ostilità, e non c’è fonte – giornalistica o diplomatica – capace di fare un identikit di coloro che stanno scalzando il colonnello dal potere. In ogni parte del globo ci sono gruppi in rivolta, contro regimi più o meno autoritari. Ognuno di questi gruppi ha una propria connotazione: religiosa, razziale, ideologica, economica o, in molti casi, un mix di più componenti. In Libia, non si riesce a andare oltre la vaga etichetta di «ribelli». Per giunta senza che si intraveda una qualche leadership unitaria, e anzi con palesi divergenze tra le diverse aree del paese. L’unico collante è il tentativo di sostituirsi a Gheddafi. E la sola vera tenuta operativa e organizzativa è data dall’intervento della NATO. A sua volta, peraltro,  estremamente parca di informazioni sull’andamento del conflitto. Per non parlare degli obiettivi strategici che ne dovrebbero orientare l’azione.


Al confronto, risulta perfino più trasparente – se non giustificabile – l’intervento degli americani in Iraq. Complice certo l’enfasi propagandistica che Bush impose al proprio blitz, quella guerra potemmo seguirla ora per ora, bombardamento per bombardamento. Come, da subito, ci sentimmo immersi nel battage comunicativo sulla sorte che sarebbe toccata al tiranno braccato, e sugli orizzonti premessi al  nuovo regime democratico che gli sarebbe succeduto. Sul dopo-Gheddafi, invece, nessuno sa, o vuole dire. Alcuni interrogativi diventano, tuttavia, di giorno in giorno più inquietanti.
Il primo riguarda il trattamento speciale riservato alla Libia di Gheddafi rispetto ad altri casi analoghi. Lasciamo pure da parte l’innesco o pretesto dell’attacco militare, il massacro dei diecimila civili sbandierato per giorni e giorni sui media, e di cui si sono perse le tracce. E che rischia di fare la fine delle armi di distruzione di massa di cui venne ingiustamente accusato il regime di Saddam Hussein.

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Senza alternativa

Senza alternativa

Almeno su un punto siamo tutti d’accordo: non è un bis del 2008. Allora il crack fu causato dai mercati, dal giro vorticoso di prestiti in leva – e a vuoto – che alimentò la bolla finanziaria. Stavolta in panne sono finiti i governi, presi in contropiede e incapaci di sfornare risposte. Incerti, divisi al proprio interno, in caduta verticale di credibilità. Con strumenti inadeguati a fronteggiare una crisi globale che travalica – come scrive Roberto Esposito su Repubblica – i confini nazionali della sovranità politica.
E tuttavia, è solo ai propri governi che i cittadini possono rivolgersi. Pensare – come già suggerisce qualche liberista oltranzista – che i mercati possano cavarsela da soli, sarebbe un doppio, fatale errore. Ci metterebbe definitivamente nelle mani degli gnomi delle agenzie di rating, e degli hedge fund che ne controllano gli orientamenti — e le soffiate. E minerebbe alle radici l’idea che siano le istituzioni democratiche a guidare i nostri destini.
Perché, però, un sistema politico possa continuare a funzionare ha bisogno di dare almeno l’illusione che ci siano in campo proposte chiare, e opzioni alternative.


Proprio quello che non è successo in questi giorni nel vorticoso precipitare della crisi italiana. Col risultato che il salasso che dovremmo ingoiare nei prossimi anni aggiunge, al danno dell’entità economica, la beffa di non avere alcuna dignità programmatica.
In parte ciò deriva dal fatto che si tratta di provvedimenti affrettati, raffazzonati in poche ore di frenetiche trattative tra le lobbi ministeriali alle prese con i diktat della Banca europea. Fra gli aspetti più raccapriccianti della manovra dell’esecutivo c’è l’assoluta casualità e arbitrarietà di misure che incideranno a fondo sulla vita di milioni di cittadini. E di cui, in alcuni casi, non c’è ancora alcuna stima del tornaconto. Il caso più eclatante è la tanto conclamata abolizione delle province, un provvedimento dato in pasto alla legittima richiesta della pubblica opinione di tagliare i costi della politica. Ma visto che non sono licenziabili – e pochissimo riciclabili – le migliaia di dipendenti che gravano sulle casse dello stato, in che consisteranno i risparmi? Una volta che saranno cassate le province di Campobasso, Isernia e Benevento, quale sarà il vantaggio di accorparle in una mega circoscrizione sannita?

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Politici e mercati

Politici e mercati

Avevamo fatto appena in tempo a tirare un sospiro di sollievo per l’accordo sul debito italiano, che è arrivata la stangata di Standard & Poor’s, col declassamento del Tesoro USA. Insinuando il dubbio che alle origini della tempesta che da giovedì si è abbattuta violentemente sulle borse ci fosse un «leak», una soffiata della notizia che, ufficialmente, è giunta solo sabato mattina. Oltre al danno dei miliardi bruciati in poche ore sui listini di tutto il pianeta, ci sarebbe anche la beffa dei guadagni astronomici che ci avrebbero fatto alcuni (troppo) bene informati.
L’attacco – un tempo si sarebbe detto – al cuore del sistema non significa che la situazione italiana non fosse sull’orlo del collasso. Agli occhi della speculazione ribassista, il nostro paese resta il bersaglio più facile. Non tanto per la fragilità finanziaria, quanto per la leadership politica che ha offerto, nelle scorse settimane, una immagine irresponsabile. Chiudere per sei settimane il Parlamento e rimandare i tagli più dolorosi a data da destinarsi, è stato un invito alla vendita a mani basse delle azioni Italia.


Costringendo il governo e il suo premier al clamoroso dietrofront di queste ore, e a quello che – senza troppi eufemismi – è stato definito il nostro commissariamento da parte dei paesi più forti e della Banca centrale europea.
Vedremo lunedì, con la riapertura dei mercati, quali saranno le reazioni a questo doppio colpo di scena. C’è chi prevede un nuovo scatafascio, e chi invece sostiene che, ormai, la botta di giovedì abbia già «contabilizzato» l’annuncio che il debito USA non gode più della tripla A. La sensazione più diffusa resta, comunque, che la politica sta perdendo il controllo su masse finanziarie ingentissime che circolano al di fuori – e spesso contro – i circuiti della regolamentazione ufficiale. Secondo una stima citata ieri sul Sole 24 ore, il volume globale dei derivati sarebbe pari ad otto volte il prodotto dell’economia reale di tutti i paesi del pianeta. Vale a dire, le risorse sulle quali governi e cittadini discutono – e lottano – per la produzione, tassazione e redistribuzione sono una piccola percentuale dei quattrini che fluttuano in questo immenso – e invisibile – universo della finanza virtuale.

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Teatrino americano

Teatrino americano

L’ultimissimo conto alla rovescia è iniziato stamane alle sette (l’una negli Stati Uniti), quando il Senato ha avviato l’iter procedurale per approvare la propria proposta, da mettere sul tavolo della Camera nel pomeriggio di martedì. Cioè, al più tardi possibile perchè non ci sia il tempo per modifiche: o i repubblicani la ingoiano, o si assumono la responsabilità di mandare il tesoro americano in default. Nelle more di questo rimpallo, i mercati dovrebbero far la loro parte, con qualche clamoroso ribasso per mettere sotto pressione gli ultimi irriducibili nemici del compromesso finale. Secondo questo ottimistico copione, mercoledì dovremmo tutti svegliarci tirando un sospiro di sollievo. Ovviamente, c’è anche l’altro copione. Che prevede l’imprevedibile. La catastrofe, l’apocalisse, il double dip che farebbe impallidire il crollo verificatosi poco meno di tre anni fa, dopo il crack della banca Lehman. Un’ipotesi che per il momento – non fosse altro che per scaramanzia – conviene escludere. Se dovesse succedere, avremo molti mesi per parlarne.
Oggi, la domanda più pressante è come si sia arrivati a questo punto.


A un solo passo da un baratro che tutti sapevano esisteva e nessuno ha saputo – o voluto – allontanare. Facendoci, invece, assistere a un teatrino di finti ultimatum, intese quasi siglate ed improvvisi voltafaccia che rassomiglia  sconsolatamente a ciò che viene regolarmente proiettato sulla scena politica italiana. Come è possibile che la superpotenza, leader dell’economia globale, si sia ridotta a questo livello di degrado e sfilacciamento interno? Ci sono almeno tre risposte, ognuna più inquietante dell’altra.
La prima è che Barack ha sbagliato, ha peccato sia di furbizia che di imperizia. E’ vero, nelle numerosissime occasioni precedenti non si era mai arrivati allo scontro micidiale di questi giorni. Di fronte al rischio del fallimento del Tesoro, i partiti avevano sempre dato via libera al presidente. Tranne che in un caso emblematico: quando Bush padre, vent’anni fa, fu costretto da un Congresso a maggioranza democratica a un compromesso al ribasso che gli costò la rielezione. Proprio per evitare di cadere anche lui nella stessa trappola, Obama ha disperatamente cercato un patto di alto profilo, che gli consenta di non rinnegare i cardini della piattaforma con cui è stato eletto, e che è chiamato a difendere tra poco più di un anno.

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Il mostro dentro

Il mostro dentro

La legge plumbea del villaggio globale non ammette eccezioni, non fa sconti. Il luogo che fino a ieri era il simbolo del sogno occidentale, il baluardo di come saremmo tutti voluti diventare, adesso è violentato, sfregiato. E quelle immagini di ragazzi agonizzanti ci inseguiranno come pallottole cui non sappiamo perchè siamo scampati. E’ anche nostro l’abisso di dolore incomprensibile di quelle cento famiglie norvegesi. Non solo per solidarietà e commozione. Ma per l’angoscia sorda che è tornata a tormentare le nostre coscienze. Peggio, forse, che l’11 settembre. Perchè allora riuscimmo, decidemmo di costruirci un nemico. Tracciammo, il più in fretta possibile, un confine tra noi e gli altri. E cercammo di ritrovare noi stessi, le nostre sicurezze smarrite facendo del terrorismo islamico l’avversario da combattere e abbattere. Oggi, non è possibile. Il mostro è dentro di noi.
La tragedia ci coglie impreparati, e doppiamente indifesi. Dopo l’attentato alle torri, è stato montato un apparato sterminato di sicurezza e prevenzione. Discutibile, criticabile, sicuramente migliorabile.


Ma rispondeva a una logica, a schemi collaudati di azione e reazione che sembrano avere funzionato. Fino ad oggi, non c’è stata la replica che in tanti consideravano invevitabile. Ma da un attacco come quello di venerdì, come è pensabile difendersi? Quale risposta militare è possibile al fanatismo di un individuo che decide di massacrare dei ragazzi come se fossero il bersaglio virtuale di un videogioco?
Certo, sono ancora sul tappeto gli interrogativi più brucianti, su come sia stato possibile ammassare e fare detonare il quantitativo di esplosivo che ha fatto tremare Oslo. E siamo, paradossalmente, costretti a sperare che ci sia una rete, un’organizzazione alle spalle di una catastrofe di questa portata. Ancora una volta sarebbe, in qualche modo, confortante sapere che c’è un gruppo terroristico, un movente, un’ideologia dietro le bombe e la mitragliatrice che hanno falcidiato tante vite. Ma si tratterebbe soprattutto di una – temporanea – autodifesa psicologica. Per due ragioni: una contingente, l’altra che riguarda l’imprint della nostra identità storica.

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Imprigionati dal «Porcellum»

Imprigionati dal «Porcellum»

La legge elettorale, si sa, è la madre di tutte le vittorie – e, ovviamente, sconfitte. Le sue regole determinano chi viene favorito e chi, invece, ci rimette le penne. Sempre, ovviamente, che i contendenti siano in grado di calcolare quali siano realmente gli esiti del meccanismo con cui competono. Per fortuna, non va sempre così. Altrimenti, chi ha la maggioranza non farebbe che manipolare le norme a proprio vantaggio. E resterebbe sempre in sella. La storia elettorale italiana dimostra, invece, che anche le leggi peggiori possono rivoltarsi contro chi le ha inventate.
E’ il caso del famigerato Porcellum, così battezzato da Sartori perché il suo ideatore, il leghista Calderoli, disse che era «una porcata». Più esattamente, una porcata doppia. In primis, perché istituiva un premio di maggioranza che non c’è in nessuna democrazia al mondo, consentendo a chi ha un terzo dei voti di prendersi una super maggioranza in Parlamento. Inoltre, ha dato ai partiti il diritto di designare, al posto degli elettori, chi sarà deputato o senatore. Un potere che neanche Caligola avrebbe sognato di avere. Grazie al Porcellum, Berlusconi ha stravinto. Ma è stata una vittoria di Pirro.


La sua maggioranza bulgara, invece di dargli stabilità, ha alimentato le divisioni. E si è arrivati alle defezioni. Prima è stato il turno di Fini. Oggi è la Lega ad interrogarsi se le conviene legarsi un’altra volta al carro del Cavaliere. Col rischio di farsi contagiare dalla sua immagine logorata. E col pericolo, ancora peggiore, che stavolta sia il centrosinistra a prendere più voti, e a beccarsi il superpremio di maggioranza.
E’ probabile che, se potesse, Berlusconi farebbe oggi volentieri un passo indietro, per cambiare nuovamente le regole. Ma a sinistra non gli offrono una sponda. A parole, si dicono sdegnati dai guasti della legge attuale, e prontissimi a modificarla. Come sostengono e chiedono a gran voce tutti gli organi di informazione. Ma, si sa, trovare un’altra formula, che soddisfi tutti gli appetiti, non è facile. Anzi, è difficilissimo. E mentre si moltiplicano i tavoli, le proposte, le mediazioni, è probabile che alcuni leader della sinistra si siano già – come dire – rassegnati all’idea di tenersi il Porcellum. Almeno per il prossimo turno elettorale. Poi, una volta incassata la vittoria, si potrebbe riprendere il discorso, magari senza eccessiva fretta.

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Una classe politica sul viale del tramonto

Una classe politica sul viale del tramonto

Il tonfo delle banche italiane – il secondo nel volgere di pochi giorni – è il segnale che si è aperto, dopo la Grecia, un nuovo fronte nella sfida alla destabilizzazione dell’euro. La prima volta la colpa era stata data a Moody’s, e alla sua repentina decisione di mettere sotto osservazione il nostro sistema creditizio. Stavolta il dito è stato puntato direttamente contro Palazzo Chigi, e alle dichiarazioni che avevano messo a repentaglio la stessa credibilità di Tremonti. Si è trattato di scossoni violenti. Niente, però, rispetto allo tsunami che potrebbe essere dietro la curva. La cosiddetta speculazione internazionale – che poi sarebbero gli investitori che si limitano a fare cinicamente i propri calcoli di guadagno – vedono che il sistema Italia non ha più una direzione politica. Avvertono, al tempo stesso, il progressivo isolamento del ministro del Tesoro, l’unico garante che i conti siano tenuti sotto controllo. E cominciano ad affilare le armi per un assalto in grande stile che potrebbe arrivare alla prima occasione propizia che si presenti sulla scena globale.


In un quadro così drammatico, sarebbe doveroso un sussulto di dignità, di responsabilità. Uno sforzo per serrare le fila, l’invito a mettere insieme le migliori risorse nazionali per dimostrare che il paese è in condizione di garantire per il proprio futuro. Che siamo in grado di continuare ad essere un pilastro della costruzione europea. Invece, va avanti imperterrito il solito teatrino di Palazzo. Mentre la nostra finanza pubblica è sottoposta al vaglio dei mercati, la cronaca dei giornali è intasata dai faccendieri che hanno saccheggiato i ministeri cui hanno avuto accesso. Trasformando i beni di stato in appannaggi privati.  E il Premier che dovrebbe ergersi a garante del nostro bilancio collettivo, è – tanto per cambiare – impegolato a difendere il proprio patrimonio personale dall’ennesima bega giudiziaria.
L’esito paradossale è che, più cresce la dimensione dell’emergenza, più aumenta il senso generalizzato di impotenza. Il governo, ormai è evidente, non ha alcuna capacità, nè volontà, di metter mano alle misure radicali necessarie per raddrizzare la rotta. Al suo interno, è profondamente diviso.

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Crimine e inciviltà la resa della borghesia

Crimine e inciviltà la resa della borghesia

Brucia l’appello accorato, lanciato da Raffaele Cantone sulle colonne di questo giornale, ad alzare la testa e la guardia contro il peso crescente, a Napoli, di una borghesia criminale e mafiosa. E’ un’accusa provocatoria, ma viene da un uomo che conosce a fondo questa città. Si presta alle strumentalizzazioni che qualche deputato leghista sarà tentato di fare. Ma obbliga anche a riflettere al di là della vicenda di cronaca, pur drammatica, da cui emerge. Davvero a Napoli siamo a questo punto? E come ci siamo arrivati? Non voglio prenderla alla lontana, ma è da lontano che bisogna partire. Non certo per giustificare. Ma per provare ad acquisire gli strumenti per potere cambiare.
Appunto, il cambiamento. Ai miei studenti di scienze sociali spiego che, per capire il cambiamento, c’è una buona e una cattiva notizia. La buona è che la politica riesce, quando è buona politica, a cambiare le cose in cinque anni.


Alla sociologia ne occorrono venti, lo spazio di una generazione. Invece, perché ci siano mutamenti nel tessuto profondo – culturale ed antropologico – di un popolo, ci vogliono tre generazioni, più o meno settantacinque anni. Capirete l’iniziale entusiasmo dei giovani che intravedono nella politica una leva che agisce sul breve, anzi brevissimo periodo. Poi arriva la cattiva notizia. Il cambiamento antropologico è lento, ma investe tre quarti del corpo sociale. Le svolte nei ruoli e nelle classi interessano un venti per cento. La politica riesce a intaccare soltanto la punta dell’iceberg. Ci appassioniamo, mobilitiamo, esaltiamo e poi ci deludiamo e ribelliamo per interventi che, nel migliore dei casi, affrontano e cercano di risolvere il cinque per cento dei problemi.
Zoomiamo di nuovo sul presente. Non ci interessa, qui, il dibattito se i geni più antichi e radicati di Napoli siano o meno modificabili. Se, come è ormai senso comune in tanta opinione pubblica italiana, esista una «napoletaneità», un codice comportamentale refrattario ad adeguarsi alle regole della civilizzazione consolidate nel resto d’Europa.

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Paese diviso solo il Sud paga il conto

Paese diviso solo il Sud paga il conto

Perchè si possa sperare di arrivare a tamponare il baratro rifiuti, occorrerebbe che tutti cercassero di abbassare i toni. Perchè Napoli è ormai una polveriera. E se gli incendi – materiali e sociali – finiscono fuori controllo, l’impatto sull’intero paese diventerà incontenibile. Invece, sembra che le forze politiche continuino nell’atteggiamento più facile: il gioco allo scaricabarile. Un gioco che ci porterà al disastro, ma di cui ormai i singoli attori sono – volenti o nolenti – prigionieri. In base all’unica legge che, al di là anche delle buone intenzioni, governa le scelte dei politici. La legge di salvarsi la poltrona. Una legge che può portare benefici quando prevalgono obiettivi e affiliazioni comuni. Ma che produce scatafasci se, come nel nostro caso, regna la frammentazione e crescono le spinte centrifughe.
Cominciamo dalle istituzioni locali. Al di là delle dichiarazioni ufficiali – che, almeno negli ultimi giorni, appaiono conciliatorie -comune, regione e provincia sono rette da forze politiche distinte. Ciò vale, in primo luogo, per il centrodestra.


Che, sulla carta, ne governerebbe due. Ma, all’atto pratico, sconta la spaccatura tra le fazioni del Pdl: quella che si richiama a Cosentino e quella più vicina a Caldoro. Una contrapposizione che ha portato, per oltre un anno, alla reciproca impasse. Agevolata dal fatto che Napoli poteva apparire, in fin dei conti, un problema della Iervolino. Ovviamente, a lungo andare, l’inazione ha fatto esplodere la situazione. Un’esplosione che ha coinciso con l’elezione del sindaco magistrato.
Chiunque abbia a cuore le sorti di Napoli non può che augurarsi che de Magistris abbia in tasca la soluzione vincente. Ma i primi passi sono stati sconcertanti. La battuta berlusconiana sui cinque giorni per ripulire Napoli ha raggelato, più per l’ingenuità che per l’insipienza. Già in campagna elettorale, de Magistris era apparso poco preparato sulle cifre e le criticità del problema. Ma, arrivato a Palazzo San Giacomo, tutti speravano che si fosse circondato degli esperti che, in materia, non mancano. E dato che nessun esperto gli avrebbe mai potuto suggerire un’uscita così rassicurante, è possibile che sia caduto nel più banale – e prevedibilissimo – trabocchetto politico? Davvero si è fidato degli impegni presi intorno al primo tavolo cui si è seduto?

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La Terza Repubblica nel Mezzogiorno

La Terza Repubblica nel Mezzogiorno

Le sconfitte di Milano e Napoli, per il centrodestra, non sono state soltanto il segnale che il vento nel paese è cambiato, e che il berlusconismo è agli sgoccioli. Il colpo, ancora più duro, è che è saltato definitivamente quel poco che ancora reggeva di una coalizione nazionale. Ormai, dietro le spalle di un Cavaliere sempre più irrilevante, ci sono due schieramenti distinti, e di giorno in giorno più distanti. Definiti esclusivamente dall’area geopolitica di appartenenza. Al nord, il Pdl condivide molte delle ragioni della Lega, la sente come un competitor interno, sa che il proprio elettorato facilmente traborda sotto le bandiere di Bossi. E, per quanto forte sia il fastidio nei confronti di un alleato agguerrito e prepotente, fa fatica a immaginare un futuro che prescinda dalla convivenza che dura, con alti e bassi, da un ventennio. Al sud, è tutta un’altra musica.
Ceto politico e militanti pdl nutrono, nei confronti della Lega, un profondo senso di estraneità, che si sta rapidamente trasformando in dichiarata ostilità.


Certo, in passato, almeno a parole, non erano mancati i complimenti, i tentativi di emulazione, qualche apertura sul federalismo come incentivo ad assumersi tutti le proprie responsabilità. Ma già da tempo era diventato chiaro che le esigenze dei territori, al sud e al nord, erano in rotta di collisione. Fin dagli esordi della crisi, Tremonti era stato lapidario. I pochi soldi che sono rimasti vanno spesi rapidamente e bene. Al Sud, ne sono incapaci. Meglio, allora, centralizzare la spesa e dirottare le risorse verso le aree leghiste.
Il risultato è stato il commissariamento della spesa pubblica nelle regioni meridionali. Proprio nelle situazioni più difficili – in Campania, Calabria, Sicilia – le nuove giunte di centrodestra si son trovate con le spalle al muro. Per un po’ hanno cercato di addossare i ritardi alle amministrazioni passate, ma poi la crescita della disoccupazione e il salire della tensione stanno mettendo tutti alle strette. Il caso di Napoli è emblematico. Tra i fattori che più hanno pesato sul successo di de Magistris, c’è il diffuso giudizio negativo sui governi di centrodestra già insediati in Regione e Provincia. Contrariamente al passato, quando la vittoria del centrosinistra a Napoli fu trainata, per ben due volte, dai successi di Bassolino in Regione, stavolta è accaduto l’inverso.

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Una stagione agli sgoccioli

Una stagione agli sgoccioli

Ora che la seconda sberla è arrivata, Berlusconi sarà costretto a reagire. A cercare di inventarsi qualcosa che salvi almeno la facciata del ruolo che continua a ricoprire. Ma, nella sostanza, il boccino non è più nelle sue mani. Come ha detto impietosamente Bersani, il Premier appare «irrilevante». Prigioniero del suo temperamento, e del potere assoluto col quale ha governato – o, secondo l’Economist, fregato – per quasi un ventennio il paese, andrà avanti come se fosse ancora il dominus della situazione. Ma lo scenario che si apre oggi ha un altro ordine del giorno. Tutti, all’interno del centrodestra, sanno che la sua stagione si è conclusa. La diagnosi l’ha pronunciata Bossi, dicendo che il grande incantatore «non sa più comunicare». Spiegando così le due batoste alle amministrative e al referendum, ma, soprattutto, levando dal tavolo l’ipotesi di una ricandidatura quando ci fossero nuove elezioni. Togliere al Cavaliere l’appeal mediocratico sul quale ha basato le sue fortune e costruito impensabili rimonte, equivale a dire che Cavani è incapace di andare in rete. Anche se resta ancora in campo, ormai è considerato fuori squadra.
Anzi, un problema per la squadra. Quello che i maggiorenti Pdl si sono detti fino a ieri a mezza bocca, diventa sempre più urgente affrontarlo pubblicamente e di petto. Sarebbe meglio, per il partito, che Berlusconi facesse un passo indietro. Cercando di dare un contributo a un processo di successione senza regole e senza picchetti, che rischia di fare deflagrare in mille schegge la sua formazione politica. Un passo indietro, però, non significa restare il perno di ogni decisione limitandosi a benedire dall’alto qualche forma di cooptazione. Coloro che ancora si affidano a questo schema autoconsolatorio, saranno travolti dagli eventi. Il contributo che il Cavaliere dovrebbe – ma non sarà capace di – dare, è ammettere di essere stato sconfitto. E di non essere più in condizione di guidare una eventuale riscossa. In breve, farsi da parte.


Nella speranza che, in questo modo, possa emergere una nuova leadership: non sotto il cono della sua ombra, ma alla luce della dialettica politica.
Conoscendo il carattere del premier, l’ipotesi, invece, più probabile è che si arroccherà nel Palazzo. Puntando sul supporto a oltranza di quell’esercito di cortigiani che dipendono in tutto da lui, e che non hanno le risorse o il coraggio per muoversi in mare aperto. Sarà questo, nei prossimi mesi, lo scontro nel Pdl. Da un lato l’affollatissima falange di quanti vogliono sfruttare fino all’ultimo il potere – di posti e di prebende – che ancora si può gestire dagli anfratti di ministeri e sottosegretariati. Dall’altro lato, il drappello più smilzo di quanti hanno la personalità e la visione per pensare di mettersi in proprio. I frontrunner sono Formigoni e Tremonti. Ma non mancano altri nomi di spicco, che non sono disposti a esser schiacciati sotto il tonfo del Cavaliere.

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Dopo il partito personale

Dopo il partito personale

Sarà pur vero, come in molti pensano, che la designazione di Alfano a segretario del Pdl sancisce la fine del partito personale. Invenzione demiurgica del Cavaliere che lo consegna, oltre che alla storia tumultuosa del paese, anche a quella più anodina della scienza politica. Però, con questa eclissi, i problemi più che diminuire si moltiplicano. Il genus del partito personale presenta, infatti, due aspetti critici che rendono il suo superamento un salto nel buio.
La prima incognita riguarda la viralità del fenomeno. Lungi dall’essere circoscritto alla creatura del Cavaliere, il partito personale si è infiltrato, negli ultimi quindici anni, in ogni anfratto della politica italiana. Improntando i nuovi partiti e colonizzando i vecchi. Da Di Pietro a Vendola, da Casini a Fini, ogni esordio sulla scena partitica è avvenuto come diretta emanazione – e gestione – di un leader. Un processo che ha attecchito anche sul piano locale, come dimostrano le esperienze siciliane di Lombardo e Miccichè e, in queste ultime settimane, il decollo del partito personalissimo di de Magistris a Napoli.


La sindrome del leader solo al comando ha contagiato anche organizzazioni più radicate sul territorio. E’ difficile prevedere il futuro della Lega quando uscirà di scena Bossi. E il Pd fa ancora fatica a ritrovare una propria identità collegiale dopo la folgorazione – e devastazione – personalistica prodotta dalla meteora di Veltroni.
In questo panorama, immaginare il battesimo e lo sviluppo di un partito non-personale, per di più con le proporzioni attuali del Pdl, è un’ipotesi poco realistica. Certo, il bon ton politichese prescrive che le discussioni vertano soltanto su questo scenario. Ogni volta che si tratta di fare, o rifondare, un partito, si tirano sempre in ballo i propositi e i formati più nobili: aggregazioni le più ampie possibili, conduzioni ovviamente pluraliste, decisioni trasparenti e condivise. E il dibattito interno al Pdl – basta leggere l’intervista a Scajola – già si incanala in questa direzione. Ma i fatti prenderanno un’altra piega, la piega della personalizzazione.

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Quali leader dopo Berlusconi

Quali leader dopo Berlusconi

Tanto tuonò che piovve. O almeno, pare. Dopo ripetuti annunci – o auspici – sembrerebbe che il Cavaliere stia infine scivolando dal podio. Con tre punti interrogativi residui, che è bene cercare di chiarire.
Nulla quaestio sull’entità della botta, la ha ammesso perfino il Premier. Ma molti – da ultimo de Bortoli – sottolineano che il risultato amministrativo non si traduce automaticamente alle elezioni politiche. Citando, ad esempio, il precedente della vittoria del ‘93 dei Progressisti nelle città, trasformatasi in sonora batosta quando Berlusconi scese in campo a distanza di qualche mese.  Il paragone, però, non regge. Lì cambiò radicalmente l’intero scenario politico. Oggi, almeno al momento, non si vede quale dirompente novità il centrodestra potrebbe schierare per recuperare lo svantaggio. E i precedenti più plausibili sembrano piuttosto quelli, più recenti, del 2000 e del 2005. Elezioni amministrative (regionali) che tirarono la volata al vincitore delle politiche svoltesi un anno dopo. In questo senso, la variabile decisiva sembrerebbe il tempo.


Se si andasse presto alle urne, è difficile che il centrodestra si salvi. Ecco perchè diventa importante sciogliere il secondo interrogativo, la successione di Berlusconi.
Quagliariello lo ha detto subito e chiaro: «non siamo interessati a una uscita dal berlusconismo che prescinda da Berlusconi». Tradotto dal politichese: deve essere il Cavaliere a guidare il processo di ricambio. Ma è proprio quello che nessuno crede che il Premier sia intenzionato a fare, ammesso che ne fosse capace. Il tarlo – e abisso – del potere personale, è che non si sa come mollarlo, e tanto meno come trasmetterlo. All’epoca dei sovrani assoluti, l’abdicazione era un tabù. Si usciva di scena morendo. Con un potere super-personalizzato come quello di Berlusconi, caso unico nella scena mondiale, l’unica via di uscita, al momento, sembra la fine politica del capo, la sua sconfitta sul campo. Da grande combattente qual’è, è anche la strada che il Premier preferisce. Ed è francamente difficile immaginarlo seduto intorno a qualche tavolo di Gran Consiglio mentre cerca di selezionare il delfino. Nè siamo in tempo perchè questo compito venga assolto dal suo partito, come oggi tutti i colonnelli si affannano tardivamente ad invocare.

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Le città assediate

Le città assediate

I colpi di coda di un sistema sono sempre i più velenosi. E se è vero, come in molti sostengono, che il berlusconismo sta franando, le macerie che rischia di lasciare sono sempre più preoccupanti. Dopo gli scontri al calor bianco con la magistratura, che sono arrivati a lambire anche il Colle, il Premier si è messo a picconare anche un altro baluardo del sistema istituzionale nazionale, l’autonomia municipale. Ribadendo, con toni ancora più oltranzisti, che a Napoli e Milano non si vota per scegliere il sindaco, ma per evitare l’apocalissi della vittoria della sinistra estremista. Come sempre, però, quando è in ballo la comunicazione del Cavaliere, non si tratta di una mossa avventata. Risponde a due calcoli obbligati, anche se non necessariamente azzeccati.
Il primo calcolo riguarda le forze che Berlusconi può mobilitare. Nella prima tornata elettorale, il centrodestra ha già spremuto la sua principale risorsa: la macchina dei potentati locali che, a Milano come a Napoli, controlla in larga maggioranza. Nelle precedenti occasioni, queste reti di interessi si erano rivelate decisive per la vittoria (anche quando, per molti anni, a Napoli erano in mano al centrosinistra).


Ma ora il vento è cambiato. Una fetta consistente dell’elettorato è tornato al voto d’opinione, come ai tempi della «primavera dei sindaci». Svincolandosi dai condizionamenti di partito, e votando con la propria testa il candidato che più lo convinceva. Il declino del voto di partito, già evidente al primo turno, sarà ancora maggiore al secondo, quando gli aspiranti consiglieri – al comune e alle municipalità – non faranno campagna porta a porta. Quali armi restano a Lettieri e Moratti per arrivare al cinquantuno per cento?
Berlusconi non si fida degli sforzi che entrambi i suoi candidati faranno, mettendo sotto pressione gli staff, per migliorare il proprio messaggio attraverso i canali mediatici.  C’è poco tempo, e con qualche manifesto e duello televisivo non si fa cambiare idea alle persone. L’unica chance per il centrodestra è serrare le proprie fila, portando al voto anche coloro che al primo turno si sono astenuti. Un miracolo che può riuscire solo al Premier, e solo se convincerà i suoi fedeli ritiratisi sull’Aventino che, alle porte delle loro città, bussa il diavolo. L’invasione televisiva di sabato è solo il primo stadio di un escalation di accuse, provocazioni e colpi bassi che metterà, nei prossimi giorni, a dura prova la tenuta degli organismi di vigilanza.

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Un’altra primavera

Un’altra primavera

Il fitto schieramento della nomenklatura Pdl a difesa del risultato non fa che confermare lo sconcerto che si è impadronito del partito. Alle prese con uno smacco elettorale tanto duro quanto imprevisto. E non facilmente rimediabile. Certo, non mancano le attenuanti. Prima tra tutte, il vento antigovernativo che soffia in molte piazze d’Europa. Ma, fino a ieri, il premier italiano ne era sembrato immune, e giustamente se ne vantava. Adesso, è cambiata la musica. E Berlusconi, che aveva puntato tutto sul suo carisma, è stato infilato in contropiede.
Il colpo è tanto più grave perchè non investe soltanto l’immagine del Cavaliere, e non si limita ad incrinare l’asse del Nord, l’alleanza di ferro della Lega su cui per quasi vent’anni si è retta l’egemonia berlusconiana. Ma lascia intravedere un fenomeno che potrebbe portare lo scompiglio nel nostro sistema politico. Non si tratta di un fenomeno nuovo. Anzi, fu proprio così che prese avvio, nel lontano ‘93, la cosiddetta primavera dei sindaci. L’ascesa dei primi cittadini – da Bassolino, a Cacciari, a Rutelli – trasse innanzitutto alimento dall’affermarsi dell’elettorato d’opinione.


Un voto che non proveniva dalle appartenenze partitiche in declino o dalle reti clientelari disintegrate da Tangentopoli, ma dal giudizio individuale e autonomo del singolo cittadino. Solo che, dopo un iniziale exploit, il voto d’opinione, in Italia, è stato rapidamente emarginato. Soppiantato dal ritorno in campo dei partiti, con le loro schiere di aspiranti consiglieri a caccia, porta a porta, di consensi. E oscurato dal voto, personalistico e plebiscitario, al leader – o contro il leader – con cui Berlusconi è riuscito a monopolizzare la scena pubblica.
Il ritorno del voto d’opinione accomuna le due città simbolo di questa tornata elettorale. Balza agli occhi nel risultato di Milano, dove Pisapia poteva poco contare su una organizzazione di partito, data la propria estraneità alla – debole – macchina Pd. E tanto meno poteva fare leva sul circuito dei potentati locali, visto il digiuno ventennale dei consiglieri del centrosinistra in fatto di prebende pubbliche. La sola forza di Pisapia sono stati i comitati spontanei di sostegno, e i canali di comunicazione attivati attraverso ogni forma di media.

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Passaggio stretto

Passaggio stretto

E’ bastato che passasse la nottata, perché tutti – governo e opposizione – ragionassero a mente fredda. Così come si erano – indebitamente -addensate, sono rapidamente svanite le ombre politiche sulla nota con cui il Capo dello Stato richiamava l’esecutivo in carica a un doveroso passaggio alle camere. Non era un assist all’opposizione, visto che i numeri per la fiducia il Cavaliere ce li ha, e pure abbondanti (almeno a sentir lui, che di pallottolieri è un grande esperto). Né era un dispetto al Premier e alla sua ritrovata maggioranza, dato che il via-vai delle scorse settimane (e quello che si annuncia nelle prossime) impone che a un certo punto si tirino le somme, anche soltanto se per annunciare che sono finite le poltrone ministeriali da distribuire. Ridotto all’osso, l’invito di Napolitano è – e resta – un sussulto di dignità e di chiarezza. Il minimo cui, in questa fase così sgangherata, il paese avesse diritto.
D’altronde, ad essere maliziosi, l’unico che da questa verifica parlamentare potrebbe trarne qualche beneficio è proprio il Cavaliere furioso (che, appunto, ieri si era già calmato).


Nel caso che le amministrative gli riservassero qualche brutta sorpresa, quale occasione migliore che farsi ridare dalle Camere, in cui ha ormai una maggioranza blindata, lo slancio perso nelle urne?
Accantonata la querelle politica, resta, nondimeno, intatta la vertenza istituzionale, che lambisce la natura stessa del nostro assetto costituzionale. Non è mistero che, da diversi anni, l’Italia sta scivolando verso un regime presidenziale. Ciò lo si è visto, in primo luogo, nei cambiamenti dei meccanismi elettorali, dove abbiamo partorito il pasticcio di un capo della maggioranza investito direttamente dal popolo, ma che deve comunque sottostare all’imprimatur del Capo dello Stato. Un altro importante mutamento, meno visibile ma ancora più incisivo, riguarda lo slittamento progressivo dei poteri di emanare leggi dalle Camere all’esecutivo. Su tutte le materie più importanti, il governo legifera in proprio, ricorrendo ai canali collaudati della decretazione d’urgenza o della legislazione delegata. Non si tratta di un mutamento recente, ma con Berlusconi c’è stata una brusca accelerazione, che ha tracimato anche in materie delicatissime. Come si è visto con lo show-down su alcune questioni giudiziarie.

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Dramma lavoro senza ideologie

Dramma lavoro senza ideologie

Il richiamo del Capo dello Stato, stavolta, è stato senza mezzi termini. Denunciando «l’ipocrisia istituzionale» con cui vengono accolti i suoi appelli, e puntando il dito su conflitti che vengono alimentati e esacerbati senza più preoccuparsi di cercare quel minimo di coesione nazionale che, per tutte le forze politiche, sarebbe un dovere morale.
Perfino il Primo maggio è diventato un’occasione, e pretesto, di litigio. Da un lato i sindacati a difendere la sacaralità della festa, dall’altro i sindaci a perorare la causa della flessibilità, estendendola alle saracinesche. Ovviamente con quei toni oltranzisti che aiutano a far notizia sui giornali, ma che non servono a far maturare una nuova visione del problema. Il dato su cui riflettere non sono i negozi aperti o chiusi, una scelta che negli altri paesi varia senza che nessuno tiri in ballo barricate ideologiche. Ma il fatto che è venuto meno un intero universo sociale che un tempo si riconosceva nel mondo – e nell’obiettivo – del lavoro. Un vuoto che non sappiamo colmare, e che abbiamo paura perfino di ammettere e analizzare.
Le manifestazioni oceaniche che accompagnano l’iconografia del Primo maggio appartengono al secolo passato.


A un’era, economica e politica, che è appena alle nostre spalle ma appare distante anni luce: «quando c’era la classe operaia», come recita il titolo di un libro recentissimo di Aris Accornero, uno dei padri della sociologia italiana. Una radiografia dell’Italia che eravamo, quando il lavoro e la lotta e la festa si fondevano in un immaginario collettivo capace addirittura di dettare il primo articolo della Costituzione.
Oggi, invece della corazzata operaia e del suo ancoraggio alla fabbrica, l’occupazione è un pulviscolo di posti con moltissima mobilità e poca o nessuna identità. E, quel che è peggio, con scarsissimo aggancio al circuito della rappresentanza politica. Mettete insieme le cifre sulla disoccupazione giovanile denunciate ieri da Napolitano con quelle, ancora più agghiaccianti, sul destino previdenziale dell’esercito dei lavoratori precari. Condannati a guadagnare poco e a tempo determinato, e con la beffa che con trent’anni di contributi approderanno, nel migliore di casi, a una pensione al di sotto dei livelli minimi di sussistenza. In altre epoche, sarebbe stata una miscela esplosiva dalla quale sarebbe nato un partito.

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Sull’immigrazione piccole convenienze

Sull’immigrazione piccole convenienze

E’ improbabile che, al prossimo vertice, l’Europa prenda serie contromisure all’implosione degli accordi di Schengen. Quando c’è una patata bollente, l’Unione preferisce prender tempo. Sperando che le tensioni si stemperino. O, al contrario, precipitino, rendendo obbligata una scelta su cui, al momento, nessuno è d’accordo.  Anche i più diretti interessati, Italia e Francia, sanno che non ci sono soluzioni a portata di mano. La visione di Schengen era rivolta ai cittadini degli stati membri. Adeguarla per gestire i flussi incontrollati di immigrazione dal Nordafrica non è questione di aggiustamenti normativi. Comporta una rivoluzione culturale per la quale non siamo pronti.
Anzi. Gli umori politici che i governi oggi intercettano vanno nella direzione opposta. Le grandi nazioni europee, con la sola eccezione della Spagna, al momento sono governate dalla destra. E gli elettorati di destra, da sempre, preferiscono chiudere a doppia mandata le frontiere piuttosto che allargarne le maglie.


C’è poco da meravigliarsi se la Merkel continuerà a tenersi alla larga dai nostri guai nel Mediterraneo. Magari rinfacciandoci il fatto che i tedeschi hanno dovuto sbrigarsela da soli quando, col crollo dell’impero sovietico, sono stati letteralmente invasi da milioni di profughi che avevano qualche lontana ascendenza germanica. Nè, visto il vento isolazionista che ha soffiato alle ultime elezioni finlandesi, arriverà solidarietà da quei paesi, come le democrazie scandinave, che in passato sono stati all’avanguardia sul fronte dei diritti politici.
All’atto pratico, il risultato più probabile è che l’Italia venga lasciata sola. Ci daranno forse un contentino, la promessa di aiuti finanziari e qualche concessione normativa che consenta di stemperare almeno gli attriti più esplosivi sul confine italo-francese. Ma toccherà al nostro governo affrontare la crisi in corso e, soprattutto, quella molto peggiore che si annuncia quando in Libia taceranno le armi e inizierà l’esodo degli sconfitti. E’ bene dirselo prima, e con franchezza: siamo solo agli inizi di un fenomeno senza precedenti. E nessuno è in grado di fare previsioni sul suo impatto economico e sociale.

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I voti cattolici che sfuggono al Cavaliere

I voti cattolici che sfuggono al Cavaliere

L’ennesima sortita del premier contro lo scuola pubblica risponde a tre motivazioni, tutte perfettamente inquadrabili nel canone consolidato della leadership berlusconiana.
La prima è mantenere ben saldo il controllo dell’agenda mediatica. Pochi uomini di governo hanno la stessa ossessione – e capacità – di Berlusconi di presidiare e accendere il dibattito, inventandosi quotidianamente le occasioni per spostarsi dalla difensiva all’attacco. Dopo giorni di gogna giudiziaria, il Cavaliere ha costretto i giornali a smettere di occuparsi di Ruby, e registrare invece le reazioni sdegnate degli insegnanti e dei loro portavoce.Per fare notizia e scalpore, la regola fondamentale resta quella di alzare i toni dello scontro. La seconda caratteristica della comunicazione del premier, è che non rinuncia mai a tagliare i problemi – e gli schieramenti – con l’accetta. Anche rischiando l’impopolarità presso fasce consistenti di votanti. Anzi, diversamente dalla gran parte dei politici che cercano di barcamenarsi e di mediare, Berlusconi si trova a proprio agio solo quando individua con chiarezza un bersaglio, e fa di tutto per demonizzarlo.


Questo approccio dicotomizzante risponde anche al leit motiv di ogni passo del Cavaliere. Fin dai suoi esordi, Berlusconi è rimasto un bipolarista accanito. E lo è oggi a maggior ragione, vista l’insidia mortale che gli viene dal tentativo dei suoi ex-alleati di dare vita a un terzo polo.
Col che veniamo alla ragione più profonda della improvvisa esternazione di ieri. La posta in gioco, nello show-down contro Fini e Casini, è l’elettorato moderato. E in primo luogo quella componente cattolica che è stata sempre un territorio di caccia privilegiato del Cavaliere, e che oggi appare quanto meno perplessa per gli scandali a sfondo sessuale in cui Berlusconi è coinvolto. Con la solita abilità e spregiudicatezza, il premier cerca di spostare l’attenzione dai problemi spirituali al portafoglio. In pochi settori l’azione del governo è stata più prodiga ed incisiva che nel dirottare risorse dalla scuola pubblica a quella privata. Al di sotto del polverone ideologico dell’attacco ai docenti di sinistra, il messaggio è che arriveranno ancora soldi per rafforzare e diffondere le reti dell’istruzione che, ai vari livelli, fanno capo al mondo cattolico.

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Il Cavaliere fa il buonista Lega nei guai

Il Cavaliere fa il buonista Lega nei guai

Non credo che dispiaccia a Berlusconi il pasticcio internazionale creatosi sul destino dei migranti tunisini. Più cresce l’emergenza, più si allontanano le soluzioni unitarie, più il precipitare della crisi consente al premier di fare di necessità virtù. Usando il fronte tunisino come catalizzatore e paravento rispetto alle beghe giudiziarie che lo tengono in questi giorni sotto torchio. Con l’ennesimo cambiamento d’agenda mediatica in cui è maestro di tempismo ed opportunismo. Ben sapendo che, di fronte alle tragedie, le recriminazioni cedono necessariamente il passo alle azioni.
D’altronde, al punto cui siamo arrivati, è difficile separare le ragioni dai torti di ciascuno. Certo, per i tedeschi e i francesi è stato molto più semplice imboccare la linea dura, vista la lontananza geografica dei barconi dalle loro coste. Al contrario, per il nostro governo si è trattato, fin dagli esordi, di una partita difficilissima. Si sa che Berlusconi, e di rimando l’Italia, non godono di buona stampa all’estero, e questa era un’occasione ghiotta per lasciarci sulla graticola.


Inoltre, se Sarkozy e la Merkel, con la destra xenofoba che li insidia a ogni tornata elettorale, hanno molte ragioni in casa per irrigidirsi, il nostro esecutivo si trova addirittura lacerato al suo interno. Con la base leghista a fare le barricate e il suo più autorevole ministro messo con le spalle a muro a Tunisi. Di fronte all’isolamento europeo, e all’assedio mediterraneo, il governo si è inventato la carta dei permessi temporanei. E’ una scelta giuridicamente controversa, definita dalla stampa straniera una furbizia. Però ha avuto il merito di accendere un contenzioso che non fosse limitato all’ennesimo, inconcludente incontro diplomatico. Forse ha ragione la Germania a gridare che, in questo modo, si corre il rischio di far saltare il sistema di Schengen. Ma i tedeschi si guarderanno bene dal prendere, su questo fronte delicato, iniziative unilaterali. E gli stessi francesi capiscono che non possono continuare a oltranza a fare muro a Ventimiglia. Se le centinaia di migranti dovessero diventare migliaia è certo che ci scapperebbero incidenti, dagli esiti incontrollabili.

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L’ultima trincea del Cavaliere

L’ultima trincea del Cavaliere

Più passano le settimane, più diventa chiaro – e drammatico – il problema che il paese ha di fronte: dopo quasi vent’anni in sella, il Cavaliere non ha una exit strategy. Sia per i suoi problemi giudiziari, sia per la litigiosità e frammentazione della coalizione che presiede, Berlusconi non ha un ricambio di leadership da proporre all’Italia, e a se stesso.
Le inadempienze del suo governo diventano, di giorno in giorno, più eclatanti. E la sortita di Montezemolo conferma che un’ampia fetta dell’establishment nazionale si è ormai convinta che abbiamo passato il livello di guardia. Certo, si sono addensate una serie di crisi difficili da fronteggiare: l’improvvisa apertura di un fronte bellico a due passi dalle nostre coste, e lo «tsunami umanitario» che ne è immediatamente seguito. Entrambe queste tragedie, però, potevano essere un’occasione di iniziativa e protagonismo per l’Italia. Invece, hanno accentuato le nostre contraddizioni interne.  Il reticolo di interessi aziendali e rapporti personali che ci legava – e ci lega – a Gheddafi ci mettevano nella condizione migliore per tracciare una rotta nel caos delle fazioni libiche in guerra.


Ma siamo stati apertamente bypassati dai vertici internazionali, che hanno ritenuto il nostro premier un personaggio inaffidabile.  Quanto all’invasione dei migranti, è stato necessario che riuscissero a risalire alla frontiera francese perché l’Unione europea riconoscesse che non possiamo cavarcela da soli. Ma ormai, la frittata è fatta. L’isola di Lampedusa è in rivolta, le regioni sono sul piede di guerra, e tutta la penisola è percorsa da drappelli di tunisini armati probabilmente delle migliori intenzioni, ma inevitabilmente abbandonati a se stessi ed affamati. La Lega si sta già attrezzando per rispondere a quest’emergenza aggiungendo combustibile al fuoco.
Di ordinaria amministrazione, che poi sarebbero le misure per far fronte a una crisi economica che ha messo in ginocchio il tessuto produttivo e sociale, neanche a parlarne. L’attività legislativa è impantanata nella rissa fisica che, ancora in questi giorni, ha messo il nostro parlamento alla berlina. E le prossime sedute minacciano di essere ancora più incandescenti.

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Rivolte arabe reazione a catena

Rivolte arabe reazione a catena

Come al solito, non l’avevamo previsto. Anche questa grande crisi, che sta infiammando il Mediterraneo dalla Tunisia alla Siria, ha colto politici e politologi di sorpresa. Senza bisogno di scomodare Nassim Taleb e la sua teoria del cigno nero, gli tsunami sociali arrivano violenti e imprevisti non diversamente da quelli naturali. Cogliendoci impreparati, in contropiede. La reazione, prima tardiva poi scomposta, delle grandi potenze occidentali è la conferma che navighiamo a vista. A dispetto – o, forse, proprio a causa – della nostra presunzione di onnipotenza, ci ritroviamo privi di strumenti per prevenire, capire e incanalare i fenomeni più rilevanti. E, al più, cerchiamo di tamponare le falle più macroscopiche. Magari facendoci guidare dai soliti interessi di bottega, travestiti da nobili ideali.
Esemplare la giravolta della Francia, passata da principale alleato del sanguinario (ex)dittatore tunisino a leader intemerato dell’assalto a Gheddafi (e ai suoi pozzi di petrolio).


Ma bombe e missili che stiamo sganciando sui carri armati del Colonnello servono a guadagnare qualche titolo trionfalistico sui giornali, ed a rassicurare l’opinione pubblica occidentale che ci stiamo dando da fare. Ma tra sette giorni, tra un mese, nessuno ha idea di come saranno i rapporti di forza sul terreno. Nessuno è in grado di decifrare le spinte che si muovono nel profondo di un’area geopolitica tenuta per decenni sotto chiave da regimi autoritari che abbiamo, più o meno, apertamente spalleggiato. E oggi è in ebollizione incontrollata.
L’unico dato, per il momento, certo è che si è innescata una reazione a catena. Paesi ritenuti blindati, come la Siria e la Giordania, sono stati rapidamente risucchiati in sanguinose manifestazioni di piazza. E, col ritorno del terrorismo a Gerusalemme, sono arrivati i primi segnali che c’è chi punta a approfittare del caos per tirare in ballo anche Israele, con le conseguenze traumatiche che è facile immaginare. Senza contare che siamo ormai a pochi passi dalla polveriera iraniana, coi suoi settanta milioni di abitanti sotto la cappa del più coriaceo – e agguerrito – fondamentalismo islamico.

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L’Italia confinata in seconda fila

L’Italia confinata in seconda fila

Nel caos della crisi libica, su un punto  almeno non ci sono dubbi: le decisioni più importanti, fino alla svolta degli ultimissimi giorni, sono passate sulla nostra testa. L’Italia è stata bypassata, politicamente e perfino geograficamente: a dispetto della vicinanza strategica delle nostre basi, i jet francesi che già ieri si sono fiondati su Bengasi se la sono vista da soli. Non è questo il momento per discutere le ragioni del nostro isolamento. Quanto abbia pesato – secondo le opposizioni – l’immagine deteriorata del nostro premier nella comunità internazionale, oltre al fatto che sia stato impegnato soprattutto a fronteggiare le proprie personali beghe giudiziarie. E quanto abbia influito il reticolo fittissimo di interessi e di uomini che ci lega alla Libia di Gheddafi: più di ogni altro paese occidentale, avevamo un bisogno maledetto di tempo per completare il rimpatrio di tanti nostri connazionali, e cercare di non compromettere del tutto gli equilibri aziendali e finanziari costruiti negli ultimi vent’anni. E quanto, infine, abbia contato il calcolo, fin troppo cinico, che alla fine l’apocalisse giapponese avrebbe avuto il sopravvento su ogni altra iniziativa internazionale, lasciando al colonnello campo libero per riconquistarsi il paese. Quale che sia l’intreccio di fattori che ci hanno messi sulla difensiva, i nostri alleati hanno deciso che non potevano fidarsi. E ci han tenuti fuori la porta.


E’ un esito paradossale, che provoca, nell’immediato, un misto di impotenza e di rabbia. Per come oggi stanno le cose, l’Italia non ha altra scelta che allinearsi alla risoluzione dell’Onu. Ma, al tempo stesso, è ben consapevole che la leadership delle operazioni militari è in altre mani. Le nostre coste sono l’unica vera frontiera fisica su cui impatteranno le conseguenze umanitarie immediate della guerra, con un esodo incontrollabile di disperati di ogni provenienza. Le nostre basi militari in Sicilia diventeranno inevitabilmente la testa di ponte per qualunque offensiva duratura e massiccia. Ma nell’elenco dei paesi impegnati a fare fuori il colonnello, Hillary Clinton ci ha nominati in coda alla lista. Centrali, anzi centralissimi per il prezzo e il contributo che siam chiamati a pagare, veniamo considerati e trattati come attori del tutto marginali.
Tutto ciò, in un quadro bellico i cui esiti appaiono tutt’altro che immediati. L’unico obiettivo certo della controffensiva blitz lanciata da Sarkozy è impedire che Gheddafi si riprenda Bengasi, privando i ribelli della loro ultima roccaforte.

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Tsunani in casa nostra ecco l’effetto globale

Tsunani in casa nostra ecco l’effetto globale

Si, già lo sapevamo. Ci ripetiamo continuamente che siamo entrati in una nuova era, globale e multimediale. Un’era di interdipendenza finanziaria, come ci ha duramente insegnato il crack del settembre 2008. E culturale, vista la omologazione crescente di consumi, comportamenti, valori. Però è solo in tragedie come questa che ha colpito la popolazione del Giappone, che sentiamo alla bocca dello stomaco quella sensazione precisa, inequivocabile che non c’è distanza che tenga: siamo in ballo anche noi. Non è solo il moto di pietà e solidarietà che è da sempre un privilegio della specie umana di fronte al dolore del prossimo. E’ un fatto nuovo, una vera e propria mutazione antropologica che investe la nostra identità, la ricodifica. Uno tsunami interiore dagli esiti ancora più incerti di quello che la natura ha scagliato venerdì sulle coste nipponiche. Con tre variabili che spiegano, e misurano, il cambiamento in corso.
Al primo posto c’è il dominio incontenibile della comunicazione visiva nel nostro sistema cognitivo. Il passaggio – nella icastica definizione di Sartori – da homo sapiens a homo videns.


Le immagini ci accompagnano ovunque, e sempre più con il coinvolgimento irresistibile del formato multimediale. Una foto si può provare ad ignorarla. Ma come staccare gli occhi dall’onda alta come un palazzo e veloce come un’aereo che ci insegue sugli schermi delle nostre case?
Poi c’è la condizione tecnica come architrave della nostra vita. Insieme all’ammirazione per il modo straordinario in cui in Giappone si sono dotati di tutti gli accorgimenti preventivi per limitare l’impatto catastrofico di un terremoto di questa portata, è scattato subito il quesito angoscioso: e noi? Se capitasse, come può capitare, anche qui, come siamo attrezzati a reagire? Se all’Aquila ci fosse stata la stessa magnitudo che a Sendai, Roma oggi sarebbe rasa al suolo. E cosa succederà se e quando ci sarà il Big One, e il destino si accanirà contro San Francisco o Los Angeles? Un evento che fino a ieri appariva comunque futuribile, da oggi torna ad essere una spada di damocle sul mondo, di ogni colore e latitudine.
Perchè su questo non c’è da farsi illusioni: il tracollo economico sarebbe di dimensioni incalcolabili. Ed è questo il terzo fattore della nostra identità globalizzata che da ieri è tornato a fibrillare.

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Campagna elettorale con l’eterno imputato

Campagna elettorale con l’eterno imputato

Ma quanto ancora durerà l’agonia della Seconda repubblica? Il nuovo regime inaugurato sulle macerie di Tangentopoli aveva come architrave il principio dell’alternanza, e come corollario l’esistenza di due forze in campo a contendersi la vittoria. Oggi è sempre più chiaro che quel principio non funziona più, non ha più alcuna forza propulsiva. E’ un simulacro cui restiamo aggrappati, perché serve a salvare la facciata della competizione democratica. E perché nessuno sa come sostituirlo, dove pescare un altro meccanismo che faccia ripartire il paese.
L’impasse è ben visibile a Roma, dove ormai da diversi mesi il Cavaliere sta in sella soltanto perché non c’è nessuno con la forza – o il coraggio – di mandarlo a casa. Non ci sono precedenti di leader così logorati e vilipesi, privi ormai di qualunque parvenza di credibilità internazionale e cosi assorbiti dalle proprie magagne personali da essere pervicacemente assenti dai fronti caldi dell’azione di governo.


Eppure, la debolezza, frammentazione e confusione del coacervo delle opposizioni continuano a mantenere in vita il premier a tempo indeterminato. E se solo si prova a immaginare cosa potrà succedere il giorno che Berlusconi – volente o nolente – fosse costretto ad uscire di scena, l’unica cosa chiara è che nessuno oggi sa dove andremo a parare. Detto ancora più crudamente, più cresce il bisogno di un’alternativa meno se ne intravede una all’orizzonte.
Se Roma piange, purtroppo, non sembra che se la passino meglio le città che pure erano state il primo e più promettente laboratorio dell’alternanza. Tra due mesi si voterà per eleggere i sindaci di capoluoghi chiave: Milano, Napoli, Torino, Bologna. E il dato che li accomuna è la carenza di forti leadership e chiare contrapposizioni programmatiche. L’unica eccezione è Torino, dove però, per riuscire a schierare una personalità di prestigio, il centrosinistra è ricorso addirittura a un ex-segretario nazionale. Per il resto, regna il basso profilo o peggio – come nel caso di Napoli – ancora non c’è neanche il profilo. Come siamo arrivati a questo punto?

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L’Occidente spiazzato dalla polveriera africana

L’Occidente spiazzato dalla polveriera africana

In questa ridda di quasi-informazioni e susseguirsi spasmodico di eventi che facciamo fatica a decifrare, le notizie destinate a durare sono due: la crisi è appena gli inizi, ed è sempre più vicina all’Italia. Per qualche giorno la propaganda mediatica in cui siamo, malgrado noi, impigliati ci aveva ripetuto il messaggio rassicurante e gratificante. Il Nord-africa stava prendendo il volo sulle ali della libertà. Grandi manifestazioni di piazza, giovani festanti e marcianti, tiranni che rapidamente cadevano dai loro piedistalli. Una enorme primavera di Praga, col lieto fine assicurato. Poi è arrivato Gheddafi, il guastafeste. Il sanguinario che non vuole mollare. E le cose si sono complicate. Sono cominciate le stragi, e d’improvviso abbiamo capito che non avevamo capito. Non avevamo le coordinate, una road-map per vagliare la consistenza delle forze in campo. Più la morsa del rais si sbriciolava, più l’unica certezza diventava la carneficina che sarebbe stato in grado di comandare prima di riuscire a fuggire o – come dice lui – farsi ammazzare. Ma oltre questa cortina di sangue, non siamo in grado di vedere.


Chi sono i suoi avversari, quale mappa di poteri e pressioni si agiti dietro l’etichetta di «ribelli» che accomuna, per convenzione e per comodo, l’ampio fronte degli oppositori. Cosa, insomma, ci riservi il futuro una volta che anche Tripoli cadrà, è una domanda cieca. Fatevi un giro per tutti i siti giornalistici e televisivi mondiali: continuiamo a brancolare nel buio. Le rade corrispondenze sul campo sono sporadiche, contraddittorie, addirittura autoreferenziali: appena è sbarcato in Libia un manipolo di giornalisti nostrani, la principale notizia – per due giorni – è stata il tentativo di pestarli. E quando arriva qualche informazione dettagliata, non fa che aumentare l’impressione di una crescente confusione. I vari ufficiali dell’esercito ammutinatisi negli ultimi giorni ignorano gli spostamenti reciproci, non sono coordinati e, molto più che da una causa comune, sembrano essere animati soprattutto da vecchi rancori. Nel frattempo, anche il quadro idilliaco confezionato per Tunisia ed Egitto si sta rapidamente sgretolando. Passati i primi giorni di entusiasmo, ci si è accorti che il cambiamento di regime si è limitato a cambiare la facciata. Anzi, la faccia dei tiranni.

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Sinistra obbligata a voltare pagina

Sinistra obbligata a voltare pagina

Possibile che, dopo quasi vent’anni, ancora non l’abbiano imparato? Possibile che la sinistra – da Occhetto a Bersani passando per Rutelli e Veltroni – resti prigioniera del demone – e mito – del Cavaliere? L’unico che sia riuscito a presentarsi al Paese con una propria agenda, una sua visione e obiettivo è stato Romano Prodi. Il solo che, seppure di misura, è riuscito a sconfiggere, per due volte, il Berlusca. Gli altri, invece, proprio non ce la fanno a evitare la sindrome perdente di giocare di rimessa, di sponda. Veltroni arrivò al paradosso di non nominarlo mai nei suoi comizi, conseguendo, ovviamente, il risultato di renderlo onnipresente. Ed ora, ora che il Premier è allo stremo di immagine, e forse anche di equilibrio fisico, continuano a ripetergli: «dimettiti». Cioè, quello che non farà mai, perchè equivarrebbe a un suicidio, giudiziario e politico. E visto che in Parlamento i numeri continua a racimolarli, in che modo è possibile pensare che si decida a levare il disturbo?


Nell’attesa che il premier faccia quello che tutti chiedono e lui non farà mai, il messaggio che si trasmette al paese è di una opposizione spuntata, che prova a tentarle tutte: ora tende la mano al terzo polo, proponendo la grande ammucchiata, ora fa l’occhiolino alla Lega dandole a intendere che sul federalismo si potrebbe trovare un accordo, ora agita lo spauracchio della piazza, ben sapendo, in cuor suo, che quella che potrebbe schierare il Cavaliere è ben più minacciosa e violenta. E più passano le settimane, più l’opinione pubblica si adagia sullo schema che tanto piace agli italiani: quello lì sarà pure un prepotente, ma il potere se lo tiene ben stretto; e quegli altri hanno una sola idea, fissa, di mandarlo a casa. Visto che non succederà nulla, meglio farsi gli affari propri.
E invece, mai come in questo frangente sarebbe vitale trasmettere agli italiani, tutti, quale che sia il colore politico, un segnale di allarme nazionale. Non per lo scandalo delle escort ad Arcore, su cui tutti, ormai, si sono fatti una propria idea, e non la cambiano.

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Oltre i partiti

Oltre i partiti

C’erano una volta i partiti. Capaci – come scriveva ieri Ajello su questo giornale – di «filtrare gli umori, canalizzare le rabbie, evitare sollevazioni sbracate e rapsodiche e restringere gli spazi della pancia per dilatare quelli della testa». Ed erano partiti forti, al punto che il nostro paese passava, in tutto l’Occidente, come la culla della mediazione, dei compromessi, ma anche dei valori gestiti e rappresentati dai partiti. L’impronta era così diffusa che si parlava criticamente di un regime partitocratico. Quando, però,  quel regime è crollato, ha lasciato un vuoto che nessuno sa come riuscire a colmare.
Paradossalmente, il problema ancora per qualche mese riusciremo ad esorcizzarlo, a non capirlo nella sua drammaticità. Finché reggerà il simulacro del colpevole – o martire – a senso unico, l’Italia potrà continuare a dividersi in due fazioni senza se e senza ma. Con l’unico obiettivo di abbattere – o far restare in sella – il Cavaliere. Ma, in realtà, stiamo già assistendo ai primi passi – sussulti, assalti – dell’Italia post-berlusconiana. E si può cominciare a far la mappa degli attori che resteranno in campo.


In parte, caratterizzati, contaminati dall’influenza e presenza ventennale del Grande Capo. In parte, all’opposto, plasmati dalle assenze del berlusconismo, gli spazi culturali e sociali trascurati, emarginati e che avranno finalmente l’occasione di tornare a farsi sentire.
Gli eredi – o meglio, gli orfani – del regime sono quelli che conosciamo meglio. Sono i partiti personalizzati, balcanizzati, verticalizzati che già riempiono il parlamento e che, uscito di scena il Cavaliere – diventeranno i nuovi padroni. O, più precisamente, padroncini. In rissa permanente tra di loro, intenti a tessere di giorno alleanze che, di notte, si sfalderanno. Lo schema è sotto i nostri occhi, già ampiamente collaudato. Ha cominciato il centrosinistra che, ad ogni legislatura, è riuscito a moltiplicare, al proprio interno, il numero delle casacche, creando a getto continuo nuove sigle e nuovi – aspiranti – leader. Tutto questo mentre ancora vigeva il pungolo ed il collante dell’anti-berlusconismo.

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Tempi supplementari

Tempi supplementari

Avessero il coraggio di farlo, tutti i partiti presenti in Parlamento manderebbero a Napolitano un bel fascio di fiori cadauno, con un biglietto di ringraziamento. Non per il ruolo di garante del rispetto istituzionale che il Presidente, ancora una volta, ha svolto senza tentennamenti. Ma perchè rifiutando di firmare il decreto-blitz del governo, il Capo dello Stato ha tolto, a tutti i contendenti, le castagne dal fuoco. Assumendosi, come di consueto, le responsabilità che gli competono, Napolitano ha, indirettamente, creato le condizioni migliori perchè la legislatura continuasse. Levando, in un colpo solo, dagli impacci maggioranza ed opposizione. Che mentre continuavano a gridare che bisognava correre alle urne, desideravano entrambe in cuor loro di rimanere saldamente ferme, attaccate alla proprie traballanti poltrone ministeriali e parlamentari.
Il primo ad esser grato al Presidente è, ovviamente, il Cavaliere. Se fosse stato emanato il decreto, la Lega si trovava in condizione di staccare finalmente la spina.


Si sa che Bossi è in pole position, qualora si andasse al voto, per aumentare considerevolmente i suoi consensi, ma può farlo solo a condizione di presentarsi con qualche gallone sulla bandiera federalista. Niente decreto, niente elezioni. E niente rebus per Berlusconi. Che, per quanto continui a dichiarare di esser pronto a buttarsi nella mischia, sa che nessuno oggi è in condizione di garantirgli la candidatura. Quanti tra i suoi colonnelli rischierebbero di ritrovarsi con un generale che, nel pieno della campagna elettorale, potrebbe svegliarsi un mattino con un filmino porno – vero o taroccato che sia – su internet e su tutti i giornali?  La bocciatura del decreto consente, invece, al premier di attestarsi sulla sua linea della resistenza a oltranza, e addirittura al rilancio del governo attraverso un mini-rimpasto.
A guardar bene, però, lo stesso Bossi non deve esserci rimasto tanto male. Intanto ha incassato il colpo con insolito fair-play, e ha impedito che i suoi ministri, come spesso accade, facessero qualche commento sopra le righe.

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Rebus elettorale

Rebus elettorale

Più passano le settimane, più diventa chiaro che la legislatura – e il paese – sono finiti in un vicolo cieco. Fino all’esplosione della bomba-sexy del caso Ruby, tutti si erano rassegnati all’ipotesi di tenere a galla il governo. Ci puntava, innanzitutto, il Cavaliere, che aveva ottenuto uno scudo dai suoi guai giudiziari, sub condicione, però, che restasse domiciliato a Palazzo Chigi. Ci puntava l’opposizione, a corto di fiato e di idee e senza la coesione indispensabile per affrontare la prova delle urne. Ne era contento il Terzo polo, ancora fragile nei collegamenti interni ed esposto alle continue incursioni con cui Berlusconi saccheggiava i suoi gruppi parlamentari. Ed era, tacitamente, l’obiettivo su cui aveva indefessamente lavorato il Capo dello Stato, consapevole che una crisi avrebbe esposto il paese alle incognite finanziarie dei mercati, sempre alla ricerca di un anello debole su cui scaricare i propri assalti speculativi. Ma l’escalation dello scandalo Ruby ha cambiato radicalmente lo scenario.


L’unico che non ha cambiato strategia, al momento, è Silvio Berlusconi. Lo scandalo lo ha indebolito poco – stando almeno agli ultimi sondaggi – nei consensi del suo elettorato, che sembrerebbe ormai assuefatto allo stile di vita incandescente del Premier. Però il Cavaliere è consapevole che la sua immagine internazionale è in picchiata, e che nei circoli diplomatici il buon nome dell’Italia è legato alle performance del ministro Tremonti. Se non ci fosse il ministro del Tesoro, verremmo considerati alla stregua di una repubblica delle banane. Ancora, forse, più preoccupante è il rating di cui il Premier oggi gode nella cerchia dei suoi ministri, stretti a lui, ormai, solo da un bisogno disperato di sopravvivenza. Ma, in cuor loro, si staranno chiedendo come è possibile che le loro carriere, il loro futuro politico e la dignità che gli rimane siano alla mercede dei festini organizzati nelle alcove di Arcore. Ciò che l’opposizione non smette di ripetere, ogni giorno, a gran voce non è molto diverso da quanto, in silenzio, stanno rimuginando i colonnelli del Cavaliere. Mentre in pubblico fanno spallucce, dentro di sè si vanno convincendo che così non si può andare avanti.

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Le incognite della spallata al Cavaliere

Le incognite della spallata al Cavaliere

Può darsi che alla fine la stangata riesca, e che il Cavaliere finisca sbalzato di sella. Può darsi. Siamo solo all’inizio dell’escalation delle rivelazioni. Telefonate e foto piccanti, prima o poi qualche video scabroso che stranamente ancora non è uscito e il Premier potrebbe rassegnarsi al fatto che guidare il paese diventa un’impresa impossibile. Che al di là del consenso di cui sembra continui a godere in casa propria, c’è una comunità internazionale di fronte a cui ha ormai perso la faccia. Perché si arrivi, però, a questo punto son necessarie due condizioni, due scelte al vertice dell’establishment che ancora non sono maturate.
La prima scelta riguarda il mondo indecifrabile delle gerarchie ecclesiastiche. Il monito che si è levato in questi giorni ha fatto scalpore sui giornali. Ma non è stato un grido di allarme, è rimasto – nei toni e nella sostanza – ancora a livello di rimbrotto. In questo senso, ha ragione Berlusconi a dire che la Chiesa non lo ha mollato. Almeno per ora. Vedremo se nei prossimi giorni la voce dei vescovi si farà sentire più forte.


E se ci saranno segnali di rivolta dalla periferia e dalla base, dai parroci che riempiono le chiese di credenti che, tornati a casa, si ritrovano alle prese con i seni – e i compensi milionari – della sfilza di maddalene transitate per la villa di Arcore. Certo, a leggere i sondaggi ripresi con risalto ieri dal Corriere, sembrerebbe che l’elettorato moderato sia formato da benpensanti con abbondanti peli sullo stomaco. Ma la Chiesa, nella sua millenaria esperienza, sa bene che è pericoloso lasciare il gregge in balia dei propri istinti. Se gli italiani sono lasciati troppo liberi di continuare a identificarsi con Silvio, anche quando si presenta nella veste di goliardico peccatore, il tasso di moralità collettiva rischia di scendere sotto il livello di guardia. E a quel punto sarà l’autorità della Chiesa a essere messa in discussione.
Se sta crescendo l’apprensione – e la pressione – del Vaticano, sale ancora più rapidamente la temperatura della Lega. Bossi, in questi giorni, ha tenuto abilmente bordone a Berlusconi. Tenendolo in vita e, al tempo stesso, tenendolo sul braciere.

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La via delle urne piena di incognite

La via delle urne piena di incognite

Si ricomincia a ballare. E’ durata ventiquattr’ore la tregua che la sentenza della Consulta sembrava aver proiettato sulla crisi della maggioranza di governo. E al calendario al rallentatore dei processi già in corso si è aggiunta la nuova accusa al fulmicotone della procura di Milano, di gran lunga il partito più agguerrito – tecnicamente e strategicamente – tra quanti, in tutti questi anni, hanno provato a mettere sotto scacco il Cavaliere. Vedremo come andrà a finire sul fronte strettamente giudiziario. Berlusconi, c’è da giurarlo, venderà cara anche stavolta la pelle. Però è anche certo che i magistrati milanesi, prima di lanciare l’ennesimo attacco personale e frontale, devono aver letto bene le carte. Avremo settimane roventi, e non si escludono colpi di scena.
Intanto, però, i primi effetti già si vedono nelle manovre delle truppe parlamentari interne alla maggioranza. E in quelle più limitrofe e esposte alle incursioni del calciomercato con cui, almeno fino a ieri, sembrava che il premier riuscisse a garantirsi, per quanto a stento, la tenuta dell’esecutivo che presiede.


Chi si apprestava a saltare il fosso, o magari già si era accordato per saltarlo, da oggi ha un motivo in più per procedere con cautela. Al tempo stesso, l’appoggio che Casini sembrava disposto a dare, a leggi alterne, alla scialuppa in difficoltà del governo diventa molto più problematico. Soprattutto se si considera il profilo sdrucciolevole sul piano morale delle accuse contestate al premier. Il serbatoio dei moderati cattolici, cui attinge prevalentemente l’Udc, non digerirebbe facilmente il salvagente a un premier portato a giudizio per concussione e prostituzione minorile.
Ma ancor più che per il rallentamento dell’operazione trasloco dalle truppe di Fini e di Casini, il Cavaliere è, in queste ore, preoccupato per le crepe che si possono aprire nella cerchia dei suoi alleati più fidati. Su Bossi sa di poter contare, almeno fino all’appuntamento fatidico in cui dovrebbe essere varato il federalismo che la Lega vuole portare assolutamente a casa. Più incerto è l’atteggiamento di Tremonti. Il ministro plenipotenziario del Tesoro funge, da tempo, come premier ombra del paese.

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Federalismo unitario

Federalismo unitario

E’ possibile la quadratura del cerchio prospettata, con la consueta lucidità, da Giorgio Napolitano nel suo discorso sul federalismo? La risposta piuttosto brusca di Bossi sembra lasciare pochi margini a un percorso che salvaguardi, al tempo stesso, lo spirito unitario ed il nuovo assetto federale su cui la Lega punta tutte le sue carte. E l’insofferenza della nomenklatura leghista per le celebrazioni risorgimentali dimostra il fastidio culturale nei confronti di un processo politico che i leghisti percepiscono come antiquato e inattuale, nel migliore dei casi un «amarcord» – come ha detto il governatore Zaia – lontano dai problemi reali e impellenti del paese.
Eppure, a saperla leggere con lungimiranza, la linea tracciata dal Capo dello Stato non è solo l’ennesimo tentativo di creare un clima meno bellicoso tra le forze poitiche in una fase così delicata e gravida di tensioni. Il richiamo del Presidente al «vizio d’origine del centralismo statale di impronta piemontese» non è una mera captatio benevolentiae nei confronti del partito di Bossi. In quel passaggio c’è molto di più.


C’è il nodo ancora irrisolto della nostra forma di stato e, più in generale, della questione nazionale italiana schiacciata in quella scelta drammatica di centralizzazione. Una scelta che non fu dettata da un progetto istituzionale coerente e premeditato. Ma dall’emergenza imposta dai problemi di ordine pubblico legati all’annessione, frettolosa quanto fortunosa, del Regno delle due Sicilie.
Il vero spartiacque non è rappresentato dallo schierarsi a favore o contro l’epopea risorgimentale, come invece purtroppo sta accadendo con il solito vizio italiano di alzare polveroni – e steccati – ideologici. La realtà storica – cui sarebbe interesse oggi di tutti dare ben maggiore riconoscimento e dignità – è che il faticoso processo di costruzione dell’Italia unita fu, per una lunga fase, egemonizzato dal modello istituzionale britannico del self-government e del decentramento. Per due ottime ragioni che apparivano, ai nostri padri fondatori, come una scelta naturale.

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Generazione giovani la sfida con i padri

Generazione giovani la sfida con i padri

Speriamo duri a lungo l’attenzione sul futuro dei giovani accesa da Giorgio Napolitano. Anche perchè non si è trattato di quel mix di rassicurazioni e incoraggiamenti che sono la ricetta preferita quando i politici affrontano un tema così drammatico. Al contrario, il Capo dello Stato non ha fatto sconti e ha tracciato un quadro duro e crudo di una realtà che, senza interventi radicali, è destinata a peggiorare. In Italia, infatti, ai fattori internazionali che insidiano l’avvenire dei giovani se ne aggiungono almeno due che dipendono dai caratteri originali del paese. E che sono, paradossalmente, proprio quelli su cui è più difficile intervenire. Se infatti la crisi demografica dei sistemi previdenziali e assistenziali insieme alla prospettiva di inversione della crescita economica lineare ad infinitum colpiscono tutto l’Occidente, la situazione italiana è appesantita da due aggravanti specifiche, una politica e l’altra socioculturale.
Il fattore politico è l’approccio dei nostri governanti alla questione giovanile. Alle oligarchie di partito, di destra come di sinistra, i giovani non interessano. Non servono.


Anzi, peggio, possono essere in qualche misura utilizzati solo se restano, il più a lungo possibile, in una qualche situazione di dipendenza dalle prebende pubbliche da somministrare, col contagocce, per i soliti canali micro-clientelari. Come spiegare altrimenti il disprezzo bipartisan per il mondo dell’università, della ricerca e, più in generale, della scuola che ha caratterizzato tutti gli esecutivi della seconda repubblica? Ogni anno, a ogni finanziaria, i giornali snocciolano le cifre della vergogna nazionale, l’Italia come fanalino di coda in tutti i comparti decisivi di investimento sul futuro. E ogni anno, non cambia niente. La stessa riforma Gelmini, senza bisogno di entrare nel merito dei singoli provvedimenti, si contraddistingue per il fatto di non essere riuscita a stanziare nemmeno l’ombra dei quattrini indispensabili a darle un po’ di slancio iniziale. Col rischio di ridursi a una congerie di microinterventi restrittivi e, in ultima istanza, punitivi di quelle risorse umane che andrebbero invece spronate e valorizzate.

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Il lancio del terzo polo agita le acque in casa Pd

Il lancio del terzo polo agita le acque in casa Pd

Come purtroppo previsto da tempo, il sistema si sta scollando. Berlusconi è riuscito anche stavolta a non farsi sbalzare da cavallo, ma nessuno – neanche il Cavaliere – si illude che si possa andare avanti con la formula che, per quasi vent’anni, ha retto la Seconda repubblica: di qua gli amici, e di la i nemici del Grande Comunicatore. Detta ancora più crudamente, sta tramontando il bipolarismo. Che, in barba a tutte le ricette degli ingegneri istituzionali, dipendeva solo dalla forza del Cavaliere, dal suo ruolo di calamita che, al tempo stesso, attraeva e respingeva le due metà del paese.
Ovviamente, siamo solo agli inizi del nuovo – si fa per dire – che si profila all’orizzonte. E proprio gli scenari più semplici sono quelli che, probabilmente, affonderanno per primi. Si è visto con il Terzo polo, sbandierato già da qualche mese come l’esito obbligato e moderato della crisi del bipolarismo di stampo berlusconiano e – per riflesso – prodiano.


Quale soluzione più appetibile – almeno per i suoi promotori – che rimettere la palla al centro, creando a tempo indeterminato una rendita di posizione per il proprio posizionamento strategico? Oggi, al sicuro, con la destra; domani, chissà, con la sinistra. Sempre, comunque, al potere. Nella speranza di resuscitare i fasti e la longevità della centralità democristiana.
Ma, arrivati alla prova dei fatti, gli intenti di Fini e Casini si sono alquanto ingarbugliati. Sia per la competizione inevitabile tra due galli che difficilmente possono convivere a lungo in un pollaio, peraltro – almeno per il momento – piuttosto angusto. Ma anche perchè la presa dei due leader sui rispettivi partiti non è abbastanza salda da evitare le sirene berlusconiane. Si è visto con lo scivolone clamoroso di un pezzo decisivo di Fli. E, molto probabilmente, lo spettacolo della diaspora dei parlamentari neo-centristi continuerà nei prossimi mesi, anche tra le fila un po’ più collaudate dei seguaci di Casini.

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Armi e limiti del fronte anti-Cavaliere

Armi e limiti del fronte anti-Cavaliere

Con tutti i riflettori puntati sul voto tra due giorni alla Camera, la manifestazione del PD può essere sembrata un diversivo. Quasi un modo di prendere atto che, della partita che si giocherà in Parlamento, l’opposizione non può tirare le fila. Il boccino ce l’ha il Terzo polo, sono loro che stanno cercando di mettere Berlusconi sotto scacco. E’ sui futuristi di Fini che il Premier sta lavorando, giorno e notte, per strappare qualche defezione. Innanzitutto per riuscire a passare con un margine dignitoso la prova della fiducia. Ma, ancor più, per avere in mano qualche numero – e qualche carta – con cui rilanciare una volta che, il 15 dicembre, si troverà a dire il paese come intende continuare a governare. Su tutto ciò le tante bandiere che ieri hanno sventolato a San Giovanni poco possono dire, e influire.
Infatti, non è intorno a questo tavolo che è interessato a sedersi Bersani. Il segretario PD è consapevole che, anche dovesse riuscire il ribaltone, appare estremamente improbabile che possa prendere forma quel governo di responsabilità nazionale che alcuni avevano, fino a poco tempo fa, vagheggiato.


In un contesto così deteriorato, i temi di una possibile intesa sarebbero controversi e fragili. A cominciare dalla riforma della legge elettorale, che tutti dicono di voler cambiare ma, al solito, con visioni – e interessi – difficilmente conciliabili. Se, infatti, è semplice gridare allo scandalo per tutti i guasti che il Porcellum ha introdotto nel nostro sistema politico, il fronte anti-berlusconiano si ritrova molto meno compatto se si passa dal dire al fare, o almeno al proporre.
Senza contare che, al momento, proprio il pastrocchio elettorale vigente potrebbe rivelarsi un grimaldello per dare il benservito al Cavaliere. A leggere i sondaggi più recenti, la formazione del Terzo polo potrebbe produrre uno scenario simile a quello con cui l’Ulivo riuscì a vincere nel ‘96. In quell’occasione fu la Lega che, decidendosi a correre da sola, mise fuori partita Berlusconi in un bel gruzzolo di collegi del Nord, dando via libera al centrosinistra. Stavolta la sommatoria dei voti di Fini e di Casini – magari con l’innesto in extremis di qualche outsider alla Montezemolo – potrebbe sottrarre all’alleanza tra il Premier e il Senatur il primato che, fino a poco fa, appariva a tutti inespugnabile.

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Ciclone Assange le conseguenze per 007 e privacy

Ciclone Assange le conseguenze per 007 e privacy

Facciamo prima, come doveroso, la più assoluta e convinta professione di fede nella trasparenza, nel diritto alla libera circolazione delle idee che sono – ci mancherebbe – i fondamenti di ogni buona democrazia.  E diamo per scontato che tutti, ma proprio tutti i nostri lettori stiano facendo legittimamente il tifo per il coraggiosissimo Assange, profeta del nuovo futuribile ordine della informazione globale. Però, esaurito l’entusiasmo per le figuracce cui i leader – di ogni ordine e grado – si sono trovati esposti, e messa per un momento da parte la morbosa curiosità con cui si aspetta il prosieguo del fiume in piena delle rivelazioni, è opportuno cominciare a affrontare alcuni nodi che restano spinosi. E ancora di più lo diverranno nelle prossime settimane. Il primo riguarda la speranza di un qualche tipo di riforma della diplomazia internazionale. Che, nell’era post-wikileaks, diventerebbe molto più buonista e politically correct e, soprattutto, più attenta a misurare i giudizi, soprattutto se ottenuti sulla base di contatti confidenziali. Non scherziamo.


Quest’immagine di ambasciatori e informatori non è soltanto improbabile, è dannosa. Pensare che i ristretti circoli oligarchici che hanno – grazie al voto popolare – la responsabilità di gestire la sicurezza nazionale debbano conformarsi all’etichetta dei cerimoniali – e delle dichiarazioni – ufficiali, significa semplicemente pretendere che smettano di lavorare. Quello che, invece, succederà è un’ulteriore stretta sui sistemi di segretezza, di controllo, di delazione che, da quando esiste la politica, sono un ingrediente purtroppo ineliminabile della gestione del potere. Sistemi che in questi ultimi anni, anche dopo la tragica svolta seguita al crollo delle torri gemelle, hanno subito una rapida evoluzione.
Il rischio, però, più grave è che le reazioni non si limitino a una riorganizzazione interna, in chiave ancora più verticistica, degli apparati di intelligence. L’idea, un po’ ingenua, che la rete sia la nuova frontiera della discussione, e denuncia, pubblica dimentica che le stesse infrastrutture informatiche sono, al tempo stesso, il veicolo di un occhio elettronico al cui confronto il Panopticon di Bentham è un giocattolo da asili nido.

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Una crisi di governo non è un complotto

Una crisi di governo non è un complotto

Il dado, purtroppo, sembra tratto. Prima le esternazioni, smentite solo a metà, di un ministro su un complotto internazionale ai danni dell’Italia ordito mettendo insieme le macerie di Pompei, la monnezza di Napoli e quella della Finmeccanica. Ora scende in campo direttamente il Premier, pronunciando le parole fatidiche che possono diventare benzina sul fuoco dello show-down in corso. Evocando espressamente il fantasma di una crisi di credibilità che potrebbe «spaventare i mercati e gli investitori internazionali», portando il paese «sulla stessa strada di Grecia e Irlanda». Fortuna – ma forse non è un caso – che ieri e oggi le borse sono chiuse. E fortuna – almeno si spera – che i mercati sono abituati a non prendere troppo sul serio le uscite del Cavaliere. Che, si sa, ha la battuta facile e a volte parla sopra le righe. Ma, appena la settima scorsa, per molto meno la Merkel ha scatenato un brivido, e un consistente ribasso, da Francoforte a Wall Street. E’ possibile che Berlusconi non si sia reso conto dei rischi cui una simile dichiarazione espone, al tempo stesso, l’Italia e l’Europa?


Chiariamo. Non è certo colpa del Premier se l’Italia, già da qualche tempo, viene inclusa nel maledetto acronimo che individua le nazioni passibili di un potenziale crollo finanziario. Ma lo si fa in sordina, con cautela, specificando che la «i» di pigs non starebbe solo per Irlanda, ma includerebbe anche noi in compagnia di Portogallo, Grecia e Spagna. Tanta accortezza non è una questione di bon-ton. Molto più crudamente, l’Italia appartiene a una categoria diversa, con dimensioni che renderebbero un tentativo di salvataggio impraticabile. Dopo che la bancarotta di Lehman è stata ritenuta responsabile del crollo del 2008, politici ed economisti si sono convinti che esistono istituzioni finanziarie «troppo grandi per fallire». Solo che sono bastati pochi mesi perchè dalle grandi banche si passasse agli stati sovrani. E quando si è trattato di accettare che anche la Grecia era troppo grande per fallire, la mole degli interventi richiesti ha spaventato i leader europei chiamati al capezzale ellenico. Tuttavia, dopo molte esitazioni, l’Europa è riuscita a muoversi, e lo stesso ora sta facendo per tappare la falla irlandese.

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Le emergenze e la lezione del terremoto

Le emergenze e la lezione del terremoto

Quanto dura una catastrofe? Dipende, direte voi. E il pensiero corre, in prima battuta, al’impatto fisico immediato: gli attimi interminabili del sisma, la violenza incontrollabile dell’uragano, il petrolio che scoppia e affoga tutto quello che può abbracciare. Questo è il tempo che tutti vediamo, entra subito nel circuito mediatico, ci coinvolge emotivamente come comunità nazionale, a volte anche internazionale. Poi, cambia inesorabimente l’agenda. Haiti, anche con il colera, non riesce più a fare notizia. La durata delle catastrofi diventa un fatto locale, riguarda il sistema umano, sociale, culturale, economico del contesto dove il fato ha colpito. L’unica che continua a tenere saldamente le fila – e le reti – dei rapporti tra il prima e il dopo, tra la periferia e il centro è la politica. E’ la politica a controllare i flussi del danaro che, insieme al dolore e agli sciacalli, è il terzo, immancabile protagonista di ogni catastrofe. Ed è attraverso la politica che viene riorganizzato il sistema di potere, spesso in forme che la stessa politica è incapace di prevedere. E dalle quali in molte occasioni finisce con l’essere travolta.


Chi voglia ritrovare le tracce politiche, trent’anni dopo, di quel terremoto farebbe bene, allora, a non fermarsi ai luoghi più direttamente investiti. I paesi meglio o peggio ricostruiti. Le gestioni più o meno efficienti. Le popolazioni più o meno alacri. Tutti bilanci sacrosanti, e tutte comparazioni ineccepibili che, in questi anni, ad ogni anniversario, abbiamo diligentemente compilato. Fermandoci alla superficie del fenomeno, quella immediatamente analizzabile e documentabile. Ma l’epicentro politico del terremoto del 23 novembre non è statal’Irpinia, è stata Napoli. Era a Napoli che il sistema politico aveva la sua cabina di regia. E’ da Napoli che per dieci anni i fondi stanziati per il terremoto hanno ridisegnato gli assetti del potere in tutta la regione. Stravolgendone i tratti originari, al punto che la stessa classe dirigente che aveva messo in moto il processo si è ritrovata sbalzata di sella.

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Terza Repubblica alleanze variabili

Terza Repubblica alleanze variabili

Già in passato Berlusconi è riuscito a risolvere situazioni ingarbugliatissime. O a risorgere quando – quasi – tutti lo davano per spacciato. Stavolta sembra, però, difficile che basti un colpo d’ala (e quale?) per ribaltare il vento che si è messo, gelido, a soffiargli contro. Il sondaggio dell’ISPO pubblicato ieri con evidenza sul Corriere snocciola cifre che fanno intravedere un’accelerazione della crisi. Renato Mannheimer non è solo tra i più autorevoli sondaggisti italiani. E’ anche, per la sua pluridecennale esperienza, uno che raramente si sbilancia nel delineare trend virtuali, ben consapevole dell’incertezza e volatilità delle opinioni soprattutto quando le elezioni restano ancora solo un’ipotesi. Proprio per questo, le percentuali presentate colpiscono il lettore e ancor più, c’è da scommettere, colpiranno i leader più direttamente interessati. I dati salienti sono tre, e tutti remano contro la durata del governo di Silvio Berlusconi. Il primo riguarda il calo verticale dei consensi per il Pdl, oggi stimati al 26.5 per cento, solo due punti sopra il Pd.


Il quale – ed è la seconda indicazione – pur restando per il momento al palo, può vantare un elettorato potenziale molto ampio: il 42 per cento, rispetto al 31 in cui il Pdl sembrerebbe restare confinato.
Ma i numeri più eclatanti sono quelli che confermano il neo-partito di Fini sopra l’8 per cento. Il presidente della Camera sembra riuscito a consolidare un serbatoio che equivarrebbe ai voti raccolti due anni fa dalla Lega. Con l’attuale legge elettorale, e se Fini riuscisse a far parte di una nuova coalizione vincente, ciò equivarrebbe a un numero di deputati quasi doppio rispetto al drappello dei finiani oggi presenti a Montecitorio. E qui entriamo nel vivo dei discorsi che, in queste ore, tengono sulle spine molti parlamentari eletti nelle schiere del Cavaliere. Sondaggi alla mano, molti seggi alla Camera e al Senato nelle file del centrodestra non verrebbero riconfermati. Mettendo insieme le perplessità sulla condotta presente del Cavaliere con quelle, ancora più pesanti, sulla sua tenuta futura, la spinta al cambio di casacca si sta facendo, per molti, irresistibile.

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I rischi dell’ennesimo partito personalizzato

I rischi dell’ennesimo partito personalizzato

Dopo molte esitazioni e zig-zag, anche Fini arriva al crocevia. Il passaggio obbligato con il quale, volente o nolente, deve misurarsi ogni politico che voglia sfondare sulla scena italiana: la nascita di un partito personale. Tra i marchi che il Cavaliere ha impresso sulla nostra storia, non c’è solo la geniale invenzione di un partito fatto, in pochi mesi, a propria immagine e somiglianza (e finanziato con le proprie aziende e reti televisive). Nel volgere di questi quindici anni, il modello del partito personale ha fatto scuola ed è diventato il tratto distintivo del nostro sistema politico. Con la parziale eccezione di Bersani (che anche per questo segna il passo), da Di Pietro a Casini a Bossi, passando per le versioni locali di Mastella, Lombardo o Vendola, non c’è organizzazione di rilievo che non si identifichi e dipenda dal proprio fondatore, e capo.
Tra tutti i leader italiani, Fini è, forse, il più consapevole delle trappole di questa forma personalistica e piramidale di strutturazione di un partito. Innanzitutto per aver convissuto a lungo, spalla a spalla, con Berlusconi e la sua concezione padronale della vita politica.


E poi per aver cercato, a proprie spese, la strada dell’emancipazione quando ha accettato di costruire il Pdl, che, come principale obiettivo, aveva quello di metter fine all’anomalia di Forza Italia. Invece, l’esperimento è fallito. Perché due leader sotto lo stesso tetto, in Italia, non possono durare, tanto più se si tratta di un capo della stazza di Berlusconi che deve condividere la scena con un cavallo di razza ancora giovane, e scalpitante, come Gianfranco Fini.
Naturalmente, ci sono alcuni anticorpi contro il virus del partito personale, e il presidente della Camera sta cercando di utilizzarli tutti. Il primo è stato tenersi ben stretto il proprio ruolo istituzionale che, almeno fino a un certo punto, funge da scudo protettivo contro gli eccessi della politica – e delle leggi – ad personam. Il secondo rimedio è di puntare su un apparato ideale il più possibile consolidato e universalistico. Ed è questa l’operazione più importante, e interessante, in cui Futuro e libertà sembra, attualmente, impegnarsi. Rivitalizzare e rilanciare alcuni miti e parole d’ordine che appartengono al patrimonio storico della politica collettiva: come patria, stato, nazione.

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L’anno zero del sistema all’italiana

L’anno zero del sistema all’italiana

Ammettiamolo, fa una certa impressione prendere in mano un quotidiano italiano e confrontarlo con uno americano, un paragone che l’accesso al Web rende ancora più semplice e impietoso. C’è un tratto in comune, ed è lo stesso che riguarda, oggi, ogni grande democrazia: la personalizzazione del comando, gli occhi – e i fucili – puntati su chi siede nella cabina di regia. Su chi si è guadagnato il titolo di uomo più potente del paese – si tratti di un presidente o di un premier – e si ritrova il compito ingrato di soddisfare una marea montante di aspettative. In questo, non c’è differenza tra Obama e Berlusconi, o Sarkozy. Il cambiamento, abissale, è nei temi in cui i leader vengono ingaggiati nello scontro con l’opinione pubblica. Il presidente francese è sui carboni ardenti per le sue leggi impopolari in materia di pensionamento. Obama è sotto tiro, e rischia di perdere la maggioranza al Congresso,  per le difficili scelte sul fronte della politica finanziaria e fiscale.


Berlusconi occupa, invece, le prime pagine dei giornali per le beghe interne al suo partito o, peggio, per la propria irrefrenabile propensione a dedicare generosità – ed attenzione – a splendide minorenni. Di fronte a un quadro così frustrante, la scorciatoia più soddisfacente è prendersela col Cavaliere. Magari aggiungendo la solita frase autodenigratoria che gli italiani hanno ciò che si meritano. La spiegazione, però, è un po? più complicata. Anche se non più gratificante.
Se Berlusconi sparisse di scena – e, prima o poi, dovrà succedere – non per questo ci ritroveremmo a disporre di un dibattito pubblico centrato sui temi più salienti e cruciali per il benessere della Nazione. Certo, il Cavaliere è forse unico nel panorama internazionale per la sua capacità di mixare – a ogni livello – pubblico e privato. Ma il problema italiano va oltre le performance narcisistiche del suo premier, e riguarda un ritardo storico nello sviluppo di un’opinione pubblica capace di documentarsi e appassionarsi su temi che, inevitabilmente, sono complicati e complessi.

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Il fattore leadership

Il fattore leadership

Tra un po’, al posto del terzo polo, va a finire che nasce il polo unico. Dopo quindici anni di tentativi di impiantare anche sul suolo italico il bipolarismo di cui si nutrono tutte le democrazie moderne, è cominciata una corsa al centro che non risparmia nessun partito. Anche Vendola, l’ultimo leader di una sinistra senza se e senza ma, ha proclamato la sua disponibilità ad allearsi con l’udc di Casini. E solo per evitare l’imbarazzo – inevitabile e reciproco – non ha esteso l’invito anche a Fini. Quale che sia la durata temporale del partitino che Niki ha battezzato, il suo arco spaziale si è già ampliato verso l’elettorato moderato. Non ci vuole molto per spiegare questa improvvisa unità di intenti – e di direzione di marcia. Come ha ricordato Franceschini – che, da ex-democristiano, ha sempre i piedi piantati per terra – se il nascituro terzo polo dovesse allearsi con la destra, ciò che resta della sinistra rimarrà all’opposizione «per i prossimi cinquant’anni». Dunque, tutti alla corte di Casini e di Fini. Sperando che si decidano a mettere Berlusconi fuori gioco, e a riaprire una partita che, da sola, la sinistra non sa più come giocare.


Sulla strada, però, del Polone, un megacontenitore a dominanza centrista che detti condizioni e alleanze, c’è una complicazione, che non conviene sottovalutare. Si chiama il fattore leadership. Con tempestività e abilità, Fini ha richiamato l’attenzione sui limiti del partito carismatico, buono a vincere le elezioni ma molto meno capace di reggere alla prova del governo. Si potrebbe, al solito, obiettare, che l’autocritica arriva un po’ in ritardo. Visto che, per quindici anni, il centrodestra è andato avanti quasi esclusivamente affidandosi al carisma di Silvio Berlusconi. Ma, piuttosto che all’ennesima polemica col Cavaliere, le osservazioni del presidente della Camera sembrano rivolte al problema iniziale – e principale – che il terzo polo si troverebbe ad affrontare: a chi spetterebbe la leadership? Già tra Fini e Casini, non si capisce come si farebbe a scegliere. Ma che succederebbe nel caso che scendesse in campo Montezemolo, certo non con la vocazione di mettersi a fare il gregario? E al tempo stesso, quale parte in commedia spetterebbe a Bersani e a Vendola, entrambi comprensibilmente animati da sano spirito di protagonismo?

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Torna la sinistra di piazza

Torna la sinistra di piazza

Fa bene a tutti, anche al centrodestra, la grande manifestazioni che ieri ha inondato le strade di Roma con la politica in carne e ossa. Non le schermaglie parlamentari, non le faide della nomenklatura, non i dossier avvelenati a mezzo stampa. Ma centinaia di migliaia di persone che si mettono in viaggio da lontano, discutono, manifestano e testimoniano di un’Italia attanagliata dalla crisi, ma desiderosa di contare, farsi sentire, contrastare la deriva di un governo che appare sempre più lontano e imballato. Incapace di misurarsi fino in fondo con la realtà. Perfino in un’occasione importante e delicata come questa, i ministri hanno parlato soltanto per mettere le mani avanti contro il rischio di qualche incidente. Dando l’impressione di avere un’idea di democrazia limitata alle parole, ai proclami, ai diktat che piovono dall’alto.
E invece, mai come in questo momento il governo dovrebbe dare prova di sapere ascoltare, e intercettare un malessere che può trasformarsi in una miscela esplosiva. I dati di Bankitalia sottolineano come il fronte più caldo resta quello della disoccupazione. La ripresa dell’economia, per quanto incerta e stentata, avviene comunque a discapito dei posti di lavoro. Le aziende che hanno ridotto gli organici e affrontato una ristrutturazione difficile per sopravvivere e uscire dal tunnel, non hanno alcuna intenzione di riassumere.


Al tempo stesso, diventa sempre più pesante il quadro dell’occupazione precaria, soprattutto nel settore pubblico. La scure che si è abbattuta sui bilanci degli enti locali, adesso diventa molto più visibile. La grande maggioranza dei contratti a tempo determinato – legati a settori vitali come la sanità, la formazione, l’assistenza – non vengono più rinnovati. Dopo un anno in cui si è andati avanti grazie ai finanziamenti preesistenti, i rubinetti si sono chiusi. La presenza massiccia nei cortei e a piazza San Giovanni del mondo del volontariato sociale e dell’associazionismo è un altro indicatore delle fasce giovanili più aspramente colpite. La galassia del lavoro flessibile, che fino a ieri era riuscita in qualche modo a rimanere a galla, oggi si trova a fare i conti con un futuro senza prospettive.
Il dramma che sta vivendo il paese non è certo una peculiarità italiana. La catastrofe finanziaria di due anni fa continua a far sentire i suoi colpi in ogni angolo del pianeta. E perfino l’America di Obama, che per prima è riuscita a rimettere in moto la macchina produttiva, non riesce a venire a capo del dato più inquietante, la contrazione dell’occupazione.

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L’ultima carta per vincere

L’ultima carta per vincere

Di dossier (vero) in dossier (burla), continua l’alta tensione mediatica all’interno dell’opposizione. Contagiando ora anche l’establishment più paludato e, fino a ieri, intoccabile. E dando sempre più l’impressione che la partita stia sfuggendo di mano ai principali protagonisti. Il premier si barcamena tra una minaccia e una mediazione, Fini cerca di tenere il punto ma anche di prendere tempo. Nessuno vorrebbe le elezioni ma, di questo passo e con questi toni, è facile che ci scappi l’incidente che manda a gambe all’aria il governo. Di fronte a questo parapiglia che coinvolge i massimi vertici istituzionali del paese, l’unica che tiene saldo il timone è la Lega, con la stessa bussola che la guida ormai da vent’anni: dividere l’Italia in due. L’obiettivo non è cambiato, anche se, col passare degli anni, sono mutate le strategie. A seconda delle circostanze e delle opportunità, più aggressive o più flessibili. Ma con una crescita costante del peso della Lega nella società, nei gangli amministrativi e, in questi mesi, anche nell’opinione pubblica.


Chi, a una lettura superficiale, non si sente d’accordo con Zaia quando, sul Corriere della Sera, bacchetta i napoletani e i campani perchè non sanno smaltire i rifiuti? Pazienza che l’assessore Romano avesse già ricordato che in Veneto nessuno voleva mandarceli. Ma l’immagine dei rifiuti che puzzano buca subito l’immaginazione, e colpisce il paragone con Pompei che duemila anni fa (ma è poi vero?) risultava molto più efficiente. In realtà, a approfondire l’intervista, ci si accorge che è un guazzabuglio di luoghi comuni. Perchè mai tra i primi compiti di una amministrazione regionale dovrebbe esserci la sanità (in cui si dà per scontato che i meriduli facciano sempre peggio che al Nord)? Non è così nella privatistica America, nè nella pubblicissima Inghilterra, nè in Francia col suo sistema misto: tutti servizi sanitari gestiti su base nazionale. Ed è possibile che un governatore, nel trattare un tema complesso come quello del ciclo dei rifiuti, dimentichi (o forse proprio non sa) come il problema viene affrontato a Roma, in Sicilia e in tante aree del Nord, smaltendo – si fa per dire – la monnezza in un arcipelago di cave?

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Se il Sud volta le spalle al Cavaliere

Se il Sud volta le spalle al Cavaliere

E’ inutile farsi illusioni. I segnali di pace durano lo spazio di un paio di interviste, e di un voto scontato in Parlamento. Siamo solo alle prime mosse della lunga partita a scacchi che oppone Berlusconi ai suoi alleati: quelli di ieri, quelli dell’altroieri e quelli – i più pericolosi – di oggi. Al momento, l’unico assente al tavolo è il partito che ufficialmente rappresenta la minoranza parlamentare. Un segno di quanto pervasivo sia stato, e ancora sia, il berlusconismo nel paese. Un sistema di potere che implode non per gli attacchi esterni, ma per la sua corrosione endogena.
A sentire il ministro degli Interni, che in materia dovrebbe intendersene, l’esito dello scontro è scontato: in primavera si andrà alle elezioni. E l’unica certezza in una mano in cui tutti nascondono le carte è rappresentata dalla Lega. Ha tutto da guadagnare dal voto. Se vince il centrodestra, il peso di Bossi nella coalizione salirà enormemente, e sarà a lui a gestire il gioco quando arriverà il momento di decidere la successione a Napolitano.


Nell’ipotesi – al momento improbabie – che il centrodestra dovesse perdere, sarà a causa di una disfatta del Pdl. Berlusconi uscirà malamente – e definitivamente – di scena, e la Lega potrà puntare al primato in tutte le regioni del Nord. Per queste stesse ragioni, Berlusconi – a dispetto delle dichiarazioni ad effetto cui, per carattere, non rinuncia mai – non ha fretta, e non ha nessuna voglia, di ritornare alle urne. Anche perchè ha capito che la sfida vera non sarà sui temi su cui oggi rischia di cadere il governo. Per quanto siano importanti le leggi sulla giustizia e la magistratura, per salvare sia la propria poltrona che la faccia di Gianfranco Fini, il premier è consapevole che non saranno queste decisioni a orientare il voto degli italiani. In un momento di crisi economica sempre più grave e prolungata, la tasca conta molto di più delle pur nobili questioni di principio. Soprattutto nell’area del paese che è, già da diversi anni, l’ago della bilancia elettorale. Anche per questo, negli ultimi giorni, si stanno moltiplicando le occasioni in cui il Cavaliere cerca di riprendere l’iniziativa sul Mezzogiorno. E di recuperare un ritardo che appare sempre più drammatico.

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Faida infinita rassegniamoci alle elezioni

Faida infinita rassegniamoci alle elezioni

Messo da parte – si fa per dire – lo sdegno per lo spettacolo di un paese appeso a una congiura immobiliare, la domanda che resta sul tappeto è come e perchè siamo arrivati a questo punto. Come, cioè, sia stato possibile che una importante democrazia industriale si sia ridotta a giocarsi le sorti del governo e della legislatura sull’identikit del proprietario di un quartino a Montecarlo. La reazione più naturale e comprensibile è che ci sia una sproporzione smisurata tra i problemi di cui dovremmo occuparci e la farsa che, per diverse settimane, ha tenuto il paese in bilico. Ed è facile convenire sul fatto che entrambi i protagonisti dello scontro ci abbiamo fatto una cattivsa figura, e abbiamo reso un pessimo servizio al paese. Purtroppo, però, non si tratta di un incidente di percorso. Non ci resta nemmeno la – magra – consolazione di sperare che, almeno in futuro, bisticci simili e così disastrosi non si ripeteranno. Al contrario, il dato più inquietante del cul de sac in cui ci siamo infilati va al di là delle stesse intenzioni – e responsabilità – dei duellanti. La faida cui stiamo assistendo è lo specchio di un guasto più profondo: la riduzione di ogni dimensione politica alla logica, meschina e impietosa, della politica personale.
Il fenomeno della personalizzazione politica non è certo una novità, da tempo sta cambiando la vita delle grandi democrazie.


Basti pensare alle modificazioni delle campagne elettorali, dove pesano sempre meno i partiti e la fanno da mattatore i candidati. O alle trasformazioni che investono la sfera istituzionale, con presidenti e capi di governo – ma anche sindaci e governatori – che accentuano la visibilità e il primato delle funzioni esecutive rispetto al ruolo sempre più marginale delle assemblee legislative. A fare da catalizzatore, e da volano, della personalizzazione politica c’è l’influenza sempre più invasiva dei media che – si tratti di tv, giornali o internet – preferiscono il linguaggio a presa rapida delle singole personalità. Un volto, un look o una semplice battuta, catturano l’attenzione molto meglio di un complicato ragionamento.
Questi tratti della personalizzazione possono esser visti come un portato della modernità. Le campagne centrate sul candidato hanno anche il merito di renderlo più vicino ai cittadini, gli esecutivi più forti e monocratici aiutano ad affrontare le sfide sempre più ardue della società globale; e l’irresistibile leggerezza dei media porta anche, con sè, molta più trasparenza e, per chi la vuole cercare, informazione.

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L’identità perduta dei Democratici

L’identità perduta dei Democratici

Il ritorno in pista di Veltroni – anzi, in campo, alla Berlusconi – lascia perplesso l’elettore comune. E’ impossibile non condividere la amara constatazione di Bindi, che la sortita dell’ex-segretario «ripropone l’immagine di un partito nella bufera». D’altronde il testo originario del documento dei contestatari parlava di un «partito senza bussola». Il che, aggiunto alla bufera, fa prevedere un prossimo naufragio dell’ennesimo tentativo, a sinistra, di rifondare qualcosa (ho perso il conto, ma dovrebbe trattarsi, ormai, della cosa 5). Perchè allora  uno come Veltroni, che certo non è un novellino, si è imbarcato per questa rotta tempestosa?
Nello spiegare il perdurante fallimento dei riformisti in Italia, Angelo Panebianco, sul Corriere, mette a nudo l’assenza di una chiara identità, di un progetto ben riconoscibile. Vedendo in ciò soprattutto un errore di strategia, un difetto nelle scelte della leadership: «anziché elaborare proposte, costruirvi sopra una identità chiara, e solo dopo tessere le alleanze in funzione delle proposte e dell’identità, il Pd è partito dalla coda, dalle alleanze.


Impantanandosi, non riuscendo a stabilire un rapporto forte con l’opinione pubblica». Il guaio è che appare difficile ribaltare questa tendenza, visto che – con l’eccezione della Lega – sembra finita da un pezzo la stagione delle identità forti. Lo stesso Berlusconi ha sfruttato il vecchio tema dell’anicomunismo, ma certo, in quindici anni di indiscussa egemonia sulla scena politica, non è riuscito a partorire una minima identità del centrodestra. E l’implosione di queste settimane ne è la impietosa conferma. Le vittorie del Cavaliere sono dovute al suo carisma personale, ai suoi eccezionali mezzi finanziari e televisivi, e alle sue doti di comunicatore: tutti fattori che poco hanno a che vedere con la nascita di un vero partito.
In pratica, sia a destra che a sinistra sembrano miseramente impantanati gli sforzi di dar vita a due partiti con un profilo ben riconoscibile che prescinda dal leader di turno, e faccia invece capo a dei saldi ancoraggi culturali e programmatici. Su questa amara conclusione convergono i giudizi dei molti scienziati politici riuniti in questi giorni a Venezia per il loro convegno annuale. A cominciare dalla relazione introduttiva di Ilvo Diamanti, che ha criticato i modelli prevalenti nel dibattito pubblico.

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Senza sud

Senza sud

Non meriterebbero commenti, le parole di Brunetta sul Sud pronunciate a un corso di formazione (!) di militanti del Pdl. Se un ministro intelligente e capace passa così vistosamente il segno, gli andrebbe applicata la regola aurea del «semel in anno». Ma parlare di Napoli e Caserta (con l’appendice della Calabria) come di un «cancro politico e sociale» estirpato il quale l’Italia «sarebbe prima in Europa», più che riflettere il pensiero del Ministro (che immaginiamo se ne sia già pentito) sono il segnale di un clima arroventato che va, ormai, ben oltre le farneticanti tesi della Lega di Bossi.
E’ noto che le idee più stupide sono le più pericolose. Anche perchè più facilmente trovano il supporto mediatico che fa loro da moltiplicatore. E l’idea con cui la Lega da vent’anni martella l’opinione pubblica è che si può fare a meno della storia, della politica, del diritto costituzionale, e perfino della geografia. Basta l’aritmentica. Per avere il paese ideale, basta prendere una tabella statistica ed eliminare le righe col segno meno.


Non esistono più culture, popoli, legami commerciali, aziende e servizi innervati su tutto il territorio nazionale. Insomma il complicato prodotto di sei o sette secoli di storia. Ci sono solo gli indicatori di turno, con le province buone o cattive. E la nazione una e indivisibile diventa un vestito d’arlecchino.
Nella realtà, come sa bene Brunetta, il paese non è uno spezzatino. E non ci sono bocconi pregiati da salvare, e polpette avvelenate da sputare. Senza scomodare Menenio Agrippa, ma limitandosi a tenere i piedi per terra nei processi di globlizzazione, ciò che non piace del Mezzogiorno è ormai, nei suoi aspetti più drammatici, una patologia nazionale, e spesso internazionale. Ai miei studenti di scienza politica, insieme alla lettura di Gomorra, consiglio quella del Potere del Cane. In America è stato un best-seller, da noi ha girato meno. E’ più lungo, più crudo, più indigesto e, soprattutto, più complicato del pamphlet di Saviano. La catena degli eccidi è più ampia, parte dalla Colombia, ha il Messico come epicentro militare, con carneficine estratte dalle cronache che tutti abbiamo rivisto in questi giorni.

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Il paese reale

Il paese reale

Come sempre ultralapidaria nei toni, la battuta di Bossi sul Premier coglie la sensazione diffusa di un progressivo scollamento. Il «Cavaliere dimezzato» non lo è tanto rispetto ai numeri della sua forza parlamentare. A meno di sorprese eclatanti, i prossimi giorni non dovrebbero portare verso una crisi di governo. Il voto non conviene a nessuno dei principali contendenti, almeno non nell’immediato. E lo slalom tra i punti programmatici e le leggi effettivamente messe in cantiere e in calendario dovrebbe consentire alla pattuglia dei seguaci di Fini di non varcare subito il Rubicone. Anche se con parecchi acciacchi, il presidente del Consiglio può contare ancora su un governo in sella.
Dove, invece, la leadership appare malamente azzoppata è nel rapporto con il Paese. Basta leggere l’intervista-proclama del ministro Tremonti per cogliere la distanza tra il teatrino della lite permanente che lacera il Pdl e i nodi che andrebbero sciolti per affrontare la crisi economica. Nodi che richiedono uno sforzo straordinario di coesione sociale, e il contributo di tutte le forze oggi presenti in parlamento.


Tremonti, col suo stile asciutto che gli ha guadagnato tante simpatie trasversali, ha messo sul piatto un programma che è la vera road map con cui i partiti, volenti o nolenti, dovranno confrontarsi in autunno. A cominciare da quei passaggi essenziali di crescente integrazione europea che dovrebbero essere sanciti nell’incontro Ecofin di domani e dopodomani a Buxelles.
A dispetto del pessimismo che ha prevalso durante l’estate, gli ultimi indicatori economici sembrano, finalmente, fare intravedere lo spiraglio di una ripresa – anche se lenta – stabile. Obama è stato il primo a soffiare sul vento dell’ottimismo, vista anche la partita decisiva che si gioca alle elezioni di novembre. Ma molto dipenderà dal coraggio che i principali partner europei dimostreranno nei prossimi mesi. Facendo andare avanti – su materie finanziarie cruciali – il processo di delega della autorità nazionale agli organismi di coordinamento europeo, un passo decisivo per dar corpo ad una Europa più forte e più vicina all’ideale di stato federale da tanto tempo inseguito.

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Il ritorno dell’Ulivo e il destino del Pd

Il ritorno dell’Ulivo e il destino del Pd

Finalmente comincia a muoversi qualcosa anche nel centrosinistra. Per mesi e mesi, le uniche spine nel fianco del governo sono quelle che si è ficcate da solo. Esponendosi a scandali gravissimi che hanno coinvolto i massimi dirigenti nazionali del Pdl. E imbarcandosi in uno scontro politico tra il Cavaliere e il Cofondatore che ha messo in discussione gli stessi pilastri costituzionali del paese, ponendo sotto accusa la legittimità della terza carica dello Stato e avanzando ombre perfino sull’operato del Presidente della Repubblica. Si tratta di sommovimenti violenti, anche se non sorprendenti quando comincia a traballare un regime che è durato quasi un ventennio. E che si è retto esclusivamente sul carisma, il potere finanziario e l’astuzia di Silvio Berlusconi. Anche per questo è così difficile, per gli avversari del Cavaliere, decidere cosa fare. In larga, larghissima misura essi sono il prodotto della sua discesa in campo, e della sua ostinata resistenza al potere. Il centrosinistra è l’altra faccia, la faccia opposta del berlusconismo. Cosa può essere, qual’è la sua identità in un’Italia post-berlusconiana?


Le opzioni, al momento, in campo sono due. E fanno, tanto per cambiare, capo alle due anime storiche dell’ex-PCI: quella giacobina e quella togliattiana. Il che, tradotto in leadership, significa Veltroni e D’Alema o, più precisamente, Bersani che ne è diventato l’erede. Si tratta, è bene dirlo subito, di due posizioni inconciliabili. Per questo i prossimi mesi si annunciano movimentati anche nel campo dell’opposizione che avrebbe, invece, bisogno di compattezza e unità di intenti. Ma questa, direbbe Guicciardini, è l’Italia che ci ritroviamo. E con questa occorre fare i conti.
La visione di Walter Veltroni è quella più suggestiva, soprattutto per quel segmento di elettorato che continua a votare con la testa piuttosto che con la pancia, o il portafoglio. Veltroni sa bene di avere ancora un forte ascendente con i lettori dei quotidiani e, in generale, quel popolo della rete che partecipa attivamente al dibattito pubblico. Ed è intenzionato a spenderlo con rinnovate energie. La lettera al Corriere della Sera non è rivolta al passato, è un manifesto che preannuncia una qualche nuova forma di mobilitazione.

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Il Cavaliere dimezzato e i rischi della piazza

Il Cavaliere dimezzato e i rischi della piazza

Eravamo stati facili profeti nel prevedere che, in pochi giorni, i clamori di guerra elettorale si sarebbero ammorbiditi. In una sfida all’ultimo voto, il Cavaliere avrebbe troppi avversari. E il più temibile sarebbe Bossi, l’ultimo alleato che gli resta e il primo destinato a sfilarsi, una volta incassato il bottino che le urne sembrerebbero promettergli. Senza contare il richiamo obbligato del Capo dello stato al fatto che l’Italia resta una repubblica parlamentare. E lo scioglimento delle camere non lo decide il premier in carica. Quindi, complice il generale Agosto e il comprensibile nervosismo di alcuni finiani più tiepidi, avremo una fragilissima tregua. Fino al fatidico appuntamento in cui Berlusconi esporrà il proprio programma in quattro punti, per vedere se gli riesce di rifarsi una maggioranza dopo averla malamente dissipata per eccesso di megalomania.
Quali, però, che saranno i numeri nella verifica di Settembre, i cocci rotti non si rabberceranno. All’interno della coalizione al governo, c’è il rischio che il cuneo della Lega si riveli ancora più pungente della spina dell’ex-leader di AN.


Bossi ha capito che, rompendo con Fini, Berlusconi si è messo completamente nelle sue mani. E farà di tutto per sfruttare l’occasione propizia. Tornerà ad agitare la piazza, soprattutto quella simbolica, con cannonate verbali ad alzo zero. E terrà il Cavaliere sul braciere, aumentando continuamente la posta. Potendo contare anche sul fatto che il controllo di Berlusconi sul suo partito del predellino si va facendo sempre più traballante. Se minacciando di andare al voto il Premier sa di riprendere in mano la frusta del ricatto sui seggi, non appena le urne si allontanano riprendono il sopravento le faide interne e le lotte intestine. Tra inchieste giudiziarie che si ingrossano e la periferia sempre più irrequieta per il taglio prolungato dei fondi, il Cavaliere farà molta fatica a tenere il timone della rotta. E il governo andrà avanti, se andrà avanti, lentamente e a zig-zag.In questo quadro, le principali novità dovrebbero nascere sul fronte opposto. O meglio, sui due fronti che adesso si contendono la leadership dell’opposizione. Il progressivo declino del Pd non sembra trovare soluzione. Fino a ieri Bersani era stretto in una scomoda tenaglia tra la sinistra radicale di Vendola e la fronda giustizialista di Di Pietro.

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La partita si gioca sul Mezzogiorno

La partita si gioca sul Mezzogiorno

Ci permettiamo di dare al Premier un consiglio. Nello sfogliare la margherita elettorale, non dia troppo ascolto ai sondaggi. I poveri pollster nostrani fanno già tanta fatica ad azzeccarli quando è chiaro in partenza il quadro dei contendenti in campo. Ma quando si mischiano le carte, il compito diventa improbo anche per i nostri agguerritissimi esperti. E’ successo così due anni fa, quando nessuno aveva previsto il tracollo della sinistra arcobaleno, scomparsa dal parlamento. E succederebbe anche nel caso di elezioni anticipate in primavera o, addirittura, in autunno. L’unico dato abbastanza prevedibile sarebbe lo stallo del Pd, che infatti è il più determinato ad evitare le urne. Ma tutti gli altri attori in campo sono un’incognita difficilissima da stimare.

A cominciare dalla Lega, di cui tutti – da Bossi a Berlusconi – prevedono un galoppante incremento. Ma è davvero poi così certo che il Senatur avrebbe vita facile in un’alleanza così stretta e obbligata col Cavaliere ormai usurato da tante – troppe – battaglie?


Può davvero apparire credibile la – ennesima – promessa di un federalismo fiscale che continua a essere rinviato ogni volta che è in dirittura di arrivo? Tanto più che stavolta Berlusconi dovrà davvero fare i salti mortali per mettere insieme, nel programma, il diavolo e l’acqua santa: l’autonomia che vuole la Lega per il Nord e i finanziamenti romani indispensabili per tenersi stretto l’elettorato clientelare al Sud.Perchè, almeno su questo, è bene che il Cavaliere non si faccia illusioni, e comunque non dia retta i sondaggi che, in materia, non ci azzeccano mai. Per convincere il territorio che oggi il centrodestra governa in gran parte delle città e regioni a sud del Garigliano, non serve la propaganda in tv e tanto meno qualche opuscolo ben scritto e ben argomentato. Occorre rimettere in moto quel flusso di danaro pubblico – statale e comunitario – che da qualche mese si è fermato, congelato nelle casseforti del ministro nordista Tremonti. Cosa pensi, in proposito, Tremonti lo ha detto in diverse occasioni, e a lettere di scatola. I meridionali sono dei cialtroni, buoni soltanto a sperperare i soldi che vengono da Roma. Che carte ha Berlusconi per convincere il suo ministro amico-nemico a cambiare bruscamente rotta?

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Ciò che resta del bipolarismo

Ciò che resta del bipolarismo

Con tutto il rispetto per le sorti del governo che Berlusconi presiede, la partita che si apre in questi giorni ha una posta molto più alta. Certo, le prossime settimane le passeremo ad interrogarci sulle scelte della pattuglia di Fini, sui colpi d’ala che tenterà il Cavaliere, sul pressing dell’opposizione e i messaggi spavaldi del Senatur. Insomma, sulla melina a centrocampo in cui si infilano tutte le squadre quando non sanno in che direzione andare. Ma attenti a non perdere di vista la notizia su cui occore riflettere, da oggi, senza se e senza ma: è finito il bipolarismo all’italiana. Piaccia o non piaccia, fino a ieri il sistema si era retto su un unico perno: la leadership di Berlusconi. Da una parte c’era l’arcipelago, più o meno unito, dei suoi seguaci. Sull’altra sponda stavano i suoi nemici. Questo sistema, durato quasi un ventennio, si è chiuso ufficialmente nel momento in cui anche Fini, dopo Casini, ha rinnegato il monopolio che il Premier voleva esercitare sul paese.

Paradossalmente, ma non troppo, l’esaurirsi della spinta propulsiva – e catalizzatrice – del Cavaliere si era già cominciato ad avvertire nell’indebolimento del maggiore partito d’opposizione.


Il centrosinistra era riuscito a tenersi faticosamente insieme sotto il vessillo dell’antiberlusconismo. Ma nel momento in cui il Cavaliere ha cominciato a perdere pezzi e, in diverse occasioni, la bussola, l’opposizione non ha più potuto giocare di rimessa e in contropiede. E sta ancora annaspando alla ricerca di una propria identità indipendente dall’odio per il sultano vacillante.

Il problema, in proporzioni ben maggiori, si pone adesso anche per il centrodestra. Esiste una destra italiana, e quali sono i suoi connotati, una volta gettata via la maschera, onnipresente e onnipotente, del capo che l’ha plasmata e guidata? La sfida che Fini ha lanciato riguarda appunto questa partita. Ma potrebbe essere una sfida tardiva. Più diventa chiaro il profilo ideologico del presidente della Camera, più esso appare lontano da quel populismo sondocratico allevato dal Cavaliere al centro del sistema politico, e dai tentacoli territoriali che sono, in modo molto meno visibile, cresciuti in periferia. L’insistenza sul carisma cesaristico e plebiscitario del capo ha troppo spesso distolto l’attenzione dalla faccia meno mediatica – e più oscura – del potere del centrodestra.

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Il paese e la politica

Il paese e la politica

Il Capo dello Stato, come i sondaggi di giorno in giorno confermano, non ha bisogno di complimenti.  Ma i commenti unanimi di ieri al suo discorso hanno, ancora una volta, ribadito che oggi, intorno alla sua figura, si è coagulato lo zoccolo duro della tenuta istituzionale del paese. E, più in generale, del rapporto tra la politica e i cittadini. Avvalorando la tesi di quei giuristi e politologi che, già da tempo, indicano nel Presidente della Repubblica una figura chiave del nostro ordinamento costituzionale. In una carta fondamentale che ha visto, in questi ultimi decenni, un turbinio di cambiamenti dagli esiti molto discutibili, la Presidenza è stata, a più riprese, oggetto di mire espansionistiche. Lo snodo da rivoltare e rafforzare per mettere l’Italia al passo con le democrazie decisionistiche. Invece, a dispetto della sua apparente marginalità e senza cambiare un comma dei suoi poteri formali, il ruolo del Capo dello Stato è cresciuto ininterrottamente, in quest’ultimo quarto di secolo, di prestigio e di autorevolezza. E di incisività. Ci sono almeno tre spiegazioni a questa ascesa presidenziale in Italia.


La prima è l’estrema saggezza del dettato costituzionale originario, che ha previsto un ruolo «a fisarmonica» per la massima carica dello Stato. In tempi di partiti forti e di chiari indirizzi politici, il presidente della Repubblica si limita a un ruolo quasi notarile.
Una funzione comunque delicata di garanzia della legalità dell’intero impianto procedurale – delle leggi e dei rapporti tra istituzioni – su cui si regge un regime democratico. Ma una funzione che poco investe la dialettica politica affidata all’iniziativa dei partiti. Quando, però, i partiti entrano in crisi e vengono meno al proprio compito, la supplenza della Presidenza diviene via via più importante. Ancor più se la crisi lambisce, come è successo in questi giorni, anche quella magistratura su cui il capo dello Stato è chiamato in prima persona a vigilare.
La seconda spiegazione riguarda il fatto – a prima vista paradossale – che i presidenti parlano poco. In quest’era di comunicazione a oltranza, ubiqua e martellante con cui i leader sono costretti a occupare ossessivamente la scena, le parole del capo dello Stato sono, invece, centellinate, misurate. Si ascoltano in viva voce soltanto in poche occasioni, rituali e selezionate.

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Il Cavaliere senza partito

Il Cavaliere senza partito

La battuta di Berlusconi, purtroppo, non fa che rendere più drammatico il problema. «In Agosto ricostruisco il partito» suona, infatti, come il de profundis allla cultura – e alla realtà – dei partiti che, per un secolo, sono stati il sale della nostra democrazia. E oggi sono ridotti in brandelli. Se diciassette anni fa il Cavaliere riuscì nell’impresa di forgiarne, nel volgere di pochi mesi,  uno ex-novo, oggi l’intenzione di farlo durante la stagione balneare strappa solo un amaro sorriso. Quando concepì Forza Italia, Berlusconi era un imprenditore potentissimo, con aziende efficienti ai suoi ordini che trasformò in un partito personale. Ma un ventennio di ininterrotta frequentazione del potere hanno ribaltato la situazione: il partito non gli appartiene più. E’ un conglomerato di reti autoreferenziali, con proprie basi territoriali e autonomi comitati di affari. Al posto delle deprecate correnti che almeno avevano un simulacro di identità ideologica, si è formato – come ha scritto su questo giornale Claudio Sardo – un arcipelago di cricche. Una politica sommersa che è la faccia nascosta – e oscura – della onnipresente visibilità del Cavaliere.


Col risultato che gli elettori si sentono doppiamente traditi: hanno investito i loro voti sul premier, ma si accorgono che non controlla granchè. E conta sempre di meno nelle decisioni che contano.

Il leader sempre più impotente, e assediato da un ceto politico sempre più prepotente, è l’esito di un doppio processo di logorio istituzionale. La prima crisi viene da lontano, ed è quella dei vecchi partiti. Dopo il crollo di Tangentopoli, il tessuto connettivo del paese non è riuscito a rimarginarsi. A destra come a sinistra, gli organismi che sono stati rifondati sono stati creati dall’alto. Sono serviti a dare una parvenza di funzionamento al sistema, creando nei cittadini l’illusione che ci fossero due blocchi coesi in leale competizione. Ma i rapporti organizzativi e ideali che, durante la prima repubblica, avevano tenuto in vita i partiti non si sono mai riprodotti. E dietro le sigle e le bandiere che, a ogni voto, si riaffacciano, c’è una realtà completamente diversa. I partiti come li abbiamo conosciuti sono finiti, e non torneranno.

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Il Premier diviso fra Padania e Sud

Il Premier diviso fra Padania e Sud

Conviene smetterla di litigare se si tratti di questione del Nord o del Sud, se sia più importante dare voce adeguata alla Padania di Bossi o richiamare i meridionali a rimboccarsi le maniche. A furia di tirare la corda ora dall’una ora dall’altra parte, stiamo arrivando all’epilogo drammatico che qualcuno aveva previsto: non si riesce a tenere insieme il paese. L’Italia, e non è una metafora, se ne sta venendo a pezzi. Mentre compiamo un secolo e mezzo, molto più che di celebrazioni c’è aria di funerale.

E’ bastata una crisi economica – in verità nemmeno devastante come in altri paesi – per far scoppiare le contraddizioni che da anni stavano alimentando, centrodestra e centrosinistra, complici della stessa truffa: una truffa istituzionale e politica ai danni dei cittadini, i quali, a loro volta, volentieri han fatto finta di non capire. La trama la conosciamo bene, anche se, a raccontarla in poche righe, fa venire la pelle d’oca. Per inseguire il ricatto della Lega, unico partito in salute e con le idee chiare sul progetto di mandare a picco l’Italia, entrambi i poli hanno dato carta bianca all’autonomia regionale.


Cambiando la Costituzione, aggiungendo funzioni nevralgiche e ambiti vastissimi di intervento, e sanando, per diversi anni, i passivi che le regioni continuavano ad accumulare. I politici regionali, di ogni colore e latitudine, non se lo son fatto dire due volte, e son cresciuti di numero e importanza a spese del governo centrale.  Il bilancio è sotto gli occhi di tutti, e il tentativo di correre ai ripari introducendo il federalismo fiscale è una mossa tardiva che farebbe soltanto saltare il banco.

Come uscirne, nessuno lo sa. Bossi che, lucidamente, vede la contraddizione politica e istituzionale in cui siamo, vorrebbe premere sull’acceleratore. E ha Tremonti come principale alleato. Il Ministro del Tesoro non ha gli stessi fini del Senatur. Ma ha vincoli di bilancio che lo spingono a imporre ai governatori una resa senza condizioni (riservandosi, semmai, di salvare qualche presidente amico sottobanco). Inoltre, è convinto in cuor suo – e l’ha detto, con coerenza, ad alta voce – che al di sotto del Garigliano gli italiani siano prevalentemente dei cialtroni. Insomma, fosse per Bossi e Tremonti, per rimettere in riga l’Italia, l’unica soluzione sarebbe far pagare il conto al Mezzogiorno.

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Nel match dei cialtroni il Nord batte il Sud

Nel match dei cialtroni il Nord batte il Sud

Se anche uno come il ministro Tremonti, che una dignità sembrava avercela, comincia a usare questi toni, ed epiteti, vuol dire che la barca è messa male. Non quella del Sud, quella del paese. Perchè le cifre che il ministro ha tirato fuori servono solo a una sparata a effetto, anche grazie all’amplificazione dei soliti giornali nordisti. In altri tempi si sarebbe detto, un’opera di disinformacija. I problemi che ci sono dietro sono, purtroppo, più seri. Ed è con questi che occorrerà fare i conti, quelli veri, nei prossimi mesi.

Il primo problema è che la spesa europea è solo in piccola parte un problema di capacità – o cialtronaggine – politica. E’, in misura preponderante, una questione di efficienza burocratica. Per spendere i fondi strutturali occorre avere un personale amministrativo all’altezza di procedure estremamente complesse, sottoposte a una serie rigorosa di controlli ex-ante, in itinere, ed ex-post. In breve, occorre quella tecnostruttura che il Sud non ha mai avuto, e che l’Unione europea si è sforzata, in questi anni, di fare crescere.


Spendere i soldi della sanità è semplicissimo. Si moltiplicano i posti di primario, si assumono un bel po’ di infermieri, e si lascia che i direttori generali sforino con i bilanci, magari con la scusa dell’emergenza pubblica. Con l’Europa, la musica cambia. O si segue uno spartito preciso, o i soldi restano sulla carta. Per questo le amministrazioni plenipotenziarie della prima repubblica, che pure quanto a sperperi delle casse regionali se ne intendevano, non spesero che qualche briciola dei cospicui stanziamenti iniziali. E lasciarono un’eredità disastrosa ai primi governatori eletti direttamente dal popolo.

Ci sarà tempo per fare una storia dettagliata del decennio trascorso, con una prima fase in cui è prevalsa la cosiddetta spesa dal basso, vale a dire molti progetti di piccole dimensioni. Che avevano il difetto di non fare sinergia o massa critica. Ma avevano, almeno, il vantaggio che era più facile riuscire a spendere somme non troppo ingenti. Una linea imboccata dai governi di centrodestra e di centrosinistra,  e che, dopo qualche successo iniziale, è caduta sotto la mannaia delle critiche ai finanziamenti a pioggia. Così si è cambiato rotta: poche, anzi pochissime grandi opere.

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La partita da vincere per l’Italia

La partita da vincere per l’Italia

Si sta scavando un solco profondo tra i nostri problemi e chi ha il compito istituzionale di risolverli. La metafora con cui, su questo giornale, ieri Virman Cusenza fotografava l’Italia va, purtroppo, oltre la delusione di un momento. La nazione, come la sua squadra, in panne e senza ricambio. Bloccata. Nella sua identità, dilaniata tra celebrazioni centenarie di un’unità un tempo sacra e gli insulti secessionisti della Lega. E nella sua direzione. Sia di marcia, rassegnati a un invecchiamento che è generazionale e ideale, zavorra di un’Europa che essa stessa ha perso smalto e spinta propulsiva. E direzione di chi dovrebbe guidarci, leader che sono, al più, la controfigura di un ruolo che nessuno sa – e ha voglia – di svolgere. Personalmente, non ho mai avuto la tendenza – o tentazione – a scaricare sui vertici politici i fallimenti di un popolo. A parte le grandi tragedie – le truppe mandate allo sbaraglio da generali felloni – in democrazia vale il detto che un paese ha i governanti che si merita. Però, entro certi limiti.


Avrà pure ragione Buffon, a dire che questo è il calcio italiano, e resta purtroppo opinabile – in assenza di prova contraria – sostenere che Cassano o Balotelli avrebbero sbaragliato gli avversari. Ma non c’è una spiegazione ragionevole a perchè Quagliarella sia sceso in campo soltanto in extremis. Bastava lui, con Di Natale di sponda, e questa pessima nazionale avrebbe passato il turno.
Ecco, con questo metro di giudizio, la nomina di Brancher è inaccettabile. E’ l’autoeliminazione del governo agli occhi dell’opinione pubblica. Nella ridda di cariche inutili di cui prima e seconda repubblica hanno fatto a gara per dotarsi, un ministero scanzaprocessi è il segno che si è passato il segno. E’ il segno che, del giudizio del paese, proprio non gliene importa più niente. Che stiamo entrando in una fase nuova per la democrazia italiana, in cui lo scollamento tra la base dei cittadini votanti e i vertici dei governanti non viene più vissuto come un trauma da fronteggiare e cercare, in qualche modo, di ricomporre. Questo trauma viene rimosso, esorcizzato. Perfino se si trovasse qualcuno desideroso di cambiare rotta, il compito appare esorbitante, spropositato. Impraticabile.

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Il Sud e il bottino della Lega

Il Sud e il bottino della Lega

Nel ventennale di Pontida, corre l’obbligo di guardare indietro. Alla strada percorsa dalla Lega, e dal Nord, in questi anni. E che il Sud, invece, ha sprecato. Sottrarre, per qualche istante, il discorso alla cronaca su cui oggi, inevitabilmente, si accenderanno i riflettori. All’ennesima triangolazione tra Bossi, Berlusconi e Tremonti. Allo stop-and-go cui il Senatur ci ha abituati con impareggiabile maestria. Non badare alle esagerazioni, alle provocazioni, alle tensioni che qualcuno cercherà di innescare. Per poi affrettarsi a sopire. Sotto questa cortina pirotecnica di slogan e manifestazioni, la Lega è andata avanti come un diesel. Anche se la direzione di marcia è apparsa, di anno in anno, meno chiara.
In un articolo di qualche mese fa, Galli della Loggia invitava, provocatoriamente, la Lega a farsi carico del Mezzogiorno. A portare avanti anche qui lo stesso progetto politico che l’ha vista trionfare a Settentrione. Non il progetto di secessionismo agitato, come spauracchio, sui suoi vessilli, e poi mitigato nel più blando orizzonte del federalismo.


Ma la pratica quotidiana con la quale la Lega si è guadagnata i suoi voti, radicando il proprio partito nel tran-tran della amministrazione. Piccoli comuni e città medie, ed oggi anche grandi regioni, in cui cercare di far quadrare i bilanci proprio quando le casse pubbliche apparivano sempre più vuote.
Ma proprio per le ragioni che hanno fatto crescere al Nord la Lega, una Lega del Sud è impossibile. Lo si può dire in chiave storicista, richiamando due tradizioni burocratiche che, dopo un secolo e mezzo, restano profondamente diverse. Far funzionare un ufficio a Sud resta un’impresa improba. Su piccola come su vasta scala. Non può rappresentare un alibi, ma resta un macigno per chiunque voglia davvero cambiare le cose. O si può scegliere la prospettiva economica, putrtoppo complementare all’altra. Al Nord la pubblica amministrazione è marginale, rispetto a un tessuto industriale che occupa gran parte della vita sociale. Nel Mezzogiorno, intorno allo stato e agli enti territoriali ruota una quota esorbitante del reddito, individuale ed aziendale. In sintesi, con tutto il suo peso, la lega Nord resta un partito leggero rispetto alla realtà che rappresenta.

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Abbassare i toni per il sì di tutti

Abbassare i toni per il sì di tutti

Considerata l’importanza della posta in gioco, converrebbe che tutti, in questa fase delicatissima della trattativa, si sforzassero di abbassare i toni. E’ vero che, ai tavoli sindacali, c’è la tendenza al linguaggio muscolare, spesso proprio come viatico a un qualche tipo di compromesso. Proprio per questo, però, la partita andrebbe fatta giocare solo ai diretti interessati: sindacati, impresa, lavoratori. I giudizi aspramente lapidari venuti, ieri, da ambienti ministeriali e confindustriali all’indirizzo della Fiom alzano, invece, la temperatura in un’area del paese che è già fin troppo sotto pressione.  E rischiano di innescare un cortocircuito politico che farebbe finire la vicenda rapidamente fuori controllo. Chi invece è interessato a chiudere un accordo di vitale importanza, per cinquemila famiglie e per l’intera regione, deve partire, realisticamente, dal fatto che, sul tappeto, ci sono molte novità. Tutte difficili da digerire. Ma sulle quali, nondimeno, occorre ragionare con quanta più freddezza è possibile.


La prima è la franchezza dei termini con cui il management Fiat ha posto le proprie carte sul tavolo. In parte, questo atteggiamento riflette lo stile imposto da Marchionne. Uno stile all’americana che gli è valso ampi apprezzamenti quando è riuscito a rilanciare un’azienda che tutti davano per decotta. Ma che, quando viene declinato in un confronto sindacale, evoca rapporti – e condizioni – di lavoro ben diversi da quelli praticati nelle roccaforti della sinistra europea. La durezza di clausole e cifre nasce anche, però, dal fatto che la Fiat si muove ormai su uno scacchiere internazionale che serve da benchmark per le soluzioni proposte. Ciò che viene offerto a Pomigliano, è già stato accettato in Polonia. Il prendere o lasciare con cui Marchionne ha salutato gli operai, a molti è suonato un ricatto. Ma resta vero che, per la Fiat, un’alternativa a Pomigliano è possibile, ed è a portata di mano. E’ questa la seconda novità, che complica enormemente il compito di un sindacato tradizionale. Giustamente, la Fiom si è appellata al fatto che diverse clausole richieste dalla Fiat violerebbero la normativa vigente, e in modo esplicito.

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Le due linee della sinistra

Le due linee della sinistra

Visto che sono disoccupati, e rischiano di rimanerlo un bel po’, i leader del centrosinistra potrebbero darsi un compito, in fondo neanche tanto gravoso. Lasciando stare le occasioni ufficiali – riunioni di Direzione, Parlamento, e tutte quelle sedi in cui è impossibile parlare fuori dai denti – potrebbero darsi appuntamento in qualche albergo – non necessariamente un convento – chiudersi dentro per una giornata e decidere come la pensano. Che idea sono riusciti a farsi di quello che sta succedendo nel mondo, e di quali saranno le implicazioni a breve e, soprattutto, a medio termine per la sinistra in Occidente. Non si tratta di un’operazione semplice. Ma, proprio per questo, è irrinunciabile.
A tutti è chiaro che la posta in gioco della crisi di questi mesi è la fine del welfare europeo come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Quel welfare che è stato il principale contributo della sinistra alla società contemporanea. Solo che nessuno ha la capacità – o la voglia – di affrontare fino in fondo le conseguenze di questa svolta epocale. E, nel migliore dei casi, ci si trova a giocare di rimessa.


Col risultato che può capitare che il segretario del maggiore partito di opposizione bocci senza appello la manovra del governo in carica, mentre Prodi, che quel partito ha fondato, la valuta positivamente. E, addirittura, la etichetta come la manovra «Visconti», rivendicando la continuità tra il suo Visco e il Tremonti di Berlusconi.
La confusione nella sinistra italiana non nasce, però, solo dalla estrema precarietà degli orizzonti futuri in cui tutti ci stiamo infilando senza avere nè una bussola nè un timone che funzioni. I problemi più immediati derivano dal cortile di casa nostra, e di come il PD e i suoi alleati si trovano a difendere interessi sociali sacrosanti e, al tempo stesso, meccanismi che andrebbero radicalmente modificati. La scure che è stata calata sugli stipendi dei dipendenti pubblici, in modo indiscriminato e affrettato con l’unico obiettivo di far cassa, è un pessimo modo di procedere da parte di un governo che continua a fare pochissimo per combattere l’evasione fiscale. E Bersani fa bene a contestare questo tipo di tagli a tappeto. Però, il nodo di fondo resta un altro. Ed è quello messo in luce da Tremonti, anche se tirando inutilmente in ballo un cambiamento della Costituzione che non sarebbe per niente necessario.

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Le difficoltà del Cavaliere

Le difficoltà del Cavaliere

La manovra varata in questi giorni è il primo atto politico del governo che si è insediato, a larghissima maggioranza, oltre due anni fa. Fino ad oggi, proveddimenti che incidessero profondamente sui cittadini – sulle loro tasche e valori – non ce n’erano stati. Mentre l’America di Obama era impegnata in un drammatico piano di sussidi per banche e imprese, e metteva mano alla riforma più eclatante del sistema sanitario, la scena politica italiana era incentrata su tutt’altro copione. Ls crisi, si diceva, ci aveva appena lambito e la stavamo rapidamente superando. Gli unici fattori di inquietudine e di scontro con l’opposizione riguardavano le vicende private del Premier, e le sue ricadute su vari fronti: da quello giudiziario a quello etico, passando per i canali della informazione. Il tutto, però, senza mai ledere in modo consistente il consenso di cui il Cavaliere ha continuato a godere presso settori ampi e variegati della popolazione italiana. Per usare una definizione di scuola, le tensioni sono state confinate alla sfera liberale del sistema, senza intaccare quella democratica.


Se qualcuno ha tentato – o si è illuso – di dare una spallata a Berlusconi, lo ha fatto puntando su fattori che non hanno una diretta incidenza sulla base elettorale di massa. Oggi, per la prima volta, questo scenario sta cambiando.
Non si tratta soltanto del fatto che, come era inevitabile, molte delle misure varate sono ampiamente impopolari. Per molti dei provvedimenti adottati, un governo di centrosinistra non avrebbe potuto fare altrimenti. Nondimeno, è la prima volta che, nella sua ormai lunga carriera politica, Berlusconi deve dire agli italiani che è il momento di tirare la cinghia. Il tentativo di scaricare sull’opposizione le responsabilità del momento, lascerà il tempo che trova. Al timone, oggi, c’è il Cavaliere. Ed è lui che sta varando le norme che toglieranno da molte tasche i quattrini. E molte di quelle tasche appartengono agli elettori di centrodestra. Sia al Nord, dove le misure anti-evasione toccheranno pesantemente il popolo della partita iva abituato a lavorare, in gran parte, in nero. Sia al Sud, dove già negli ultimi mesi le regioni erano state espropriate di gran parte dei propri fondi e oggi si vedono costrette a farsi commissariare, senza troppi complimenti, dal Tesoro.

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Il silenzio sui conti del federalismo

Il silenzio sui conti del federalismo

Più passano i giorni, meno si capisce il senso del pasticcio in cui il governo si è cacciato con la legge soprannominata bavaglio. Un provvedimento che, nell’era di internet, rischia di non cambiare quasi niente nella circolazione delle informazioni, soprattutto quelle sgradite. Ma che sta mettendo Berlusconi di nuovo in una pessima luce su tutti gli organi di stampa, non soltanto italiani. I soliti malintenzionati, pensano che si tratti dell’ennesima cortina fumogena, per distogliere l’attenzione dal fronte della manovra economica, dove in questi giorni si stanno affollando decisioni importanti. Con esiti e ricadute difficili da valutare.
Al primo posto, ci sarebbero i tagli. All’inizio, ovviamente, concentrati sugli stipendi più alti, di manager e nomenklatura politica: bersaglio facile da dare in pasto al pubblico ma, quanto a gettito, quasi irrilevante. Poi è cominciato a venir fuori il salasso agli enti locali, i più facili da tartassare. Visto che sono loro poi a vedersela con i cittadini infuriati, quando si bloccano i servizi essenziali per mancanza dei fondi necessari.


Infine, han fatto capolinea i ticket, quelli che fanno subito cassa. Tutto ciò mentre veniva varato il primo decreto attuativo in materia di federalismo fiscale, relativo ai beni demaniali. Presentato come una misura in grado di rimpinguare le casse, sia dello stato sia dei vari enti cui i beni saranno trasferiti. Da un lato, dunque ci sarebbero i risparmi, dall’altro maggiori entrate. Con un saldo, all’apparenza, rilevante a beneficio dei conti pubblici.
Nella realtà, questi due filoni di interventi avranno effetti molto diversi. I tagli, ammesso che passino, saranno a presa piuttosto rapida. Il decreto sui beni demaniali, invece, resta avvolto in una nebbia procedurale e operativa che ne dilaziona enormemente l’impatto. Al punto di alimentare il sospetto che i fondi che il governo sta cercando di racimolare coi tagli presentati da Tremonti possano, almeno in parte, finire nel calderone ancora molto fumoso dei costi del federalismo. Un calderone che nessuno ha il coraggio di decidersi a scoperchiare.

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La cricca, la politica e la cinghia da tirare

La cricca, la politica e la cinghia da tirare

Sono bastate un paio di giornate per capire che non sono tempi di facili euforie. L’annuncio dello stanziamento trilionario da parte dei paesi europei ha avuto, appunto, l’effetto annuncio: una rapidissima impennata, e un’altrettanto frettolosa ritirata. Per una ragione semplicissima, che fotografa il cambiamento epocale che si è verificato nei rapporti tra la politica e l’economia. L’idea tradizionale del governo è che sia un centro decisionale, una stanza dei bottoni dove si fanno scelte importanti e con effetti immediati. Certo, spesso nella stanza si litiga. Ma quando c’è accordo e determinazione, sono i politici a comandare. I mercati, al contrario, vengono rappresentati come una immensa e ultraframmentata galassia di microattori individuali, in preda a grandi entusiasmi o cieco panico, in balia delle circostanze. Non a caso, per dare qualche unità di intenti ai mercati, si ricorre al paravento della «speculazione», un manipolo di malintenzionati che approfittano della confusione per coalizzarsi e fare quattrini ai danni della collettività. Nella realtà, come si è visto in questi giorni, questi ruoli si sono invertiti.


Da un lato, mai come in questa drammatica prova della verità, il consesso dei leader europei si è mostrato debole e inetto. Per tre mesi la crisi greca è stata messa a bagnomaria. E le misure eccezionali prese nel vertice di domenica scorsa non si sa quale applicazione troveranno. Il successo dipende da un insieme complicatissimo di fattori, che passano per i singoli governi, parlamenti e parti sociali di ogni stato. Con reazioni a catene che nessuno può, oggi, prevedere. Se, insomma, fino a otto giorni fa ci si era potuti illudere che il caos nascesse dalle incertezze dei tedeschi o dalla riluttanza dei greci a fare il proprio dovere, in queste ore diventa sempre più chiaro che nessuno ha realmente in mano il bandolo della crisi europea. Le misure che i diversi paesi sembra si stiano affrettando a varare dovranno comunque passare al vaglio dei rispettivi parlamenti e affrontare la prova del fuoco di eventuali scontri di piazza. A metterla ottimisticamente, una gimkana di cui non si intravede la fine.
Dall’altro lato, i mercati appaiono avere le idee molto più chiare. Hanno capito che l’unica realtà che si sta rimettendo in moto è l’America di Barack Obama. Grazie a una leadership forte, trasparente e tecnicamente agguerritissima, l’economia statunitense è ripartita.

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Stati e mercati

Stati e mercati

Qualcuno già comincia a dire che potrebbe essere peggio della volta scorsa, il crollo di un anno e mezzo fa. Soprattutto se si considera che, di fronte allo scatafascio del settembre 2008, le risposte – con l’eccezione americana – sono state deboli e impacciate. E il risultato è quello riassunto nella lapidaria battuta di Tremonti, che i debiti contratti dai privati – soprattutto banche ed imprese – sono stati trasferiti agli Stati. E sono gli Stati, oggi, ad essere in prima persona nell’occhio del ciclone della speculazione finanziaria. Tanto più che nessun ingranaggio è stato modificato di quel circuito ormai senza controllo che consente di investire in leva ingenti capitali presi a prestito, di prima, seconda e terza mano. Senza alcun serio sistema politico di verifica e controllo. Ma, al contrario, affidandosi alla cieca agli automatismi informatici di algoritmi gestiti dai computer che collegano le borse mondiali. Con il rischio di reazioni a catena del tutto preterintenzionali, come è successo giovedì con il buco clamoroso di dieci punti del Dow Jones che, per quattro interminabili minuti, ha fatto temere un nuovo crack.


Nessuno sa, a questo punto, cosa davvero succederà domani. Anche perché nessuno è in grado di fare una stima credibile delle masse monetarie in gioco. Nella picchiata delle borse europee, in due giorni sono stati bruciati gli importi che erano stati stanziati per soccorrere il bilancio greco. Non è una equazione esatta, intendiamoci. Le somme andate in fumo si possono ricostruire rapidamente, magari con un passaggio di mano, se gli indici tornano a salire. E i soldi che gli stati europei si sono detti disposti a investire per sostenere il debito greco sono ancora nei loro forzieri. Però è bene abituarsi a fare questo genere di confronti. Servono a mettere i piedi per terra. Le riserve pubbliche, infatti, sono tutt’altro che infinite. E se gli esborsi crescono troppo in fretta, il piano di rientro si imballa, e si avvita in una spirale perversa. Più quattrini, infatti, cacciano gli stati, più cresce il volume dei titoli da emettere e da fare acquistare a tassi sempre più onerosi per i rispettivi tesori.

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Partito personale e federalismo

Partito personale e federalismo

Ora, dopo lo scatafascio, sono all’opera i pontieri. Ma è solo un modo di prendere tempo. Nell’immediato, una rottura frontale non conviene a nessuno dei due. Ma la frattura non è sanabile. Dietro le quinte, già fervono i pallottolieri. Gli esperti nel contare le truppe che si preparano alla battaglia. Si tratta, però, di numeri difficile da calcolare. Cambiano, infatti, e di molto, a seconda di quando scoccherà la data ufficiale dello scontro.
Il Cavaliere, oggi, è in netto vantaggio. Sull’abbrivio delle regionali, è al colmo della popolarità elettorale. E, alla conta della Direzione, ha mostrato una maggioranza schiacciante. Se ci fermassimo alla fotografia attuale, si potrebbe addirittura concludere che gli è riuscito il miracolo di espandere il proprio partito personale inglobandosi la gran parte di AN. Messo il cofondatore in fuorigioco, è di nuovo lui il padre-padrone, assoluto e incondizionable. Con delega totale e la rinuncia, sottoscritta dai maggiorenti, ad ogni forma di dissenso. Quale viatico migliore, per l’ego smisurato del capo, che sentirsi di nuovo solo al comando?


Si sa che, per il Cavaliere, la tentazione all’autoesaltazione è fortissima. Ma se il presente sembra sorridergli, ci sono due ombre che si allungano, minacciose, sul suo futuro. Una vicina, l’altra più lontana. Entrambe destinate a durare.
Quella vicina è del suo alleato doubleface, oggi sole, domani tempesta. I sorrisi con cui Bossi e Berlusconi spalmano i loro incontri attuali sono soltanto il tentativo di esorcizzare la sfiducia reciproca. Aumentata dopo che, alle ultime lezioni, la Lega è cresciuta enormemente a danno del Pdl. E’ stato Bossi il vero vincitore, e la Lega sta già andando all’incasso facendo il pieno dei posti di potere nelle giunte. Gli annunci sulla conquista delle banche mostrano la protervia di una marcia che il Cavaliere non sa come fermare. Anche perché, dalla sua, Bossi sa di avere un vero partito, organizzato, disciplinato e radicato sul territorio. Se il Premier non si mostrasse in grado di mantenere i patti con la Lega, la situazione diventerebbe esplosiva. Ed è a questo varco che Fini attenderà Berlusconi.

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Le riforme di Babele

Le riforme di Babele

Puntualmente, come previsto, è tornato il dibattito kafkiano sulle grandi riforme. Più difficile è la gestione del governo, più imballata è l’opposizione, più cresce la tentazione di mettersi a fare melina. Annunciando lungimiranti propositi, tanto più irrinunciabili quanto più, ovviamente, impraticabili. Perché, per fare le riforme, ci vuole una maggioranza. Possibilmente larga, ma comunque almeno del cinquantuno per cento. E invece, mai come in questo frangente, i due poli sono spaccati al proprio interno, per non parlare di intese bipartisan di cui non si intravede traccia. Il lettore che cerchi di orientarsi, può quindi tranquillamente evitare di tifare per l’una o l’altra soluzione. Fin tanto che Berlusconi resta in sella, non si farà nessuna riforma. Né il presidenzialismo che minaccia, e per il quale a mala pena riuscirebbe a mettere insieme un terzo dell’attuale maggioranza delle camere. Né quella della giustizia, per la quale sono in circolazione diverse proposte ragionevoli, che urterebbero però rapidamente contro il fuoco di sbarramento di Di Pietro e delle piazze che metterebbe in campo.


Né tantomeno si riuscirà a cambiare la legge elettorale che, al contrario di quanto ieri ha detto Bersani, resta la madre di tutte le riforme. E dell’ingorgo senza via d’uscita in cui oggi si trova il sistema, sia politico che istituzionale.
Il porcellum che oggi vige in Italia non ha soltanto, infatti, scippato gli elettori del sacrosanto diritto di scegliersi i propri deputati. Il risultato ancora più nefasto è stato di tagliare le gambe a quel poco di bipolarismo che si era sviluppato nel paese. Con i collegi uninominali, gli accordi tra le forze politiche si facevano sul territorio, scegliendo rappresentanti comuni che avevano il ruolo strategico di mischiare gli elettorati. Con la legge attuale, al contrario, i patti si scrivono a Roma. E valgono giusto il tempo di ingrossare il proprio paniere di voti. Appena aperte le urne, ogni partito torna a essere padrone assoluto dei propri seggi, tanto più che deputati e senatori sono stati scelti e battezzati dai vertici delle segreterie (e relative componenti), cui rispondono militarmente di ogni virgola del proprio operato. Il risultato di questo marchingegno è che il bipolarismo italiano è, ormai, fatto di carta bollata. Si regge ancora, sempre più traballante, finchè resiste Silvio Berlusconi.

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La via italiana al presipopulismo

La via italiana al presipopulismo

Ha ragione Giorgio Napolitano a richiamare le parti in causa a maggiore concretezza e prudenza. Ed è sacrosanto l’invito di Gianfranco Fini a non scherzare con i modelli stranieri, prendendosi il boccone preferito come fossero uno spezzatino. Ma non c’è da farsi illusioni. Il Cavaliere andrà per la sua strada. Magari ci andrà a zig-zag, come spesso gli piace fare: ora ammiccando agli alleati, ora blandendo l’opposizione, e ogni tanto alzando la voce e evocando il popolo sovrano come giudice di ultima istanza. Ma non demorderà facilmente dall’obiettivo che in questi giorni si è preposto: tenere tutti in fibrillazione con un progetto di revisione costituzionale che, all’atto pratico, è irrealizzabile ma che ha un appeal comunicativo che gli consentirà di tener banco per i prossimi mesi. Nel merito, non sembra proprio il caso di prendere Berlusconi sul serio. Come è stato autorevolmente notato, mettere insieme – e contestualmente – l’elezione diretta del Capo dello Stato e quella del parlamento conservando l’attuale legge elettorale, meglio nota come Porcellum, significherebbe varare un sistema privo di equilibrio tra i poteri.


Peggio ancora se senza alcuna modifica – di cui finora nessuno ha parlato – delle prerogative attribuite al Presidente della Repubblica. Ancora più pericoloso, infatti, di un Presidente con troppi poteri sarebbe un Capo dello Stato forte di una investitura plebiscitaria, ma privo di leve istituzionali adeguate per farsi valere nel processo decisionale concreto che passa attraverso la dialettica tra governo e parlamento. Non si tratta, quindi, di schierarsi contro o a favore del presidenzialismo. Uno sport nazionale cui, comunque, una frangia consistente della sinistra difficilmente rinuncerebbe, riempiendo rapidamente le piazze di folle viola anti-Cavaliere, dando così l’opportunità a Berlusconi di serrare meglio i propri ranghi. Nel piatto, al momento, c’è soltanto un progetto senza alcuna vera pretesa di dignità costituzionale. Se proprio si vuol trovare un’etichetta, è quella di presipopulismo. Vale a dire, un presidente che avrebbe come sua unica autorità quella di essere in collegamento costante – elettorale, virtuale, passionale – con la legittimazione popolare.

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Senza bussola

Senza bussola

Sarà difficile per la sinistra riprendersi dalla botta delle regionali. Anche perché Bersani ce l’aveva messa tutta a cercare di tenere insieme – e accontentare – le troppe anime che affollano il fronte antiberlusconiano. Diversamente da Veltroni che si era, spregiudicatamente, giocato il tutto per tutto con un’unica formula (perdente), il nuovo segretario PD aveva messo in campo un ventaglio di alleanze diverse per ogni situazione. Una strategia arlecchino che, però, ha fatto cilecca. Col risultato che, ora, non è chiaro da quale bandolo si debba ricominciare a tessere. Le tre spine di Bersani restano quelle che erano alla vigilia, con l’aggravante che il centrodestra è tornato ad avere il vento nelle vele.
La prima spina si chiama Udc. Il partito di Casini non è riuscito nell’intento di mostrare di essere decisivo in ogni caso, ma questo è un problema del suo leader. Per il Pd, la risposta delle urne è che, a parte le regioni storiche, senza l’Udc perde. La prova del budino si è avuta nel Mezzogiorno, dove Vendola ce l’ha fatta in Puglia grazie all’assist della Poli Bortone.


E De Luca – o un altro candidato – ce l’avrebbe fatta in Campania se, al posto di trasmigrare a destra, i demitiani fossero rimasti nel campo in cui si erano rafforzati con dieci anni di sottogoverno. Quindi, logica vorrebbe che, nel futuro, il Pd andasse avanti sulla strada patrocinata da D’Alema, un’alleanza coi centristi a tutti i costi.
Su questa strada, però, Bersani trova due formidabili oppositori. Il primo è Di Pietro, che rimane una spina inestirpabile. La metamorfosi in chiave più pacata delle ultime settimane di campagna non deve trarre in inganno. Ora che il Cavaliere è saldo in sella, l’ex-pm non rinuncerà a riesumare i suoi toni di crociata, mettendosi di traverso a ogni ipotesi di intesa bipartisan sulle grandi riforme. Sia che si tratti di magistratura, sia che si parli di presidenzialismo, Bersani non potrà aprire bocca senza che Di Pietro gli scateni contro il popolo viola.
Un popolo – ed è la terza spina – che già ha dimostrato di potere infliggere ferite profonde, come nella sconfitta in Piemonte causata dalla lista dei grillini. E che guarda con simpatia all’ascesa – per il momento soprattutto mediatica – dell’astro di Nichi Vendola. L’unico che sembra oggi in grado di rimettere insieme le truppe sparpagliate della sinistra radicale.

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Elezioni strabiche

Elezioni strabiche

In genere, la mattina del voto, ogni editoriale si apre con una frase di rito che recita, più o meno, così: «ancora qualche ora, e sapremo chi ha vinto e chi ha perso». Stavolta, non si può dire. In quella che giustamente Bruno Vespa, su questo giornale, ha definito «la più brutta campagna elettorale degli ultimi anni», l’unica a farla da padrone è stata la confusione.
Confusione di ruoli, innanzitutto, tra elezioni regionali – che sono quelle che, a norma di legge, si svolgono tra ieri e oggi – e sfide, all’ultimo sangue, nazionali. Lo scontro tra Berlusconi e i suoi avversari ha monopolizzato la scena nelle ultime settimane. Senza che si riuscisse più a ascoltare la voce, molto più importante, dei candidati governatori e dei loro programmi in base ai quali il cittadino dovrebbe votare. Siamo stati invasi dal fumo, a tutto scapito dell’arrosto. Con la  deleteria conseguenza che, stasera, la vittoria su cui la stampa concentrerà l’attenzione sarà quella della partita di tennis tra centrodestra e centrosinistra: 7 a 6, 8 a 5, o 9 a 4 a favore di Berlusconi o di Bersani.


In barba a quindici anni di discorsi e riforme federaliste, il verdetto più atteso riguarda le sorti del governo romano: ce la farà Berlusconi a stare in sella, o barcollerà per la spallata?
Ma un’altra confusione, forse addirittura peggiore, ha riguardato i rapporti, all’interno di ciascun schieramento, tra i candidati presidenti e la pletora di aspiranti al consiglio regionale. Nelle due prime tornate in cui si è votato con il sistema dell’elezione diretta del governatore, l’attenzione degli elettori era stata catalizzata dalle personalità che concorrevano per quella carica. Un po’ per la novità e un poco per il fatto che occupavano la scena mediatica, i candidati presidenti erano stati i principali protagonisti. Stavolta, invece, sono stati doppiamente oscurati. Innanzitutto dall’invasione che i politici nazionali hanno fatto di ogni spazio televisivo e, più in generale, del dibattito pubblico arroventato di questo mese. Sia per la rimonta effettuata, a loro danno, dall’esercito dei candidati consiglieri. Già alle ultime elezioni si era avuta qualche avvisaglia. Come documentato in un recente libro di Fortunato Musella sulla svolta presidenziale nelle regioni italiane, il modello del «governo monocratico» imperniato sulla figura del Governatore ha messo radici più solide al nord che nel resto del paese.

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La democrazia a una dimensione

La democrazia a una dimensione

Lo scontro tra le due piazze che sta mettendo a subbuglio le ultime fasi della campagna elettorale riflette un cambiamento profondo del sistema politico. Un cambiamento che Belusconi cavalca e la sinistra, di sponda, non riesce a arginare.
Da quando esistono, i regimi liberaldemocratici si fondano sulla separazione e l’equilibrio tra tre poteri. Il primo, l’esecutivo, è quello più antico e poggia la sua forza sulla capacità di decidere. Il secondo, rappresentativo, è la conquista ottocentesca che consente di rappresentare gli interessi dell’elettorato traducendoli in legge. Il terzo è il potere giudiziario, che dovrebbe temperare le divisioni politiche che agitano gli altri due, mettendosi al di sopra delle parti. Da tempo, a questi tre poteri se ne è affiancato un quarto, quello dell’opinione publica. Un potere senza un corpo preciso, ma con un’anima estremamente influente. E che, negli ultimi decenni, si è andato ingrossando enormemente grazie a due fattori sconosciuti ai nostri antenati: la televisione e i sondaggi.


Lord Bryce, nella sua geniale fotografia della politica americana agli albori del Novecento, aveva previsto un nuovo stadio di sviluppo della democrazia, «il governo dell’opinione pubblica» se solo si fosse trovato il modo di verificare la volontà della maggioranza di cittadini in ogni momento «e senza la necessità di passare attraverso i corpi rappresentativi, magari persino senza la necessità di un meccanismo di voto». E’ improbabile che il Cavaliere abbia questo bagaglio di letture, ma certo in queste tre righe c’è il manifesto della sua visione della democrazia a una dimensione. Basata, cioè, sul controllo delle opinioni attraverso il combinato disposto di sondaggi e televisione. E sull’esautoramento dei due poteri – magistratura e parlamento – che fuoriescono dal circuito diretto e personale tra capo dell’escutivo e popolo.
Non si tratta di una concezione isolata, una anomalia made in Italy. Basta guardarsi in giro per accorgersi che, dalla Russia di Putin al Venzuela di Chavez, quest’idea della democrazia come populismo – e dirigismo – mediatico fa sempre più proseliti. La versione del Cavaliere, rispetto al quadro internazionale, ha alcuni punti di forza che, fino ad oggi, hanno giocato a suo vantaggio.

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Piazza contro piazza

Piazza contro piazza

Come se non bastasse la violenza dei toni che, in queste ultime settimane, ha avvelenato la politica, ora ci si mette anche la piazza. Anzi, le piazze. Prima quella del centrodestra, con cui il Pdl ha minacciato ripetutamente gli avversari. Ora quella del centrosinistra, chiamato a manifestare contro il decreto ad listam col quale il governo si è autoassolto dagli errori che aveva compiuto a piene mani. Con l’aggravante che, nel tritacarne delle masse aizzate dai rispettivi partiti, sta per finire anche il Quirinale. Appena una settimana fa, il Capo dello Stato aveva messo tempestivamente in guardia dal rischio di «drastiche contrapposizioni e pericolose tensioni tra poteri e organi dello Stato». Ma forse nemmeno lui immaginava che, complice il pasticcio delle liste, lo scontro avrebbe lambito anche il suo difficilissimo ruolo di arbitro.
Ora, purtroppo, la fiumana delle recriminazioni e dei livori ha ripresto a ingrossarsi, e il pericolo che straripi aumenta di giorno in giorno. Senza che nessuno sia in grado di prevederne, e tantomeno contenerne, gli esiti.


Con la differenza che, adesso, la responsabilità principale non ricade più sui notabili maneggioni di periferia, e i loro maldestri tentativi di fregarsi a vicenda fino all’ultimo secondo utile. Ad arroventare la tensione, stavolta, ha provveduto direttamente il Cavaliere. Rifiutandosi di fare quello che era più che legittimo aspettarsi: chiedere scusa davanti al paese e, soprattutto, alle opposizioni. Cercando un’intesa bipartisan per rimediare a una situazione che tutte le persone di buon senso sapevano che, in qualche modo, si sarebbe dovuta sanare. Il Premier, invece, ha scelto di intraprendere la strada dell’atto di forza unilaterale.
Da parte della stampa più autorevole erano venuti, a ripetizione, gli inviti ad una mossa pacificatrice. Il Pdl, tanto in Lazio che in Lombardia, si trovava palesemente dalla parte del torto. Un torto nient’affatto lieve. In un sistema democratico, le procedure non sono un orpello, o un cavillo burocratico. Sono il principale baluardo dall’arbitrio e dalla prepotenza. Il meccanismo a garanzia del principio che la legge è eguale per tutti. Avere clamorosamente sbagliato tempi e modi degli adempimenti formali nella presentazione delle liste era, e rimane, una colpa grave.

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Un sistema alla deriva

Un sistema alla deriva

All’inizio la reazione è sempre quella. Si parla di mariuoli, o birbantelli. Si promettono nuovi e urgenti interventi legislativi. Si mollano i pesci piccoli al proprio destino giudiziario, e si serrano le fila a difesa delle personalità più visibili, coinvolte ancora indirettamente nelle inchieste. Proclamandone l’onorabilità e l’innocenza. Prima del si salvi chi può, c’è la fase del salvare il salvabile. Successe così agli albori di quella che sarebbe, in pochi mesi, esplosa come Tangentopoli. E, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, molti cominciano a pensare che il sistema politico italiano si sia rimesso su quella china. Con una importante differenza, che non promette nulla di buono.

La differenza, come è già stato autorevolmente notato, è che gli attori coinvolti non sono più i partiti, ma singoli – e autoreferenziali – individui. I corrotti di venti anni fa agivano in nome di un’entità collegiale alla quale dovevano dar conto. Certo, in diversi casi, qualcuno ne approfittava per mettersi in tasca un pezzo di mazzetta.


Ma la giustificazione con la quale il danaro veniva estorto, era che doveva servire per finanziare la corrente, l’organismo cui si apparteneva. C’era un logica sistemica, di cui rispondevano i partiti. E infatti, con Tangentopoli, furono i partiti a andare a picco. Lasciando però lo spazio – e la speranza –  che nuovi e trasparenti partiti potessero prenderne il posto. La corruzione che oggi viene allo scoperto è invece, più semplicemente e crudamente, una questione di malaffare individuale. Lo scopo, primo ed ultimo, è quello di arricchirsi, e di farlo il più rapidamente possibile. Ma sarebbe illusorio, oltre che inutile, prenderselo con la natura umana, e pensare di sopperire alla sua proverbiale debolezza con qualche pistolotto morale, e una legge varata in fretta e furia per placare l’opinione pubblica. Perché anche in questo caso la logica che spinge verso la corruzione è una logica di sistema. Il nuovo sistema di potere che ha soppiantato quello dei partiti: il sistema del potere personale.

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Dieci domande comode

Dieci domande comode

Le dieci domande che un gruppo di studiosi e giornalisti britannici ha rivolto all’opposizione italiana non hanno niente in comune – tranne il numero – con quelle che hanno messo sotto torchio il premier per le sue magagne private. Lì era in gioco la trasparenza e la veridicità personale di un capo di stato. Qui, la credibilità politica di uno schieramento che appare sempre più imballato e incapace di farsi sentire, se non di rimbalzo e di rimessa ai problemi interni al governo. In questo senso, il decalogo britannico può fungere almeno come spunto per far discutere l’opinione pubblica. E magari perfino qualche voce isolata dentro i partiti. Le dieci domande – consultabili su vari siti giornalistici – si dividono in buone e cattive. Quelle, cioè, che si prestano ad una facile – e inutile – risposta, come quando si chiede all’opposizione se « sarà in grado di apportare serie riforme alla classe politica in termini di numero dei parlamentari, immunità legali, costi della politica?» o «Che visione avete della società italiana del futuro e per quale tipo di giustizia sociale vi schierate?».


Il lettore, neanche troppo smaliziato, già si immagina il profluvio di buone, anzi ottime intenzioni  e i rimandi a una dozzina di irrealizzati – e irrealizzabili – documenti di partito.Questo tipo di domande riflette il vizio, tipicamente britannico, di pensare che le elezioni si vincano a botta di buoni propositi, ben presentati in un manifesto elettorale. Nella realtà, il vero problema non è avere degli obiettivi, ma esser capaci di metterli in pratica. Infatti, è molto più cattiva la domanda che chiede «Perché quando avete avuto l’opportunità di governare non avete regolamentato il conflitto d’interessi?». Già, perché? Forse perché molti, all’epoca, pensavano che Berlusconi fosse (politicamente) morto, e invece è rapidamente risorto.
In realtà, proprio questa domanda nasconde uno dei temi più scottanti dei fallimenti della sinistra italiana, la distanza tra il dire e il fare. Quando si tratta di passare all’implementazione di un proposito, per quanto solennemente sancito durante la campagna elettorale, si scopre che la sinistra non è una, ma trina anzi, peggio, decina. Al suo interno ci sono cento anime che cominciano a ostacolarsi a vicenda, a usare il potere di veto, a farsi l’un l’altra gli sgambetti. L’handicap, ahimè, dell’intero decalogo così generosamente formulato è di scambiare la nostra opposizione per quella di Sua Maestà.

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Lavoro, Il sud non può attendere

Lavoro, Il sud non può attendere

Ora tutti se la prendono con Zapatero, e il suo bluf spagnolo di cui tutti, fino a un anno fa, erano invaghiti. E fanno ironie sull’Irlanda, che per dieci anni è stata portata a esempio di sviluppo trionfale mentre il nostro Mezzogiorno languiva. La Grecia, addirittura, trucca i conti. Il Portogallo non poteva fare, e infatti non ha fatto, miracoli. E gli inglesi, tanto per cambiare, fanno battutacce sui paesi del Sud Europa, dimentichi che erano stati loro i primi a far saltare una banca e a dare un bello spintone alla valanga del crack finanziario globale. La confusione è alle stelle, il trend di sviluppo che pareva avessimo miracolosamente riacciuffato sembra messo di nuovo in discussione. E, puntuale, è ripresa l’altalena da brivido dei mercati. Significa che siamo punto e a capo?
No, il dato nuovo di queste settimane è che il quadro internazionale si sta rapidamente frastagliando. Il quasi crollo del settembre nero aveva, per qualche mese, livellato tutti i paesi industrializzati: la malattia era la stessa, la diagnosi abbastanza concorde e, quanto alla terapia, i governi si erano – almeno a parole – dichiarati concordi.


Solo che, quando dalle intenzioni si è passati ai provvedimenti concreti, le politiche nazionali hanno ripreso il sopravvento. E gli interventi sono stati diversi, a seconda di chi guidava il paese e di quali ricette era più o meno pronto a cucinare. Di queste diversità e divergenze non era facile rendersi conto. Tutti gli occhi erano puntati sulle due locomotive mondiali, la Cina e gli Stati Uniti. Se loro ce l’avessero fatta a rimontare rapidamente, gli altri paesi si sarebbero accodati. Ma non è andata così.
Oggi conosciamo ogni dettaglio della ripresa americana. Ogni giorno ci sono report minuziosissimi su ogni singolo aspetto dell’economia, della finanza, degli immobili, della occupazione. Un termometro sensibilissimo, che i media rimbalzano in real time in tutti i centri decisionali, e i mercati azionari recepiscono nel volgere di qualche nanosecondo. Ma cosa stia veramente succedendo nelle tante retrovie europee lo scopriamo solo a scoppio ritardato. A cominciare dal fatto che i dati, le principali statistiche sono oggetto di contestazione continua tra governi ed opposizioni. Negli USA, può variare il giudizio sul tipo di intervento da adottare, e infatti lo scontro tra Obama e i repubblicani è accesissimo.

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I leader e il territorio

I leader e il territorio

Nel volgere di pochi anni, è cambiato drasticamente lo scenario delle elezioni regionali. A conferma che la traballante transizione italiana è ancora estremamente burrascosa. Nelle due edizioni passate, la novità principale era stata l’elezione diretta dei presidenti e l’emergere, per la prima volta, di governatori dotati di rilevanti poteri istituzionali. Queste nuove figure di leader territoriali si erano, però, affermate in un quadro di stretta relazione – e forti condizionamenti – con i partiti di riferimento. Le candidature, alla fin fine, venivano decise a Roma. E, anche se in qualche caso ci furono strattonamenti e tentennamenti per la designazione, nel complesso centro e periferia, in entrambi gli schieramenti, marciarono uniti.  Al punto che l’esito elettorale influì pesantemente sulle sorti dei rispettivi governi. Nel 2000, D’Alema interpretò la sconfitta come un proprio smacco e si dimise da Primo ministro. Cinque anni dopo, l’affermazione del centrosinistra nella grande maggioranza delle sfide fece crollare i consensi a Berlusconi e aprì la strada all’affermazione di Prodi.


Oggi, è cambiata la musica. Le decisioni, in ultima istanza, vengono prese sul territorio. Ha cominciato la Lega di Bossi, pretendendo che venisse riconosciuto il proprio primato elettorale in due regioni chiave del Nord, anche a discapito di governatori autorevoli ed apprezzati come il veneto Galan. Poi è scesa in campo l’Udc, mandando in tilt i quartieri generali di PD e Pdl. Sulla carta, la teoria dei due forni sembrava l’ideale per chiudere gli accordi a tavolino, nel segreto delle segreterie. Ma, all’atto pratico, l’ambivalenza – e ambiguità – del partito di Casini ha finito con il dare la stura a una ridda di combinazioni, e tentazioni. Facendo rientrare in partita candidati che, in un meccanismo bipolare secco, sarebbero stati fuori gioco. E metendo allo scoperto i due – diversi – talloni d’Achille che Berlusconi e Bersani avevano cercato di tenere nascosti, o almeno sotto controllo.
L’handicap del Cavaliere è lo stesso dagli esordi della sua vicenda politica: il divario tra la sua forza straordinaria quando si muove al centro del sistema, rivolgendosi direttamente e mediaticamente agli elettori, e le fragili radici che continua ad avere sul territorio. Tra Berlusconi e il notabilato diffuso del Pdl esistono scarsi rapporti e scarsissima sintonia.

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La scuola in rete

La scuola in rete

Con il dibattito politico imballato tra candidature regionali e riforme più o meno ad personam, richiamare l’attenzione pubblica sui maestri e la loro scuola è un atto di lungimiranza. Nel suo esordio al Sud, Italia futura, la neonata associazione di Montezemolo, dimostra di non volersi confondere nella ridda di schieramenti e posizionamenti su come – non – cambiare l’Italia nei prossimi tre o quattro mesi litigando su ogni dettaglio. E cerca, invece, di mettere in cantiere energie vitali, radicate ma, fino ad oggi, pervicacemente emarginate dai governi di ogni colore politico. Piuttosto che addentrarsi in proposte che verrebbero, a questo stadio, inevitabilmente targate ed attaccate, il manifesto introduttivo presentato, ieri, da Scotto di Luzio ha puntato a lanciare un messaggio di orgoglio e riscossa culturale. Rivolto ad una platea tanto vasta quanto disorientata. Schiava di ritmi di lavoro massacranti ed enormi responsabilità, ma pochissimo gratificata sia sul piano delle retribuzioni quanto su quello della carriera. Vedremo nei prossimi mesi se questo metodo di intervento raccoglie adesioni e consensi.


Ma, nell’affollamento insopportabile di partitini personali che parlano solo al ceto della nomenklatura, Italia futura dà prova di una visione delle risorse umane su cui vale la pena di scommettere.
Tanto più che il mondo della scuola è disperatamente alla ricerca di qualche forma di valorizzazione. Gran parte dei suoi problemi non nascono dalla qualità degli insegnanti, che resta più che dignitosa. Gli handicap principali riguardano la ripartizione della spesa, che finisce per il 97% in stipendi, e solo in misera parte alle strutture. Giustamente Italia futura ha bandito un concorso di idee per mobilitare le maestre e i maestri d’italia a suggerire come potrebbero cambiare i luoghi in cui i nostri bambini trascorrono la gran parte delle loro giornate. Ed hanno il primo impatto con la presenza e il ruolo dello Stato. L’appartenenza alla comunità nazionale, il sentimento della cosa pubblica, nascono in aule per le quali mancano, ormai sempre più spesso, i rudimenti della convivenza civile.
Con l’aggravante che si fa sempre più invadente un’altra presenza formativa, quella virtuale e onnipresente della tv e dei cellulari. L’importanza strategica degli anni fondativi delle elementari sta anche nel fatto che si tratta dell’unico segmento educativo ancora non colonizzato dalla in-civiltà dell’homo videns.

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Emergenza Sud il patto che manca

Emergenza Sud il patto che manca

Sarebbe bene prendere sul serio l’invito del Capo dello Stato a fare, finalmente, del Sud una priorità nazionale. Sarebbe l’occasione per lanciare la più importante riforma bipartisan di cui il paese oggi ha bisogno: la riunificazione dell’Italia. A partire dal nodo più spinoso, il divario nelle condizioni economiche, nel tasso di ocupazione, nel futuro di ragazze e ragazzi che oggi vivono sulla loro pelle la spaccatura tra un Nord sempre più ricco e un Mezzogiorno con il cappio al collo. Ma, come amaramente notava Viesti ieri su questo giornale, non è il caso di farsi troppe illusioni. Il vento pre-elettorale soffia nella direzione opposta, e di qui alle regionali il linguaggio che prevarrà sarà quello dei verdetti sommari. Basta leggere le battute sul Corsera di un politico intelligente come Maroni, intrise dei pregiudizi a buon mercato con cui la Lega – e molta stampa d’opinione – ha cavalcato ed alimentato le tensioni anti-meridionali. Da un lato il Nord lavoratore e operoso, dall’altro lato il Sud fannullone e a caccia di posti fissi. Ma è possibile che la sesta potenza industriale del pianeta possa essere governata con questo bagaglio culturale da bar sport?


Con l’aggravante che questo tipo di analisi approda sempre alla stessa ricetta: il ricambio di classi dirigenti. La palingenesi che nessuno rinuncia a sventolare sull’avversario, dimenticando che, nell’ultimo ventennio, il Sud è stato governato da entrambi gli schieramenti politici, in misura più o meno paritetica. Se davvero la soluzione stesse tutta nel colore politico dei prossimi vincitori elettorali, ci sarebbe ben poco da sperare. La realtà è che, in un sistema democratico, le classi dirigenti – di centrodestra come di centrosinistra – sono lo specchio della società. E finiscono inevitabilmente per rifletterne tanto i punti di forza quanto gli elementi di debolezza. Il rapporto con la propria base elettorale tende a rassomigliare molto più a un circolo vizioso che all’ipocrita aspettativa di un radicale cambio di marcia.
Perché il possa trasformarsi da palla al piede in locomotiva del paese, i nodi da affrontare restano quelli storici che, da più di un secolo, ostacolano il suo sviluppo. E sui quali il ventennio passato ha steso un velo omertoso di silenzio. Il primo riguarda la conquista e promozione di un modello autoctono di crescita economico-sociale.

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La sanità di Obama svolta pragmatica

La sanità di Obama svolta pragmatica

Si chiude in rimonta il difficile anno di esordio di Obama. L’approvazione in Senato della contrastatissima riforma sanitaria consente al Presidente di segnare finalmente un successo importante. Dimostrando che il programma coraggioso con cui aveva vinto le elezioni non è solo un libro dei sogni.
Certo, le ombre non sono mancate, a cominciare dalla politica estera dove, in Iraq come in Afghanistan, Obama è ben lontano dalla svolta che aveva così enfaticamente annunciato. Se si ricorda il bagno oceanico di folla che aveva accompagnato gli esordi della sua campagna, il tripudio di applausi conquistato sulle piazze europee e su tutti i blog pacifisti, il bottino resta deludente. E la visita lampo a Copenhagen, a chiusura del megameeting sul global warming, ha ribadito che gli spazi di manovra, sul fronte internazionale, sono estremamente ridotti. Soprattutto se, invece di mostrare i muscoli, ci si presenta con un mix inoffensivo di buone intenzioni e ragionevoli argomentazioni.


Proprio, però, le difficoltà incontrare hanno confermato che la dote migliore di Barack non consiste nel suo carisma, inevitabilmente confinato alla fase della raccolta dei voti, quanto nel suo pragmatismo. Dando ragione a quanti avevano sottolienato la sua esperienza giovanile nei meandri della machine politics a Chicago. E la straordinaria pazienza e abilità con cui era riuscito a conciliare le mille anime democratiche che, nei trent’anni passati, si erano sempre aspramente combattute in ogni stato dell’Unione e in ogni commissione del Congresso. E’ stato questo, ancora una volta, il vero banco di prova su cui ha rischiato di naufragare a più riprese la legge che si propone di allargare – e rendere più accessibile – la copertura contro le malattie.
La situazione di partenza era drammatica. Gli Usa sono, infatti, riusciti a accumulare tre record negativi nei confronti delle altre democrazie occidentali: il sistema dell’assistenza sanitaria è interamente in mano private, con costi che sono il doppio della media europea, e lasciando totalmente sguarnito circa un quarto della popolazione.

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Il compromesso non è un inciucio

Il compromesso non è un inciucio

Auspice il clima natalizio, le prossime settimane dovrebbero allargare lo spiraglio sottilissimo che in questi giorni si è aperto. E far crescere, almeno a parole, i propositi di pacificazione nazionale. La presa di posizione di D’Alema per un dialogo serrato sulle riforme e il discorso di Casini che affaccia l’ipotesi di un’Assemblea costituente vengono incontro alle colombe del Pdl. E a quanti, ai vertici istituzionali, cercano di scongiurare uno scontro sempre più incontrollabile. Ma c’è davvero un terreno, per quanto impervio, di intesa? Quale potrebbe essere lo scambio tra le parti sui nodi più scottanti sul tappeto? Perché si avvii una trattativa, si deve poter intravedere uno sbocco – anche solo una bozza – almeno dietro le quinte. Dopo gli anni passati a tessere trame tutte inesorabilmente fallite, nessuno si metterà intorno a un tavolo senza uno straccio di compromesso in vista. Tanto più che, mai come oggi, il tavolo appare affollato da troppi protagonisti. E, più si allarga il tavolo, più l’accordo appare improbabile.


Sui tre temi costituzionali più scottanti, i contendenti devono, infatti, fare i conti con divisioni trasversali. Se ci fossero posizioni unitarie nel centrodestra e nel centrosinistra, il dialogo potrebbe riguardare un avvicinamento reciproco e la ricerca di un compromesso. Invece siamo alle prese con alleanze a geometria variabile. E impossibili da sommare.
Sulla giustizia, che oggi appare il pomo principale della discordia, la maggioranza del Pd potrebbe, senza troppe difficoltà, convergere con alcune proposte dei moderati del Pdl. E Casini sarebbe ben contento di benedire la transazione. Ma, come già si è visto dalle critiche di queste ore, il duo Franceschini – Veltroni è pronto a cogliere l’occasione per rimettere in discussione la leadership del proprio partito. Sapendo di poter contare sull’antiberlusconismo viscerale che serpeggia nella base Pd, amplificato dai media alleati e con la sponda oltranzista di Di Pietro.
Se passiamo alla legge elettorale, che tutti dicono di voler cambiare, le cose sono messe ancora peggio.

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Il Cavaliere torna sul predellino

Il Cavaliere torna sul predellino

Adesso che le parole del boss sembrano avere smentito le accuse del killer, è auspicabile che il Premier trovi la serenità per tornare a occuparsi di politica. E dei problemi del Paese. Mettendo definitivamente da parte l’ipotesi di un ritorno alle urne con cui ha – ulteriormente – agitato la scena mediatica. Ma non è detto che prevalga il buonsenso. Quell’ipotesi, lo sanno tutti, era campata in aria. In un regime parlamentare, il potere di scioglimento spetta al capo dello Stato. E un Presidente del Consiglio che abbia la maggioranza dei seggi non può appellarsi agli elettori, mandando a proprio piacimento a casa deputati e senatori in carica. Ventilandola, il Cavaliere aveva in testa un altro obiettivo. Ed è difficile che vi abbia rinunciato.
Nel regime plebiscitario instaurato da Berlusconi, il voto non avviene ogni cinque anni. Ma – almeno – ogni cinque giorni. E’ un richiamo costante e pressante al consenso maggioritario e alla legittimazione popolare di cui il Premier si sente investito.


In contrapposizione frontale agli altri attori istituzionali: partiti, magistratura e – di recente – anche il Capo dello stato. Normalmente, il richiamo avviene attraverso il mix comunicativo preferito del Cavaliere: esternazioni a tutto campo e sondaggi supertonificanti. Ed è certo che questa ricetta continuerà ad essere abusata nelle prossime settimane. Ma, nella situazione complicata in cui il Premier è andato a cacciarsi, la formula usuale non basta. Ci vuole un’accelerazione di tensione. Dal voto virtuale è indispensabile spostarsi sul voto reale.
Per farlo, Berlusconi ha a disposizione tre carte. La prima se l’è già in parte bruciata col dibattito di queste settimane, che ha comunque contribuito a distogliere l’attenzione dalle beghe giudiziarie e private. La seconda sarà calata oggi, o nei prossimi giorni, quando il Cavaliere tenterà di sparigliare nuovamente i giochi nei meandri del proprio schieramento, come già fece in modo magistrale col partito del predellino. La terza carta, e la più concreta, riguarda le prossime elezioni regionali. Che Berlusconi intende affrontare come una resa definitiva dei conti con tutti i propri avversari, esterni e interni, ed il passaggio cruciale per rilanciare la propria immagine di unto dal popolo italiano.

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Classi dirigenti

Classi dirigenti

L’intervento del Ministro Brunetta risponde certo, almeno nel linguaggio, alla scelta di alzare i toni dello scontro politico. Dando l’immagine di un esecutivo che si sente assediato dal clima mediatico e giudiziario, e si prepara a rispondere colpo su colpo. Sullo sfondo, però, si intravede un tema culturale che da anni fa da spartiacque tra i due blocchi, e sul quale il berlusconismo ha costruito buona parte delle sue fortune: la contrapposizione tra il leader solitario e innovatore ed i gruppi corporativi che detengono, a vario titolo, le chiavi del vecchio potere. Questa visione non è stata sempre un’esclusiva della destra. Agli esordi della Seconda repubblica, anche il centrosinistra puntò sulle virtù rigeneratrici dei nuovi imprenditori politici che, come sindaci o governatori, cercavano di far da traino al cambiamento. Ma col passare degli anni, complice l’odio viscerale contro il protagonismo del Cavaliere, le varie forze dell’opposizione sono tornate a coltivare l’atavica diffidenza verso il capo. Rinserrando, dentro i partiti, la logica cooptativa delle elite.


In questo modo, però, hanno esorcizzato il problema che, con le parole sbagliate, Brunetta ieri ha giustamente richiamato.
Il problema è che, quale che sia il giudizio che si vuol dare dei nuovi leader, le vecchie elite non funzionano. Al punto che questa inadeguatezza sta diventando il tratto più macroscopico dei ritardi del nostro paese nei confronti dei concorrenti occidentali. E’ ciò che emerge da una attività di ricerca pluriennale condotta dalla LUISS Guido Carli sulle classi dirigenti in Italia, e che ha fatto da cornice all’evento che ieri, proprio alla LUISS, ha concluso il convegno nazionale degli scienziati politici italiani. Introducendo il dibattito tra Pier Luigi Celli e Gianfranco Pasquino su «Classe politica e classi dirigenti», Raffaele De Mucci ha ricordato uno dei risultati più emblematici dell’indagine empirica, che «le classi dirigenti in Italia non piacciono e non si piacciono». Non solo godono di cattiva stampa, ma la alimentano coltivando esse stesse un’autorappresentazione negativa.
Ma non è stato sempre così. Questo approdo è il risultato di processi che, negli ultimi vent’anni, hanno investito tanto il mondo aziendale quanto quello dei vertici burocratici e partitici.

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Manovre in corso

Manovre in corso

Ci sono due modi di guardare ai movimenti in corso all’interno della maggioranza, e in alcuni settori della stessa opposizione. La prima chiave di lettura è quella che più appassiona I giornali, anche perchè sembra prestarsi più facilmente ad essere tradotta in aritmetica elettorale: stanno cambiando le alleanze o, addirittura, sta saltando lo schema bipolare su cui si è retto per quindici anni il nostro sistema politico? In questa chiave, le sortite, sempre più pungenti e pugnaci, del presidente della Camera preluderebbero a un suo spostamento verso il centro. Dove pure sarebbe diretto Rutelli, ex-candidato premier dell’Ulivo, magari in compagnia di un drappello di ex-democristiani sconfitti alle prossime primarie del PD. Il tutto a giovamento di Casini, che vedrebbe così finalmente realizzato il suo progetto di spezzare la morsa dell’alternativa secca tra centrodestra e centrosinistra, ripristinando l’autonomia e la forza di un partito moderato capace di scegliersi – e dettare – le alleanze.


Questa ipotesi aleggia da anni sulla incerta transizione italiana. Navigando tra I miei editoriali degli ultimi dieci anni al Mattino, ne ho trovati almeno una dozzina che ne parlano. Può darsi che questa volta un grande – o piccolo – centro ce la faccia davvero a decollare. La condizione necessaria – anche se non sufficiente – resta la stessa, oggi come ieri e l’altro ieri: l’uscita di scena di Berlusconi. Fin tanto che il Cavaliere ce la farà a restare in sella, il paese resterà diviso in chi lo ama e chi lo combatte. Dopo, cambierà tutto. Ma proprio perchè il cambiamento sarà eclatante e tramautico, esercitarsi oggi nel prevedere cosa succederà è appassionante quanto aleatorio. Basta pensare a che ne sarà di Bossi, che oggi può condizionare quasi ogni passo del governo ma che difficilmente, domani, troverebbe una sponda nell’area di centro. E non sarebbe nemmeno bene accolto in quella base settentrionale del Pdl che già oggi è in competizione durissima con I leghisti. Per non parlare della lotta di successione che si aprirebbe in un partito che si regge soltanto grazie al carisma del premier. E nel quale spunterebbero subito dieci anime e cento correnti, col rischio di una rapida implosione.

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Battaglia di primavera

Battaglia di primavera

E’ presto per sapere quale segno lascerà sulla scena politica lo scontro che ha portato alle dimissioni del direttore dell’Avvenire. Molti pensano che gli elettori italiani, col loro proverbiale cinismo, hanno digerito ben altro. E che presto la vicenda sarà dimenticata, complice il desiderio della Santa Sede di conservare buoni rapporti col governo. Altri, al contrario, sono convinti che possa essere uno spartiacque. La Chiesa è oggi, in Italia, l’unico attore politico dotato di solidità e continuità istituzionale. Ha radici profonde. E la memoria lunga. Dall’affronto subito in questi giorni potrebbe nascere una nuova strategia che porti il mondo cattolico a prendere le distanze da Berlusconi.
Per sapere la direzione di marcia, non serve guardare alle prossime mosse delle gerarchie ecclesiastiche. Abituata a una secolare gestione dei rapporti di forza imparata in condizioni ben più aspre, la Chiesa non farà passi affrettati, e tanto meno eclatanti. Come già si è intravisto dagli incontri e dichiarazioni di queste ore, nell’immediato prevarrà il ritorno all’ordinaria amministrazione.


Nella consapevolezza che la partita vera, e forse decisiva, si giocherà in primavera. Quando si voterà per il rinnovo delle amministrazioni regionali. Nelle due tornate precedenti, queste elezioni hanno anticipato la sorte del governo nazionale. Nel 2000, la sconfitta del centrosinistra portò alle dimissioni di D’Alema, aprendo la strada al ritorno al potere di Berlusconi. Cinque anni dopo, fu il corpo a corpo che vide sconfitto il centrodestra a rilanciare Romano Prodi. Cosa succederà questa volta?
La vera novità è rappresentata dal ruolo dei centristi di Casini. Per la prima volta in quindici anni, lo scontro elettorale in Italia non sarà bipolare. Ma saranno determinanti le alleanze che l’UDC deciderà di fare. Al momento sembra prevalere la linea del caso per caso. In una fase ancora molto incerta, e con la sinistra che non riesce a uscire dall’impasse in cui si è messa, una chiara scelta di campo appare per lo meno prematura. La scelta dei due forni, però, presenta un rischio e un vantaggio. Il rischio è che questa strategia venga vista come l’incapacità di decidere, e tacciata di opportunismo.

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La strategia istituzionale

La strategia istituzionale

Ci sono due chiavi di lettura per le cronache burrascose di questi ultimi giorni. La prima è quella dietrologica in cui eccellono I salotti romani. Se si è trattato solo di una gaffe, quale possibile strategia si celasse dietro una presa di posizione così dura, se la dissociazione del Premier fosse davvero così convinta. E via presupponendo e alambiccando, senza possibilità di conferma o di smentita. L’altra interpretazione si affida non alle – buone o cattive – intenzioni, ma al buonsenso. Sui rapporti tra chiesa e governo, in questi ultimi mesi in Italia, si è tirata troppo la corda. C’è stata una ripoliticizzazione del ruolo della Santa Sede che non trova analogie in alcuna altra democrazia occidentale. Questa discesa in campo religiosa è avvenuta, su temi estremamente delicati, al fianco e in supporto del governo. Ma, alla distanza, questo abbraccio troppo stretto si sta rivelando un boomerang. La stessa chiesa che, sui temi bioetici, sembrava essersi legata a filo doppio con Berlusconi, ha dovuto su altri fronti – più privati – prenderne con imbarazzo le distanze. L’ultimo episodio è la conferma che, quando Stato e Chiesa marciano troppo vicini, l’incidente è sempre a portata di mano.


Se c’è un insegnamento da trarre, è che entrambi i due contendenti farebbero bene a ritrovare maggiore distanza e autonomia.
E’ in questa luce che va inquadrata la marcia – solitaria ma tenace – del Presidente della Camera Fini. Il suo richiamo alla laicità del Parlamento suona come una petizione di principio. Più che sposare una causa specifica, Fini invita a una distinzione di ruoli di cui si sta perdendo la traccia – e la misura fondamentale per un regime democratico. Proprio, però, perchè il cortocircuito sui rapporti tra Stato e Chiesa sta diventando così esplosivo, il richiamo di Fini assume un ruolo di più ampia portata. Da presa di posizione politica evolve in strategia istituzionale. Diventa l’indicazione di un percorso eminentemente bipartisan.
Si tratta di una posizione inedita nel panorama italiano. Negli ultimi quindici anni, il berlusconismo si è imposto soprattutto come sistema di divisione del paese in due fronti. Un sistema che ha avuto il merito innegabile di portare finalmente anche l’Italia sulle sponde del bipolarismo. Finendo però, al tempo stesso, di radicalizzare e personalizzare lo scontro.

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Un’idea di Sud

Un’idea di Sud

Nel trovare ricette per il Sud, il governo ha le sue gatte da pelare. Bossi continua ad aizzare I peggiori luoghi comuni, avvelenando il dibattito pubblico coi soliti argomenti acchiappatitoli: tutto il bene a Nord del Garigliano, tutto il marcio nell’ex- regno borbonico. Berlusconi, per tenergli testa, ammette che molte cose non vanno, ma che lui troverà subito I rimedi, anzi ha la soluzione già pronta. E giù una sfilza di progetti – e miliardi – chiavi in mano, tutti gestiti da una tecnocrazia inesistente, ovviamente blindata a Roma. Chiunque ha una qualche conoscenza di come funzionano I processi di sviluppo in giro per il mondo – Mezzogiorno compreso – sa bene che queste intenzioni son destinate a restare sulla carta. O a dare pessimi risultati. Ma il Cavaliere fa il suo mestiere, di grande comunicatore e accentratore. Cosa fa, invece, l’opposizione?
Non avendo per il momento – e, parrebbe, per molto tempo a venire – grandi incombenze pratiche, ce la si aspetterebbe impegnata a dibattere e, perchè no, a pensare.


Riflettere e analizzare che cosa, e perchè, è andato storto al Sud nell’ultimo decennio. E anche cosa ha, invece, funzionato, visto che, per diversi anni, sembrava che le cose potessero finalmente svoltare. Insomma, avrebbe tutto il tempo per offrire una visione del Mezzogiorno che non fosse schiacciata sulle diatribe agostane: quanti soldi sono stati sprecati, chi e come deve continuare a lucrarci, chi deve pagare il conto e se bisogna presentarlo in italiano o in dialetto.
Ma l’opposizione tace. Balbetta. Nei programmi dei contendenti alla leadership del PD, le idee sul Sud sono poche e stantie. Minestre molte volte riscaldate. E se cercate nel calendario della festa nazionale del partito, inaugurata ieri e che vedrà impegnati tutti I big in due settimane di dibattiti, non c’è la parola Mezzogiorno; e il Sud compare una sola volta in un incontro di seconda fila. Verificare sul sito internet per credere. Detto fuori dai denti, la dirigenza centrale del PD non ha uno straccio di idea sul Sud. E neanche si pone il problema. Su questo giornale, Emanuele Macaluso, con la sua proverbiale lucidità, ricordava I protagonisti del grande riformismo meridionalista, molti di origine settentrionale. Ed equamente ripartiti tra governo ed opposizione.

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Le ronde e l’ordine

Le ronde e l’ordine

Il decreto sicurezza diventato, da ieri, operativo, suona, per la verità, ben poco rassicurante. Invece di far sentire, alta e chiara, la voce autorevole dello stato, ha dato stura a una ridda di opposizioni e divisioni. Anche all’interno dello stesso governo. E minaccia di scatenare molti più problemi di quanti possa riuscire a risolvere.
Innanzitutto, non fa piacere che siano state messe insieme due realtà, due fronti che andrebbero invece tenuti chiaramente distinti: il reato di clandestinità e le ronde. Sulla politica dell’immigrazione si sono levate, ancora ieri, voci critiche autorevolissime nei confronti della linea dura scelta dal Ministro Maroni. E accenti fortemente discordi sul varo della giustizia-fai-da-te si sono sentiti dai sindaci delle maggiori città italiane. Ma quali che siano le idee che si nutrono su questi due temi così scottanti e delicati, l’aspetto più pericoloso è il corto-circuito ideologico nel vederli varati insieme. Con un messaggio, neanche tanto implicito, che le ronde sono, fondamentalmente, uno strumento anti-immigrati. Questo messaggio, si sa, è da anni uno dei principali cavalli di battaglia politica della Lega.


Proprio per questo, fa una certa impressione ritrovarselo in un provvedimento dello Stato.
Tanto più che l’applicazione pratica si annuncia gravida di tensioni. E’ facile prevedere che la linea dura contro gli immigrati renderà ancora più calda un’estate già drammatica per la crisi economica galoppante. Rischiando di lacerare ulteriormente un tessuto sociale che sta rapidamente perdendo memoria, e identità, storica. Le parole con cui il Presidente della Camera ha ricordato che gli italiani sono stati, sino a pochi anni fa, soprattutto un popolo di emigranti dovrebbero aiutare i giovani a ritrovare le radici perdute. Le radici di ostilità e sacrifici subiti dai propri padri lavorando in ogni angolo del mondo, come oggi succede agli immigrati nelle nostre città e paesi. E invece l’abbassamento a sorpresa del limite di età delle ronde trasforma ogni diciottenne in un potenziale vigilante. Vigilanti contro la propria storia.
Senza contare la confusione che nascerà quando dalla normativa, ancora vaga e confusa, si passerà ai pattugliamenti effettivi. Tra gli aspetti più preoccupanti c’è, infatti, l’assenza di sanzioni nei confronti di quanti continueranno a farsi le ronde a modo proprio.

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Ripensare il Sud

Ripensare il Sud

Approfittando del ferragosto, Bossi continua a tenere banco. Quando I fatti scarseggiano, e le parole occupano più spazio, il Senatur può dare la stura alla sua fertile immaginazione – e parlantina – antitaliana. Finito il round delle ronde, ora tocca all’inno di Mameli e al dialetto a scuola in versione canora. Si tratta di esternazioni che non lasceranno traccia nell’azione concreta di governo. Ma servono alla Lega per marcare il proprio territorio e dettare l’agenda comunicativa nazionale. Come ha notato Mario Ajello sabato su questo giornale, ogni statistica sul paese sembra ormai che si possa leggere solo in chiave di dualismo – e contrapposizione – tra Nord e Sud. Creando il clima peggiore per quella svolta nell’intervento sul Mezzogiorno che Berlusconi ha annunciato, creando molte aspettative.
Al contrario, se il governo vuole davvero incidere sulla realtà meridionale, il primo passo obbligato è infondere meno pessimismo e più fiducia. Smussando gli elementi di frattura territoriale, invece di trasformarli in un fossato incolmabile. Ed evitando di radicalizzare la polemica politica.


Dopotutto, il Sud, negli ultimi vent’anni, è stato governato in misura pressocchè paritaria da centrodestra e centrosinistra. Cercare il capro espiatorio su un fronte solo è propaganda dalle gambe corte.
L’altro errore che andrebbe evitato è di fare intendere di avere la ricetta già – quasi – pronta. Il primo intervento straordinario iniziò al Sud poche settimane dopo l’unificazione, quando gli ufficiali piemontesi misero a ferro e fuoco l’ex-regno borbonico per cinque anni di fila. Da allora, di formule e modelli ne sono stati sviluppati molti. Ed alcuni con importanti successi. La stessa storia recente è fatta di luci ed ombre. Molte delle sperimentazioni avviate, nelle regioni e nelle grandi città, hanno dato risultati promettenti, quale che fosse la bandiera sotto la quale militavano sindaci e governatori. Soprattutto, non andrebbe disperso il patrimonio di innovazione burocratica conquistato grazie allo stimolo – e ai vincoli – dell’Unione europea. In molti casi, anche innestando alte capacità manageriali ai vertici della dirigenza pubblica. Il reclutamento di grand commis, che il Ministro Brunetta ha proposto, è stato già messo in atto, almeno in parte, grazie alle porte aperte dalle riforme Bassanini.

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Le radici del Sud

Le radici del Sud

Sembra si riapra finalmente la discussione sul Sud. Dopo anni di discettazioni sulla questione settentrionale – l’area più ricca di Europa – e le sue pulsioni scissioniste, il Mezzogiorno è ritornato alla ribalta politica. Lo ha fatto coi toni bruschi e un po’ minacciosi di alcuni governatori e di qualche autorevole parlamentare. Mettendo in campo lo spauracchio del partito del Sud, e chiedendo che il governo smettesse di smistare al Nord le risorse che le leggi – nazionali e europee -  destinano ai territori meridionali. Berlusconi si è preoccupato e ha promesso di cambiare rotta, Tremonti ha detto che si allineerà, la Lega ha messo la sordina. E sembrerebbe tornata la bonaccia. Personalmente, non credo che le acque si possano facilmente calmare. Per tre ragioni che, purtroppo, terranno banco nei prossimi mesi.
La prima ragione è economica. Quali che siano le motivazioni e le colpe, il divario tra nord e sud persiste. E sta scavando sempre più a fondo nelle coscienze degli elettori meridionali. Da vent’anni non c’è più un modello di intervento per fronteggiare, e colmare, questo gap.


Chiusa la fase dell’industria pubblica, esaurita la spinta propulsiva della Cassa e della sua tecnocrazia, il Sud si è affidato all’utopia della progettazione dal basso. Era la strada giusta per coinvolgere diversi attori istituzionali nei processi della spesa pubblica, ma ha finito col moltiplicare le pastoie e le incapacità burocratiche. Anche per questo, oggi si torna a parlare di pochi grandi progetti centralizzati. Ma è bene non farsi illusioni. A Roma oggi non c’è il know-how, e tanto meno l’elite amministrativa, per una sfida di questa portata. Dopo vent’anni di silenzio – e di errori – nessuno, adesso, ha la ricetta magica per spendere bene e presto al Sud.
In assenza di soluzioni a presa rapida, non c’è, però da aspettarsi che i politici meridionali si mettano a recitare il mea culpa. Quest’esercizio spetta ai – soliti – opinionisti a la page, che stanno tornando a riempire le colonne dei quotidiani di reprimende sulle responsabilità delle classi dirigenti sudiste. Ma i politici leggono poco i giornali. Sono più attenti a recepire e veicolare il malessere dei propri elettori, la loro crescente insofferenza, il senso di ingiustizia nel sentirsi trattati dallo stato come cittadini di serie B.

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L’Italia a due opportunità

L’Italia a due opportunità

Non sappiamo quanto siano vere le cronache del Consiglio dei Ministri, che dipingono un Capo del governo irritatissimo coi suoi ministri. Soprattutto col cassiere Tremonti, e coi tagli che sta imponendo alle finanze del paese. Certo è che molti si augurano – da destra come da sinistra – che il Premier esca rapidamente dall’impasse in cui l’hanno cacciato I suoi recenti problemi di immagine – personale e internazionale. E torni a occuparsi con grinta, e in prima persona, della gestione del proprio governo. Perchè la logica con cui si sta muovendo Tremonti può certo far piacere a Bossi, da sempre l’alleato di ferro del ministro plenipotenziario. Ma sta producendo un risultato che, fino ad oggi, il Cavaliere era riuscito miracolosamente ad evitare. Spaccare il paese in due. Da una parte il Nord operoso, che merita più attenzione e più soldi. Dall’altra, il Sud scialacquone, che va punito. Questa immagine era stata alimentata, finora, soprattutto dalla Lega, e aveva cominciato a trovare un’eco sempre più autorevole – e interessata – in alcuni organi di stampa legati all’establishment industriale settentrionale.


Ma quando dei ministri italiani cominciano ad usare questi argomenti significa che la situazione rischia facilmente di deteriorarsi. Anche perchè può sembrare facile tornare a catechizzare il sud con toni che ricordano quelli degli ufficiali sabaudi all’indomani dell’unificazione. Ma come quegli stessi ufficiali – e l’intera classe dirigente nordista – impararono presto a proprie spese, I conti con la Storia non si fanno per decreto legge. I due recenti provvedimenti del governo che vanno in questa direzione non avranno vita facile. Il commissariamento della Sanità campana presenta due punti oscuri. Le cifre di cui parla il governo non coincidono – anzi contrastano apertamente – con quelle certificate dalle autorità regionali. E, fatto ancora più grave, I criteri in base ai quali si è scelto di decapitare Napoli sono del tutto difformi da quelli adottati per graziare la sanità siciliana. E’ una difformità non sanabile facilmente sul piano costituzionale. Ma ancora più difficilmente risulterà giustificabile sul piano del consenso politico, quando I tagli indiscriminati dei sub-comissari piovuti (si vocifera) dal lombardo-veneto morderanno direttamente sull’erogazione dei servizi ai cittadini.

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I giovani e la politica

I giovani e la politica

Spenti i riflettori sul summit dei Grandi, e sulle loro ricette – si spera – a presa rapida, conviene spostare l’attenzione su un altro incontro. Meno gettonato dai media, ma ricchissimo di materiali di studio. A Santiago del Cile oltre duemila politologi da ogni angolo del mondo hanno discusso sulla crisi attuale, il «global discontent» che, fino a ieri, sembrava relegato nelle aree deboli del pianeta. E che oggi ha travolto anche I paesi più ricchi e industrializzati. Per la prima volta, in sessant’anni di congressi internazionali, nord e sud si sono trovati a parlare la stessa lingua. Forse non durerà a lungo. Forse grazie a qualche ulteriore iniezione di danaro pubblico, gli stati forti riprenderanno a correre, e quelli deboli continueranno ad arrancare. Ma mai come in questi giorni a Santiago è stata viva la sensazione che siamo tutti nella stessa barca.
La chiave interpretativa più inquietante non l’hanno offerta, però, gli studiosi. Ma, con il linguaggio lapidario che hanno I politici di razza, è venuta da Michelle Bachelet, la presidentessa cilena che sta rinverdendo il mito di Salvador Allende.


Con un’immagine senza mezzi termini, nel suo intervento al Congresso, la Bachelet ha messo in guardia dal pericolo di una «bolla democratica». Il rischio che la crisi economica trascini rapidamente a picco anche le istituzioni così faticosamente ricostruite in questi anni. In tutti I principali paesi sudamericani, ma anche in tante altre parti del mondo. Lo sviluppo liberista drogato dalla speculazione finanziaria è andato, nell’ultimo ventennio, di pari passo con un processo a tappeto di democratizzazione. Dopo il collasso del blocco sovietico, abbiamo visto fiorire dappertutto regimi con libere elezioni, una pluralità di partiti, un ruolo importante dei media. E ci siamo illusi che I traguardi, guadagnati in occidente con secoli di faticosissime lotte, potessero essere facilmente esportati e trapiantati.
Dall’osservatorio cileno, la strada appare ancora impervia. La più antica democrazia del Sud America sente ancora profonda la ferita del colpo di stato di Pinochet, il suo 11 settembre – la stessa tragica data – di trentasei anni fa. Solo da poco è stata restaurata l’ala del palazzo presidenziale, la Moneda, dove Allende si suicidò prima che I missili dell’aviazione golpista centrassero l’edificio.

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La leadership popolare

La leadership popolare

Non è il caso di enfatizzare oltremisura un evento che, rapidamente, passerà nel dimenticatoio. Soprattutto perchè è andato bene. Ci fosse scappato un incidente – e ce ne erano tanti in agguato – state certi che il summit di L’Aquila sarebbe rimasto negli annali. Nondimeno, alcuni segnali di novità ci sono stati. E anche se è ancora presto per misurarne l’impatto, meritano una messa a fuoco. Perchè fotografano, nel bene e nel male, lo spirito del tempo in cui viviamo.
Le incognite della vigilia riguardavano due aspetti chiave del vertice: la sua sostanza e la sua immagine. Molti erano comprensibilmente scettici sul fatto che Il club dei grandi sarebbe riuscito a produrre risultati significativi, prendendo decisioni influenti – e vincolanti – per la vita delle comunità che governa. Questa preoccupazione era alimentata anche dal fatto che, intorno al tavolo, non ci fossero tutti gli interlocutori che reggono realmente il timone del globo. E che, alla fine, ci saremmo ritrovati una – costosissima – fiera delle vanità.


Non è andata così. O meglio, alcuni timori sono stati confermati ma, anche grazie all’abilità dei protagonisti, sono stati volti in positivo. Nei fatti, il summit di L’Aquila si è già svolto all’insegna di una più ampia partecipazione. La presenza di Brasile, Cina, India, Messico e Sudafrica già prefigura quel formato allargato che sarà, molto probabilmente, ufficializzato nel volgere di un paio di anni. Sancendo la presa di coscienza che un tavolo senza Asia ed Africa, nel mondo globalizzato di oggi, non ha francamente molto senso.
Proprio questa maggiore rappresentatività ha dato peso – e visibilità – all’accordo messo a punto sulla questione climatica. Era il nodo dove era – e resta – più forte il contrasto tra I paesi ricchi e quelli emergenti. Pur senza farsi eccessive illusioni sulle misure che si adotteranno in concreto, a L’Aquila si è respirata – è proprio il caso di dirlo – un’aria nuova. Anche perchè, al di là dell’enorme importanza intrinseca, il tema si presta a un fortissimo impatto sull’opinione pubblica. Se in passato era stato difficile far capire su cosa I Grandi trovassero – o non trovassero – l’accordo, stavolta il colpo di teatro c’è stato. Perfettamente riuscito.

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L’incontro dei grandi

L’incontro dei grandi

Con l’avvicinarsi di un G8, è diventata sempre più frequente la domanda se davvero servono. Se l’imponente – e costosisssimo – spiegamento di risorse pubbliche sia giustificato dai concreti risultati che scaturiscono da un Summit. La domanda, come molte di quelle che rivolgiamo alla politica oggi, è comprensibile ma fuorviante. La logica della politica è solo in parte economica. I numeri che contano non sono tutti traducibili in quattrini. Anzi, inseguono spesso obiettivi diversi.
Il primo, e più importante obiettivo, è quello che dà il titolo al vertice, il numero che promuove I paesi ammessi, separandoli da chi resta fuori. Il G8 serve, in primo luogo, a mettere su uno scalino più alto una elite di otto nazioni rispetto a tutte le altre. Certo, proprio questo criterio viene, oggi, aspramente criticato, con l’argomento che restano escluse alcune delle potenze economiche e militari affacciatesi prepotentemente alla ribalta agli esordi di questo millennio. In realtà, già dal secondo giorno al tavolo si siederanno anche i paesi del cosiddetto G5: Brasile, Cina, India, Messico e Sud Africa. Più l’Egitto, invitato speciale dell’Italia.


E la coperta si allargherà ulteriormente quando si affronteranno I temi della sicurezza alimentare e dei cambiamenti climatici. Fino a coinvolgere, nell’ultima giornata, anche una nutrita rappresentanza di organismi internazionali, per un totale di trentanove presenze.
Visto, dunque, nel funzionamento concreto si tratta di un vertice a fisarmonica, molto più aperto e flessibile di quanto l’immagine mediatica tenda a rappresentarcelo. Ma questa faccia operativa e pragmatica di reti fitte e multilaterali convive con la funzione simbolica del club esclusivo dei più grandi. A conferma che la politica è fatta di una miriade di decisioni concrete, che in modo spesso invisibile influiranno, nei prossimi mesi, sulla routine delle nostre vite. Ma, al tempo stesso, si nutre di pochi e forti messaggi ad alto impatto, tesi a suscitare emozioni, passioni e reazioni immediate nel grande pubblico.
Ed è proprio su questo versante che il G8 di L’Aquila segna una svolta importante, e preoccupante. La scelta della sede operata, con coraggio, dal governo italiano ha accentuato notevolmente gli aspetti comunicativi dell’evento.

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Un altro congresso

Un altro congresso

Non aveva scelta, Franceschini, nel convocare il congresso per ottobre. Sia perchè si era impegnato a farlo e, a rimandare, ci avrebbe rimesso la faccia. Sia perchè, col rinvio, il partito sarebbe rimasto legato alla scelta precedente di correre (quasi) da solo. La scelta che, alle ultime elezioni, lo aveva portato alla disfatta. Naturalmente, ciò non significa che il prossimo segretario opterà per rilanciare la politica di alleanze con la quale, sotto Prodi, il centrosinistra era riuscito così spesso a vincere, soprattutto in periferia. Ma almeno, c’è la chance di giocarsela. E con le regionali alle porte, sarà il congresso a decidere quale direzione prendere.
Ciò premesso, I prossimi mesi si annunciano difficilissimi per chi ancora crede che il Pd possa avere un futuro. La macchina congressuale che parte sembra disegnata ad arte per creare confusione, sia all’interno dell’apparato che nei confronti dell’opinione pubblica.


Il fatto che si debba andare ad un doppio round elettorale – prima I delegati al congresso, poi le primarie tra I candidati a segretario – espone al rischio che, a fine ottobre, il Pd si ritrovi con due maggioranze diverse. Una votata dai militanti più attivi, attraverso le procedure consuete di tutti I congressi di partito. E un’altra, due settimane dopo, risultante dai voti leggeri di chi si limita a partecipare alle primarie. Sarebbe un esito disastroso, con una doppia legittimazione che innescherebbe, molto probabilmente, una lacerazione insanabile.
Senza contare che una procedura così bizantina porterà certamente, come è già successo in passato, a un contenzionso procedurale in diverse sedi locali. Cui va sommata la contrapposizione tra I candidati alle segreterie regionali – e, in pectore, provinciali – che riempiranno di complimenti reciproci le cronache dei giornali. Se, cioè, si può sperare che al centro ci sia una qualche dose di fair play e si faccia almeno il tentativo di misurarsi sui programmi, in tutte le sedi perififeriche scatteranno, inevitabilmente, le dinamiche di scontro personale cui già abbiamo assistito in passato.

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La sfida referendaria

La sfida referendaria

E’ difficile che, tra oggi e domani, il referendum raggiunga il quorum. Ma sarebbe, per il nostro paese, una grande occasione persa. Ci sono, infatti, almeno tre buone ragioni per andare a votare, e scegliere «si» sulle tre schede. Per capirle, consiglio al lettore di non infilarsi nelle dispute tecniche che in questi giorni hanno impegnato gli esperti, e confuso la pubblica opinione. La questione è semplicissima, sempre che qualcuno abbia voglia di aiutarci a capire.
La prima ragione per votare «si» è che il Porcellum, come viene chiamata l’attuale legge elettorale vigente, è veramente una porcata. Il referendum ha come obiettivo immediato quello di abrogare questa legge. Ed è su questo che i cittadini sono chiamati a pronunciarsi. Il Porcellum verrà ricordato, nei libri di storia, come lo spartiacque tra la Seconda e la Terza repubblica. Tra un regime politico che si stava, seppur faticosamente, avviando verso il bipolarismo e il sistema che abbiamo oggi. Dove, sotto l’apparente facciata di predominio della destra, si celano i germi di una furiosa instabilità.


Il Porcellum è stato un colpo di mano voluto da Berlusconi per tagliare le gambe all’Unione di Romano Prodi. Ci è riuscito. Anche grazie alla complicità dei segretari del centrosinistra, che hanno pensato di fare i furbi e ci hanno rimesso le penne. Protestando a parole ma lasciando via libera alla nuova legge, non hanno capito che il Porcellum avvelenava le radici territoriali che erano la forza del centrosinistra. Eliminando I collegi uninominali, dove I candidati erano scelti faccia a faccia dagli elettori, il Porcellum ha dato vita a una casta di deputati nominati da Roma e fatto riesplodere la guerra di tutti (I partiti) contro tutti.  Aggiungendo la ciliegina del premio di maggioranza che ha creato due giganti dai piedi di argilla. Il primo, il Pd, è crollato subito. Il secondo, il Pdl, sta cominciando a vacillare, legato come è a doppio filo alle sorti traballanti del Cavaliere. La prima ragione per votare «si», oggi e domani, al referendum è che è l’unica chance per liberarsi di una legge disastrosa, e ottenere che ne venga fatta una migliore.
La seconda ragione è che la legge migliore non è quella che uscirebbe automaticamente dalle urne, se venisse abolito il Porcellum. Questo tipo di paragone tecnico è del tutto fuorviante.

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Reset

Reset

Queste elezioni lasceranno uno strascico lungo, anzi lunghissimo nella politica italiana. Si chiude, alquanto bruscamente, la parentesi del bipartitismo su cui avevano velleitariamente puntato Berlusconi e Veltroni. Puntellandosi a vicenda in uno schema che, in questi giorni, è andato in pezzi. Lo schema aveva un suo appeal innanzitutto per I diretti interessati. Veltroni voleva emanciparsi dalla coalizione traballante con cui Prodi era riuscito, per quindici anni, a tener testa al Cavaliere, pagando, però, un prezzo sempre più alto, di governabilità e di immagine. L’idea, invece, del partito solitario, autosufficiente e – come, con espressione funesta, fu battezzato – a vocazione maggioritaria sembrava risolvere d’incanto tutti I problemi del centrosinistra. Quell’idea è miseramente naufragata, e il compito del congresso autunnale del Pd sarà in che modo – e con che prospettiva – seppellirla.
L’idea era così attraente da essere riuscita a contagiare anche Berlusconi e il suo entourage.


Trasformare il partito personale, con cui aveva scalato il potere, nel partito di (tutto il) popolo italiano era un sogno troppo allettante per non provare ad approfittare dello sfascio dell’opposizione per trasformarla in realtà. Ma il responso delle urne è stato, per Berlusconi, non meno doloroso che per il Pd. Se Franceschini era, infatti, rassegnato alla sconfitta e può perfino dire che è stata meno disastrosa del previsto, per il Cavaliere si tratta di cambiare rapidamente registro. L’accordo ritrovato con Bossi, nell’immediato, lo tranquillizza. Ma il quadro cambia se, dalla conta dei numeri, si passa ad analizzare le gambe su cui I risultati hanno viaggiato. Se cioè proviamo a osservare le diverse basi organizzative che hanno trainato – o affossato – il voto.
Berlusconi ha ragione quando dice di essere stato lui a tirare la carretta. Ma proprio questo dà la misura del limite del suo potere personale. Se non fosse stato candidato alle europee in prima persona, la flessione del Pdl sarebbe diventata un tonfo. In pratica, il nuovo partito non riesce ad ingranare. E la forza del Cavaliere resta confinata alla propria personalità.

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Tre partite

Tre partite

Ci sono tre partite nelle urne di oggi e domani, diversissime per l’impatto che avranno sulla nostra vita futura. La prima, apparentemente, sembrerebbe la più importante: che volto avrà, lunedì, l’Europa, di che colore si tingeranno I seggi del parlamento di Strasburgo? Dopo tutto sarebbe questa, ufficialmente, la principale posta in gioco. Nei diversi stati nazionali si vota per uno stesso parlamento, e per partiti che – più o meno chiaramente – sono collegati tra loro. Insomma, dalle urne dovrebbe uscire una coalizione vincitrice, un nuovo equilibrio nei rapporti tra destra, sinistra e centro. In realtà, proprio questo risultato interessa poco alla gente. L’elettore medio è pochissimo e male informato su quello che concretamente si decide ogni giorno a Strasburgo. Si tratta di scelte che hanno un enorme impatto sulle nostre economie, ma restano lontane, tecnocraticamente distanti dalla percezione comune. Per due giorni I giornali ci daranno resoconti dettagliatissimi, tabelline, raffronti. E certamente ci sarà qualche commento sul vento che soffia, se le difficoltà in cui versa la sinistra in Francia come in Inghilterra e in Italia usciranno confermate e l’Europa


si sveglierà ancora più a destra. Poi però, rapidamente, l’attenzione si sposterà sulla seconda partita, l’analisi dei rapporti di forza tra centrodestra e centrosinistra in casa nostra.
I numeri che si staglieranno più nitidi nella testa dell’elettorato riguardano le percentuali conquistate dai due partiti maggiori. Dove si fermerà l’emorragia del partito che fu di Veltroni e che oggi Franceschini cerca di tenere disperatamente a galla? E il Pdl che Berlusconi ha varato dichiarando di volerlo portare rapidamente oltre il 50% riuscirà davvero a fare il pieno di cui il Cavaliere continua a dirsi arciconvinto? Sul piano istituzionale, questa conta è del tutto virtuale. Ma in politica I numeri seguono, spesso, una logica diversa. E su questo secondo fronte la logica è fin troppo chiara. Il Pd teme di implodere, di non reggere a un risultato che lo collochi troppo lontano dalla sconfitta dignitosa di un anno fa. Dividersi all’indomani del voto sarebbe un clamoroso suicidio. Ma non è chiaro se il gruppo dirigente è in condizione di reggere all’urto di una nuova disfatta.
Molto dipenderà dalla terza, e più importante, partita. Il confronto tra PD e Pdl ha soprattutto un impatto simbolico, potenzialmente deflagrante ma, sul piano del potere reale, ininfluente.

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Politiche e imprese

Politiche e imprese

E meno male che erano tedeschi! Nelle prime reazioni a caldo, è prevalso comprensibilmente lo sconcerto di fronte al balletto di posizioni – e di cifre – con cui il governo di Berlino ha condotto la trattativa sulla cessione di Opel.  Fosse successo in Italia, non ci saremmo certo risparmiati il coro dei commenti sarcastici da parte della stampa internazionale, sulla cronica mancanza di coerenza e serietà che mettono alla berlina il Belpaese. Invece, l’unica voce – autorevolissima – a favore del tentativo di Marchionne è stata quella del Financial Times, che ha lodato il piano imprenditoriale della Fiat come industrialmente molto più solido rispetto all’offerta di Magna che alla fine ha prevalso. Insomma, ce ne usciamo con onore, ma con molto amaro in bocca. E due lezioni di cui fare tesoro.
La prima riguarda il ruolo della politica sulla scena economica in quest’epoca di faticosa risalita dal quasi-crollo dell’autunno scorso. E’ facile ironizzare sul fatto che, nella partita su Opel, siano scesi in campo una pletora di politici di varia stazza e titolarità.


Dai governatori dei Laender, dove sono ubicate le fabbriche a rischio di chiusura, ai vertici di sindacati potentissimi e abituati a cogestire tutte le grandi decisioni strategiche, passando ovviamente per la cupola ufficiale dell’esecutivo tedesco, con una vorticosa girandola di ministri e sottosegretari affiancati – o smentiti – dalla cancelliera. E includendo – un po’ meno ovviamente ma molto pesantemente – un congruo numero di mediatori di affari coordinati nientedimeno che da Schroeder, oggi nel ruolo di principale sostenitore della cordata russa che faceva da sponda alla Magna. Di fronte a un siffatto schieramento, si può storcere il naso in nome della logica imprenditoriale piegata agli interessi della politica. Senza, però, dimenticare che quello stesso intervento politico è stato invocato a più riprese in molte analoghe situazioni di crisi. Come nell’accordo con la Chyrsler andato felicemente in porto soltanto grazie alla mediazione determinante di Obama.
In questa luce, l’avventura di Marchionne è apparsa un po’ troppo solitaria, un capitano coraggioso – e orgoglioso – che non ha saputo o voluto misurarsi con le pedine più influenti, e indigeste.

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A che serve il parlamento

A che serve il parlamento

E’ certo vero, come ha notato Sartori ieri nella intervista al Mattino, che la polemica sul Parlamento è innanzitutto una abile mossa di Berlusconi per cambiare l’agenda mediatica. Cercando di uscire dalla morsa in cui l’hanno stretto le recenti disavventure giudiziarie e familiari e spostando l’attenzione su un tema istituzionale incandescente. Non a caso l’opposizione è scattata subito sulla difensiva, anche se senza ancora riuscire a trovare al proprio interno una linea di risposta comune. In realtà, come spesso gli riesce, il premier ha saputo cogliere alcune contraddizioni evidenti nel nostro assetto istituzionale, pur se con gli accenti iperbolici che gli servono per attizzare la polemica.
Non c’è dubbio che, in Italia, il numero dei parlamentari sia eccessivo, tant’è vero che di ridurli si parla almeno da un paio di decenni e – apparentemente – con l’accordo di quasi tutte le forze politiche. Ed è altrettanto vero che una vasta maggioranza consente sul fatto che andrebbe cambiato il ruolo del Senato, che è oggi una fotocopia della Camera e che dovrebbe, invece, trasformarsi nel motore dell’assetto federale verso cui il paese è incamminato.


Ma, oltre a questi due aspetti che riguardano l’efficienza del lavoro parlamentare e sui quali è facile trovare – e sobillare – il consenso popolare, c’è una questione più delicata che va al cuore dell’impasse parlamentare attuale.
Allorchè i parlamenti diventarono l’architrave dei moderni sistemi politici, il loro ruolo era chiaramente distinto da quello dell’esecutivo. Il governo – di estrazione monarchica – si occupava di amministrare. Il parlamento legiferava. E’ in questa distinzione che si basa il figurino costituzionale della divisione dei poteri legato al nome di Montesquieu che, ancora oggi, viene tirato in ballo per ribadire le sacre prerogative parlamentari. Ma è tirato in ballo a sproposito. In tutti I sistemi democratici, compreso il nostro, governo e parlamento si sono andati fondendo. Da quando i partiti hanno occupato il centro della scena politica, il ruolo principale del parlamento è di fornire una maggioranza di governo. Una volta che la maggioranza è solida – e i partiti che la formano coesi – il grosso del lavoro ricade sulle spalle dell’esecutivo. Compreso il compito di legiferare che infatti – piaccia o non piaccia – viene ormai prevalentemente svolto direttamente dal governo.

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La PA in cammino

La PA in cammino

La lunga marcia della riforma Brunetta ha messo a segno un’altra tappa importante. La scadenza definitiva, però, verrà solo tra un paio di mesi – almeno stando ai più ottimisti – dopo un altro giro di consultazioni, e mediazioni. Insomma, non è detta l’ultima parola. Anche se, su questa riforma, di parole ne sono state spese tante. Forse troppe. Senza ancora riuscire a dare, al grande pubblico, una cognizione precisa di quale sia la posta in gioco. Importantissima. L’iter legislativo, infatti, è cominciato quasi un anno fa, e chi cerca su internet il testo puntuale dei provvedimenti varati ieri (sui giornali neanche a parlarne), trova ancora in evidenza l’elenco dei 34 punti originari, venduti come freschi di giornata ma che risalgono però al giugno del 2008. A conferma che di maggiore trasparenza e efficienza, nella gestione della informazione pubblica, in Italia ce n’è proprio bisogno.
Ma, a complicare le cose, non concorre solo la complessità normativa di un testo affidato, fin dagli esordi, a diversi percorsi legislativi, con velocità e procedure differenziate.


Nel cercare di vendere al meglio l’intento di razionalizzare il moloch dell’amministrazione pubblica, si è posta un’enfasi eccessiva sulla volontà di colpire assenteismo e improduttività, facendo passare l’idea che i malanni della nostra p.a. siano dovuti tutti ai cosiddetti «fannulloni». Una categoria che, certo, ha un peso piuttosto rilevante, se sono veri i miglioramenti – almeno in termini di presenze in ufficio – conseguiti con i primi provvedimenti spauracchio. Ma che rischia di non far capire al cittadino comune dove sia il tarlo che ci rende tanto peggiori rispetto alle altre amministrazioni statali occidentali. Anzi, più precisamente, i due tarli.
Il primo è il reclutamento, e monitoraggio, della dirigenza, ed è un punto su cui la riforma Brunetta sembra accendere alcuni riflettori. In ogni struttura gerarchica, piramidale la dirigenza è la chiave del funzionamento e del rendimento finale. Gli stessi fannulloni sono, a parità di sanzioni, molto più numerosi negli uffici in cui il capo ha la tendenza a chiudere un occhio, anzi due. La riforma Brunetta interviene sulla dirigenza introducendo meccanismi di incentivazione finanziaria e di valutazione più severa dei risultati conseguiti.

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Anni di fede

Anni di fede

E’ difficile non sottolineare l’unicità, e drammaticità, dell’incontro che, a distanza di quarant’anni, ha segnato la giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo. Due donne, due storie, due Italie. Che oggi appiono ricongiunte. Le cerimonie di riconciliazione, forti anche del’autorevole auspicio – e commozione – del Capo dello Stato, hanno un indubbio valore simbolico, ed augurale. Chiudono con le parole e la speranza una ferita che ha a lungo lacerato il paese, e le coscienze. Sancendo ufficialmente la fine di quell’ideologia degli estremismi, opposti nell’immaginazione collettiva molto più che nella realtà quotidiana. L’Italia degli anni di piombo è, infatti, finita da un pezzo. Anche se sopravvivono cellule terroristiche che si richiamano agli obiettivi e al linguaggio di quella stagione, appaiono prive ormai del contesto – e retroterra – politico che, in passato, le ha alimentato e diffuse. Certo, la crisi economica gravissima di questi mesi potrebbe creare di nuovo attenzione e, forse, proseliti per i gruppi armati che operano a ridosso delle grandi fabbriche. Ma sono anni, ormai, che in tutto il mondo il fenomeno terroristico ha cambiato baricentro sociale.


Dal conflitto di classe si è passati al «clash of civilization», lo scontro tra etnie, culture e, soprattutto, religioni che sta mettendo a soqquadro gli Stati, all’esterno e, ancor più, all’interno dei propri vecchi confini nazionali. E’ questo lo scontro oggi al centro dell’agenda governativa, anche italiana, come la cronaca di questi giorni ci ricorda impietosamente. Mettendo in forte tensione le alleanze all’interno del centrodestra, senza peraltro risparmiare lo schieramento di opposizione. Sarà sul fronte dell’immigrazione che si giocherà la prova di forza – e la conta dei voti – tra Lega e PdL, con Fini che, invece, persevera in una propria partita personale che, alle opportunità politiche, antepone il profilo istituzionale.
Ma se le scintille principali ci saranno nel centrodestra, non vanno sottovalutate le tensioni che, su questo delicatissimo tasto, agitano il centrosinistra. Approfittando che, al momento, non hanno responsabilità operative (né se ne intravedono a breve), i leader dell’opposizione riescono a non litigare apertamente. Ma è bastata la posizione controcorrente di Fassino sul rimpatrio forzato e immediato per ricordare che, se l’Unione fosse stata ancora al governo, da un episodio del genere sarebbero scaturite polemiche e manifestazioni.

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Visione globale

Visione globale

Forse bisogna fare un passo fuori dalla cronaca, e dal nostro paese, per capire come mai Berlusconi sta azzeccando ogni mossa, mentre l’opposizione appare sempre più in difficoltà. La spiegazione consueta riguarda le straordinarie doti comunicative del Cavaliere, il tempismo mediatico con cui riesce sempre a strappare la scena agli avversari. Ma questo non può bastare a spiegare la capacità di gestire con successo anche eventi delicatissimi – e complicati -  come la festa del 25 aprile e il vertice dei grandi della terra. Oltre l’abilità e il carisma, il premier sta dimostrando di attingere a correnti profonde della nostra società globale: il bisogno di ritrovare simboli fortemente – e facilmente – emotivi e, al tempo stesso, potersi affidare – delegare – con fiducia in processi decisionali estremamente ardui e complessi. Questa sindrome della «mission impossible», col suo mix di eroi buoni e buoni sentimenti, riempie da almeno un decennio le nostre sale cinematografiche, e un’infinita serie di serial televisivi. Con un peso crescente è approdata anche sulla scena politica.


La prova più eclatante si è avuta con la campagna di Barack Obama e il modo in cui si sta oggi misurando con la sfida della crisi economica mondiale. Capovolgendo lo stile – e la pratica – dei suoi predecessori, Obama, nella sua corsa alla Casa Bianca, non ha puntato sullo scontro e la spaccatura, ma sulla sua capacità di coinvolgere anche pezzi dell’elettorato avversario. Non però facendo vaghe promesse, ma impegnandosi su cambiamenti radicali che, appena arrivato al governo, sta puntualmente cercando di introdurre. Una miscela di decisionismo e populismo, fondata sulla capacità di controllo di due pilastri della politica moderna: I mezzi di comunicazione di massa e una macchina esecutiva molto più incisiva e efficiente che in passato.
Si tratta delle stesse risorse su cui sta facendo leva Berlusconi per fare un salto di qualità nel suo ruolo politico in Italia: non più soltanto rappresentante di una solida maggioranza di parte, ma espressione di una egemonia culturale che vada oltre il proprio schieramento. In questa direzione, la mossa di spostare a L’Aquila il G8 è un piccolo capolavoro.

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Candidati europei

Candidati europei

Certo, la soluzione adottata dal Cavaliere per le candidature europee non è proprio la più cristallina. Sul piano della coerenza strettamente istituzionale, la scelta di scendere in campo in prima, anzi primissima persona sapendo che, appena eletto, dovrà dimettersi da Strasburgo è un’operazione criticabile. Ma ragionano così gli elettori? Quanto veramente ne sanno, la maggioranza dei cittadini, di come effettivamente funziona e a quali regole risponde la complicatissima macchina che pure dispone, ogni giorno, di buona parte dei nostri quattrini? Dopo tanti anni di attività, il parlamento europeo resta un illustre sconosciuto. Come restano quasi tutti ignoti I deputati che lo frequentano, prima e dopo la loro elezione. In questo senso, ritrovare la faccia amica di Berlusconi diventa, per gli elettori di centrodestra, un modo per sentire le elezioni come meno astruse e lontane. Sul piano della comunicazione, sia mediatica che democratica, il Cavaliere a Strasburgo è una carta vincente.
E’ la carta che, invece, manca al PD.


Anche in questa occasione, l’unica certezza è stata quella di prendere di petto il nemico, occupando per qualche giorno il dibattito sui giornali all’insegna della lesa lealtà istituzionale. Senza riuscire, però, a scalfire il gradimento di cui Berlusconi gode presso il proprio elettorato. E, soprattutto, senza sapere mettere in campo una strategia di risposta. Si susseguono, di vertice in vertice, I conciliaboli su quale pezzo grosso della nomenklatura romana è disposto a sacrificarsi per fare da battistrada nelle varie circoscrizioni. Una scelta che, all’atto pratico, non servirà però a spostare voti. Alle elezioni europee, basate ancora sulle preferenze, I consensi si raccolgono uno ad uno sul territorio. Grazie alla notorietà e alla stima di cui si gode nelle diverse città. Con tutto il rispetto per I big, o ex-big, capitolini, il loro appeal sull’elettorato locale è scarsissimo. Tutto quello che riusciranno a fare, sarà di raccogliere I voti controllati dall’apparato, che sono, peraltro, sempre meno.
Tutt’altra storia sarebbe stata se, facendo uno strappo anche loro al bon ton dei regolamenti, I vertici del PD avessero scelto di candidare sindaci e presidenti di regione.

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Oltre il popolo di Obama

Oltre il popolo di Obama

La performance europea di Barack Obama ha confermato che siamo in presenza di un leader molto particolare. Messo alla prova da un tour de force senza fiato, ha ingaggiato tre meeting di fila portando a casa, oltre a un successo di immagine, importantissimi risultati concreti. Sul fronte critico degli accordi finanziari, a dispetto del tandem ricalcitrante franco-tedesco, ha imposto la linea americana di aiuti pubblici a tutto gas. Anche grazie alla scelta di accollarsene la gran parte dei costi, piuttosto che cercare – come altri presidenti USA in precedenza – di scaricare sugli alleati I guai cucinati in casa propria. Sul fronte, non meno delicato, delle intese militari ha trovato un punto di equilibrio riuscendo, al tempo stesso, a lanciare un messaggio di allarme e di fermezza, chiarendo che dal pantano della guerra al terrorismo si può uscire soltanto lavorando – e combattendo – tutti insieme.
In questi passaggi, tutti delicatissimi, Obama ha dato prova di quel mix di decisionismo e pragmatismo che gli avevano consentito, via etere, di imporsi sulla ultraproibitiva scena mediatica USA, mentre tagliava le gambe, sul territorio, alla macchina da guerra dei Clinton.


Anche nelle situazioni imbarazzanti, ha sfoggiato sicurezza e sorrisi, badando di non rubare mai troppo la scena ai permalosi leader europei. Quando, però, è stato indispensabile non ha esitato a far sentire la voce per stringere su una scelta chiave, come quella del premier danese a segretario della NATO. Al di là delle mitizzazioni – che possono fare solo danni, in primis al diretto interessato – appare chiaro che ci troviamo alle prese con un uomo che, alle doti canoniche di ogni leader di successo, unisce anche una straordinaria intelligenza e preparazione culturale. Era dai tempi di FDR che non succedeva in America e, visti gli enormi cambiamenti che nel frattempo hanno investito la presidenza americana, è comprensibile che le aspettative siano oggi molto elevate.
Le aspettative sono tanto maggiori se viste nel contesto della fase attuale di riequilbirio tra I poteri all’interno dei diversi regimi – parlamentari, presidenziali, autoritari – a favore dei capi di governo. In un lucido articolo sul Corriere della Sera di ieri, Giuseppe De Rita ha richiamato il ritorno di attualità del rapporto tra leader e popolo nelle democrazie contemporanee.

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Oltre il partito personale

Oltre il partito personale

Quali che siano le sue ambizioni e I suoi meriti, Berlusconi passerà alla Storia come l’inventore di un nuovo tipo di partito, il partito personale. Nel descrivere Forza Italia, sono state adoperate diverse formule, da partito aziendale a partito padronale, che fanno riferimento all’aspetto patrimoniale e organizzativo che certo è stato un fattore decisivo nei successi degli azzurri. L’entourage berlusconiano preferisce parlare di partito carismatico, anche per richiamarsi ad alcuni precedenti illustri, come I gollisti francesi. Nella realtà, il partito di Berlusconi tiene insieme tutte queste componenti, e lo fa grazie al fattore che fino ad oggi ne è stato il vero motore: la personalità del suo leader e il suo indiscusso controllo su ogni decisione rilevante. Il modello del partito personale ha avuto una straordinaria forza propulsiva unitaria. Ha, però, anche un limite dimensionale che più volte si è messo di traverso ai piani del suo fondatore. Per questo Berlusconi ha deciso di provare ad allargarne la capienza e I confini. Innescando un meccanismo che comporta, inevitabilmente, una discontinuità con la identificazione del partito col suo padre-padrone.


La sfida principale che sta di fronte alla nuova formazione politica che sta prendendo il varo oggi a Roma è, dunque, questa: ce la farà Silivo Berlusconi a dare vita a un partito che vada oltre se stesso?
Non si tratta soltanto di occuparsi, come ha notato giustamente Sergio Romano, del problema della successione (già di per sè un tema ostico alle orecchie del Cavaliere abituato a considerarsi «immortale»). La questione è più complessa e riguarda la capacità di spersonalizzare un potere che, fino ad oggi, non ha avuto, dall’interno, alcun limite. Trasferendolo, al tempo stesso, a un altro organismo di tipo – almeno in parte – collegiale. Sul piano storico, l’analogia più semplice è con il processo di passaggio dal potere monarchico assoluto all’organizzazione statale moderna. L’espressione più efficace, e famosa, è di Ernst Kantorowicz quando parla del «doppio corpo del re», vale a dire il sovrano che si sdoppia dando vita a un corpo politico che non coincide con la sua persona fisica. E’ appena il caso di ricordare che ci son voluti molti secoli perchè I re accettassero l’idea che, per espandere il proprio potere, dovevano rinunciare a una presa diretta e totale su di esso.

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Direzione di marcia

Direzione di marcia

In questo Congresso di scioglimento, e quasi-addio, si leggono diverse storie, che non riguardano soltanto il tragitto della destra ex-fascista verso il governo democratico. Nel percorso di Fini e del suo partito si incrociano altri sentieri della transizione italiana, con esiti molto diversi. Tutti gravidi di lezioni sul passato della repubblica, e sul suo futuro.
Va dato, innanzitutto, atto a Gianfranco Fini di aver compiuto un piccolo capolavoro di destrezza, tenacia, lungimiranza. Appare facile oggi descrivere l’approdo della lunghissima marcia iniziata, quasi quindici anni fa, a Fiuggi. Ma essere riuscito a traghettare una destra radicale e nostalgica nelle cabine dei ministeri e nel mainstream culturale è stata un’impresa ardua. Tanto più che è dovuta avvenire all’ombra di un condottiero alleato estremamente potente e seducente: rischiando sempre di rimanere schiacciati, emarginati, privati di quella identità che la Destra doveva orgogliosamente coltivare per non disperdersi nel mega-contenitore mediatico e – fin troppo – pragmatico del Cavaliere.


In controluce a questo successo c’è, invece, il fallimento clamoroso dell’analogo tentativo messo in atto dalla sinistra. Anche se in condizioni più facili, senza cioè l’assillo di un leader colonizzatore, la sinistra estrema ha mancato il suo appuntamento con la Storia, non riuscendo fino in fondo ad assumersi le proprie responsabilità al vertice delle istituzioni nazionali. Prima mandando kappao il primo esecutivo dell’Ulivo, proprio quando aveva il vento in poppa e sembrava capace di mettere Berlusconi nell’angolo. E poi finendo addirittura con lo sparire dal parlamento della repubblica.  Tristemente esemplare, in questa chiave, la parabola di Bertinotti, asceso allo stesso seggio prestigioso su cui oggi siede Fini, ma solo per vedersi sfilare sotto il naso il controllo del suo partito, e osservarlo poi andare alla deriva.
Di questi destini paralleli e così diversi ci sono tante interpretazioni, ma una, forse, è la più impietosa. La destra corona, oggi, il proprio progetto anche perchè è riuscita a incarnare un modello di governo forte: autorevole, a tratti quasi autoritario, ma sempre chiaramente verticistico.

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Il partito pigliatutto

Il partito pigliatutto

E’ possibile che Berlusconi ce la faccia a raggiungere la meta simbolica del 51% che si è prefisso per le prossime elezioni. Ma ormai, diciamocelo con franchezza, la maggioranza che guida, per peso e autorevolezza, è già ben oltre questa soglia. In politica, è vero, contano innanzitutto i numeri. Ma accanto alle cifre è importante, anzi importantissima, anche l’egemonia culturale. La capacità di interpretare e orientare, oltre all’agenda governativa, anche il dibattito pubblico. E qui il centrodestra gioca, già da diversi mesi, a tutto campo. Complice l’impasse strategica in cui l’opposizione si è cacciata con una serie impressionante di errori, di leadership e di posizionamento, le iniziative di maggior respiro hanno tutte per protagonisti i personaggi di maggior calibro del PDL.
Prendiamo il caso di Fini e Tremonti, sempre più impegnati a contendersi – anche se su terreni diversi – le simpatie del centrosinistra. Con una serie di incursioni esplicite in territori che, fino a ieri, erano dominio riservato della nomenklatura avversaria.


Il Presidente della Camera ha sancito la sua strabiliante riconversione d’immagine: da ex-segretario di un partito fino a quindici anni fa considerato extra-costituzionale a irremovibile guardiano delle regole e dei valori della nostra carta fondamentale. Non esitando a mettersi, a muso duro, di traverso alle ricorrenti tentazioni – finora soprattutto verbali – del Cavaliere di strapazzare alcune norme chiave della Costituzione.
A sua volta, Tremonti si è mostrato, negli ultimi mesi, attentissimo interlocutore di posizioni anche distanti dalle sue, interessato soprattutto a ascoltare, dialogare e cercare percorsi inediti per fronteggiare la crisi. L’idea di affidare ai prefetti compiti di vigilanza sulle banche risulterà certamente impraticabile, ma è il segnale di una volontà di adottare anche scelte eterodosse pur di cambiare quel sistema di intrecci e collusioni economico-finanziarie che ha messo in ginocchio il paese. Più in generale, pur se con prese di posizione non sempre condivisibili, il ministro del Tesoro ha dimostrato di possedere quella visione e prospettiva d’insieme che erano, fino a poco fa, il monopolio della migliore sinistra riformista. E che oggi il Pd fa fatica a rimettere insieme e in moto.

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Il partito degli amministratori

Il partito degli amministratori

C’è un’Italia da cui ripartire, in questa crisi sempre più a picco, un’Italia politica capace di parlare dritto negli occhi e con concretezza alla gente. Senza promettere miracoli. E, al tempo stesso, senza additare l’avversario come l’unico responsabile dei guai che non riusciamo a risolvere. Sembra un miraggio, e molti telespettatori devono aver pensato di avere le traveggole assistendo, venerdì sera, a Malpensa Italia su Raidue. Il programma aveva schierato I sindaci e governatori più autorevoli della penisola, puntando sulle due spaccature che dovevano contropporli gli uni agli altri peggio che i Capuleti ai Montecchi: la frattura tra nord e sud, e l’odio tra destra e sinistra. Invece, la trasmissione ha preso tutt’altra piega.
I sindaci di città nemiche giurate come Milano e Roma, o agli estremi – geografici e culturali – dello stivale come Palermo e Torino, insieme ai governatori di Lombardia e Campania, le due più grandi e rappresentative regioni del paese, hanno parlato, per due ore filate, la stessa lingua.


Orgogliosi di riportare i risultati conquistati in questi anni difficili, armati di ricette a presa rapida per fronteggiare le emergenze sociali che ogni giorno vivono sulla propria pelle. E, soprattutto, accomunati dalla preoccupazione di evitare ogni scaricabarile e di azzannarsi tra loro. Ne è venuta fuori, forse, la prima piattaforma federalista che, invece di adoperare l’astratto e dogmatico linguaggio leghista, ha scandito una serie di obiettivi – economici e istituzionali – che potrebbero dare subito una spinta al nostro inceppatissimo sistema.
Certo, la giornata era propizia visto che sulle amministrazioni locali erano appena piovuti i miliardi deliberati finalmente dal CIPE per avviare, in tutta la penisola, massicci interventi infrastrutturali. Ma, fossero stati presenti i soliti parlamentari abituè dei talk-show da corrida, potete scommetterci che avremmo assistito all’ennesimo scontro sul si o no al ponte sullo Stetto. Invece, molto pragmaticamente, Chiamparino si è limitato a incassare gli stanziamenti del governo (nemico), aggiungendo però che le misure avrebbero, purtroppo, avuto effetto, in termini di spesa, solo tra qualche anno.

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Il riformismo conteso

Il riformismo conteso

Saranno, forse, un poco esagerati i toni con cui il Ministro Brunetta, in un’intervista al Giornale, celebra le conquiste riformiste del suo governo. Anche perché sul fronte della crisi economica – la sfida che, alla fine, deciderà il vincitore -  l’esecutivo Berlusconi è apparso, finora, impacciato e poco incisivo. Non c’è dubbio, però, che, in meno di un anno, il centrodestra è riuscito a varare interventi significativi in diversi comparti chiave: dalla scuola all’università, dalla giustizia alla pubblica amministrazione i ministri del Cavaliere hanno dato prova di determinazione e concretezza. Suscitando critiche aspre ma sapendo anche fare marcia indietro, hanno ottenuto l’approvazione di provvedimenti legislativi che introducono cambiamenti radicali in settori rimasti, fino a ieri, nel più totale immobilismo. Ovviamente, molti a sinistra pensano che si tratti della direzione sbagliata. Ma resta il fatto che riuscire a smuovere un pezzo così importante del nostro scassatissimo Stato è il banco di prova su cui il centrosinistra aveva più clamorosamente fallito.


Intervenendo su questo fronte, oggi Berlusconi sta cercando di trasformare il proprio vantaggio politico in egemonia culturale. Strappando agli eredi di Prodi la loro ultima bandiera, la bandiera del riformismo.
Il cuneo dell’operazione è lo stesso che ha messo in crisi l’Unione: puntare sulle contraddizioni tra l’anima liberista e quella statalista che attraversa ogni tentativo di incidere sulla macchina dell’intervento pubblico. Queste due anime, nel centrosinistra, si rifacevano esplicitamente a due distinte componenti politiche, con in mezzo i DS strattonati ora di qua, ora di là. Il risultato è stato una serie di stop and go, e di veti incrociati che hanno mandato rapidamente in frantumi l’immagine riformatrice con cui Prodi si era guadagnato il consenso degli elettori. Il centrodestra si presenta, invece, molto più omogeneo al suo interno. Liberatosi dell’Udc, e dei suoi molti addentellati nel labirinto burocratico, Berlusconi ha saputo amalgamare liberismo e decisionismo, con una formula che portasse più rigore sia nei conti che nelle gerarchie. Riuscendo così a soddisfare le aspettative di elettorati distanti, come quelli di AN e della Lega.

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La leadership collegiale

La leadership collegiale

Ci voleva la batosta sarda per tornare a sentire, dal pulpito del Pd, un ragionamento politico. Il discorso di Dario Franceschini è stato intriso di buon senso piuttosto che di buoni sentimenti, con una dose misurata di realismo invece che uno smisurato profluvio di idealismo. E soprattutto con una idea di partito che si richiama alla storia centenaria di questa forma di organizzazione, piuttosto che alle scorciatoie plebiscitarie che ne hanno indirizzato i primi, sfortunatissimi passi. Tra le colpe più gravi di Veltroni c’è, infatti, quella di aver soffiato sul fuoco dell’antipolitica attraverso un uso illimitato – e spregiudicato – delle primarie come sorgente di legittimazione e metodo di selezione. In nessuna democrazia si era mai visto l’ossimoro di voler fondare un organismo rappresentativo, quale resta per antonomasia un partito, su un processo sfibrante e ininterrotto di direttismo. Proprio nel delicatissimo momento di costruzione di un edificio unitario, l’ideologia veltroniana ha avallato e moltiplicato i continui sconquassi tellurici provenienti da una incondizionata sovraesposizione mediatica.


Prima, durante e dopo ogni competizione primaria, in ogni città o provincia, il PD si è autoimmolato in un estenuante battibecco pubblico.
E’ qui, forse, la più macroscopica – e drammatica – differenza tra l’uso vincente che Berlusconi fa da quindici anni del sistema della comunicazione e quello incompetente e suicida di cui il PD, e tutto il centrosinistra, ha dato prova fino ad oggi. Il PD ha cercato di piegare alla propria ideologia illuminista la logica mediatica che, da vent’anni, si è imposta in tutto il mondo sulla scena politica. Questa logica distingue nettamente due arene di interazione tra i cittadini e le elite politiche. Una è quella dove si incontrano i capi carismatici e le masse, ed è basata fondamentalmente su doti caratteriali e oratorie che fanno appello agli istinti profondi – e speso inconsci – dell’elettorato. E’ in questa arena, prevalentemente televisiva, che si sono affermate le leadership più forti e innovative, di destra come di sinistra: da Tony Blair a Barack Obama, passando per Silvio Berlusconi.
Poi c’è l’arena tradizionale di formazione dell’opinione pubblica, ancorata ai quotidiani a stampa e, oggi, sempre più animata attraverso internet.

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La rappresentanza collettiva

La rappresentanza collettiva

FFa certo una bella differenza sapere se venerdì, in piazza a Roma con la Cgil, erano in cinquantamila – come sostiene la prefettura – o poco meno di un milione, secondo le stime sindacali. La prova del nove l’avremo il 4 di aprile al Circo Massimo, quando a scioperare non saranno solo metalmeccanici e statali ma l’intero mondo del lavoro che si riconosce nella sigla -  e nelle bandiere – guidate da Epifani. Certo il confronto con l’adunata oceanica organizzata sette anni fa da Cofferati sarà subito usato da chi vuole mettere la Cgil in un angolo. Ma quella era davvero un’altra epoca. Al giorno d’oggi, sarà un piccolo miracolo se Epifani riuscirà a portare in corteo – come già ha cominciato a fare ieri – ciò che resta della rappresentanza collettiva tra le macerie della società italiana.
Il paese che vent’anni fa vantava I partiti più forti d’Europa e il sindacato più unito e corazzato, oggi è divorato dal demone delle leadership individuali.


Ciascuna col suo partitino personale, con la sua corrente portatile, la propria candidatura (contrattabile) alle primarie, o la carica istituzionale da cui aggredire – indomito e solitario – le altre. La gente, I cittadini qualunque, sono lo specchio di questa politica: tra il narcisismo del grande fratello e la difesa del proprio (sempre più misero) particulare, partecipano alla vita pubblica come a una partita di pallone. Tifando per il centravanti del cuore e imprecando contro gli avversari, pronti alla rissa se il proprio idolo non vince. Ma altrettanto pronti, appena spento il televisore, a ritornarsene ai propri affari, alle proprie beghe personali.
La sfida della Cgil, invece, parla un altro linguaggio. Testimonia lo sforzo tenace di tenere vivo un interesse – e un ideale – comune, capace di aggregare ruoli lavorativi anche distanti in una stessa logica contrattuale. Si può, ovviamente, discutere se le ragioni per cui Epifani ha scelto la rottura col governo siano valide. E, al momento, non è per nulla chiaro fin dove possa spingersi questa prova di forza. Due punti, però, due picchetti sono stati piantati con estrema determinazione. E sia Berlusconi che Veltroni faranno bene a tenerne conto nei prossimi, caldissimi mesi di galoppante crisi economica.

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La tentazione presidenziale

La tentazione presidenziale

E’ certo che l’urto di Berlusconi con il Colle non è un colpo di testa, e tanto meno un colpo di teatro. Per il tempismo con cui è stata attuata, la scelta di forzare la mano era stata preparata a freddo, e a tavolino. E’ presto, tuttavia, per sapere quanto da questa scelta possa nascere quella svolta presidenzialista che il Premier, a più riprese, aveva fatto balenare. E che ora ha messo prepotentemente sul piatto. Passare dalle parole ai fatti o, più precisamente, agli atti di un nuovo assetto costituzionale dei poteri è infatti un percorso complesso e, al momento, per nulla chiaro.
Nell’immediato, il Cavaliere si è affidato soprattutto al suo istinto di lottatore, cogliendo l’opportunità di allargare le proprie alleanze e mettere l’avversario in difficoltà. Su un tema di così alto impatto emotivo, Berlusconi ha in primo luogo rinsaldato il legame con la parte più volubile dell’opinione pubblica: meno sensibile alle sottigliezze del linguaggio giuridico e più facilmente influenzabile dalla retorica umanitaria.


In ciò è stato – e sarà – spalleggiato dalla compatta discesa in campo di tutte le gerarchie ecclesiastiche, che continueranno, nei prossimi giorni, a far sentire la propria voce dai tanti pulpiti – chiese e media – di cui dispongono sul territorio. Infine, il Premier sa di poter contare su diverse «obiezioni di coscienza» tra i parlamentari cattolici che siedono sui banchi dell’opposizione, insinuando così un altro cuneo nel tessuto già lacerato del PD. Se si aggiunge lo stillicidio dello strazio che scandirà l’agonia di Eluana, e che verrà puntualmente addebitato a chi ha voluto staccare la spina, è indubbio che il Premier può contare su un crescendo di popolarità. Ma dove porterà tutto ciò? Quali sono le prossime mosse, o sbocchi, che si prospettano?
Nel rimettere enfaticamente il tema del presidenzialismo sul tappeto, il Premier ha rivendicato il diritto della maggioranza a governare. Fornendo, però, una fotografia dei rapporti di forza istituzionali che non corrisponde alla realtà. In misura molto più rilevante di quanto non si faccia trasparire nel dibattito a stampa, l’Italia si è da tempo uniformata a quel trend presidenzialista che ha investito tutte le democrazie occidentali.

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L’autunno della democrazia

L’autunno della democrazia

C’è poco da aggiungere alle cifre catastrofiche che hanno scandito l’inaugurazione dell’anno giudiziario in Italia. La frase di circostanza sarebbe che si commentano da sole. E il guaio è che andrà proprio così. Dopo un paio di giorni di reazioni, più sbalordite che indignate, questi numeri torneranno nel dimenticatoio. Il tracollo amministrativo dell’apparato giudiziario italiano, quello che miete ogni giorno centinaia di vittime innocenti, tornerà ad essere un problema privato di chi incappa nelle maglie della giustizia – stando alle statistiche – più inefficiente d’Europa. Nel dibattito pubblico tornerà ad avere spazio e risalto l’unica giustizia che oggi fa veramente notizia, la giustizia spettacolo. Quella che colpisce, direttamente e sommariamente, qualche politico in vista. O che riguarda lo scontro tra procure che ingaggiano i carabinieri per sequestrarsi a vicenda. O che ha come mattatore il personaggio che, da quindici anni, tiene in questo paese la questione giustizia sotto scacco, spaccando l’Italia in due metà: chi sta con Di Pietro, e chi contro.


E’ dall’ex(?) Pm che bisogna partire per capire se esiste una qualche chance di far fare passi avanti all’ennesimo progetto di riforma che, con buona volontà, il governo è tornato a mettere sul tavolo. E’ vero, come auspica Vittorio Grevi sul Corriere, che per ogni grande cambiamento è indispensabile che vi sia il concorso dei principali interessati: avvocati e magistrati, passando per le forche caudine dei loro organismi di governo. Ma è illusorio pensare che un nodo così aggrovigliato e incancrenito possano sbrogliarselo da soli coloro che sono, al tempo stesso, vittime e complici del disastro. Se è vero che in Italia gli avvocati sono oltre duecentomila, cinque volte più numerosi che in Francia, il paese a noi più vicino per ordinamento e costume giudiziario, quanta collaborazione è lecito aspettarsi da una professione cui una maggiore efficienza toglierebbe prebende e (non)lavoro? E se un ex-magistrato di indiscusso prestigio come Luciano Violante ha potuto, in una recente intervista, affermare che la magistratura ha acquisito, negli ultimi quindici anni, in Italia un potere spropositato sia rispetto alle altre istituzioni che nel confronto con gli altri paesi, che senso ha continuare a chiedere ai vertici di questo corpo speciale di autoridursi e autoregolamentarsi?

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Le tre sfide di Obama

Le tre sfide di Obama

Per quanto paradossale possa essere, la principale rivoluzione di Obama è già alle nostre spalle. Il primo nero alla Casa Bianca, la notizia del millennio, è già stata metabolizzata, consumata nell’entusiasmo dell’Inauguration Day. Le sue mani sulla Bibbia di Lincoln, un gesto dal potere simbolico immenso che però tutti già avevamo digerito, tra sussurri e grida, nei due anni di interminabile campagna, nella ridda di dubbi ed emozioni conclusasi tagliando il traguardo e entrando nello studio ovale. Ora comincia un’altra storia. Una storia in cui il colore della pelle interessa, e conterà, poco. Intendiamoci: il contributo che Obama ha dato alla causa del riscatto dei discriminati – di ogni razza e condizione – è stato enorme. Ma quella partita, con il suo eccezionale saldo positivo, si è chiusa. Oggi ci sono in campo altre tre sfide. Forse anche più difficili.
La prima sfida è quella che interessa più da vicino la gente comune, la più visibile ed immediata: tirare fuori l’economia mondiale dal cul de sac in cui si è cacciata.


I primi passi del neo-presidente vanno, comprensibilmente, nella direzione di aumentare gli aiuti e allargarne il raggio di impatto. Coinvolgendo, oltre a imprese e banche che sono state comprensibilmente le prime benificiarie, anche e direttamente le famiglie. In questo sforzo Barack si scontra innanzitutto con l’opposizione politica di gran parte dei repubblicani, decisi a sfruttare fino in fondo le paure dell’americano medio verso una crescita incontrollata del debito pubblico. Ma l’insidia maggiore consiste nella difficoltà di calcolare l’impatto che le misure adottate avranno realmente sull’economia. Molti dei finanziamenti iniziali stanno finendo nelle mani sbagliate, alimentando il sospetto che le stesse società e gli stessi manager responsabili del crack finanziario ora si stiano rimpinguando le tasche coi soldi dei contribuenti.
La principale differenza rispetto all’intervento governativo di Roosevelt sta proprio negli ingranaggi della spesa. Il New Deal rappresentò un nuovo modello – e meccanismo – di investimenti pubblici, tutti molto palpabili e misurabili. A cominciare dalle migliaia di cantieri aperti in ogni angolo del paese per assumere manodopera e rimettere in circolazione moneta.

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Il bipartismo impossibile

Il bipartismo impossibile

Malgrado l’ottimismo che continua a caraterizzarlo, Berlusconi si ritrova oggi a subire la regola più impietosa – e sacra – di ogni regime democratico: la forza di una maggioranza dipende da quella della sua opposizione. Nel momento in cui la minoranza si sgretola e smette di rappresentare una minaccia di alternativa, si riaprono i conflitti interni a chi detiene il potere. Conflitti spesso più pericolosi – e velenosi – di quelli che ti opporrebbero al tuo avversario naturale, come sempre succede quando si comincia a litigare in famiglia. Alle bordate che, a corrente alternata, Bossi e Fini scaricano sul proprio Premier si sta oggi aggiungendo la crisi del partito del predellino, il progetto unitario di una casa comune del centrodestra cui il Cavaliere vorrebbe affidare il testimone – e la gestione – della sua successione.
Questo progetto era stato varato in tutta fretta per rispondere all’iniziativa che, nel centrosinistra, sembrava dare rapidamente forma e forza al PD.


E, dopo un po’ di burrasche domestiche, il Cavaliere era riuscito a convincere Bossi e Fini che il futuro era, anche per loro, un grande partito che da destra si contrapponesse al partito di centrosinistra che Veltroni si apprestava a guidare. Ma adesso il rullino della storia si è rimesso a girare all’indietro. I leader del centrodestra vedono nei guai del PD lo specchio del proprio declino. E hanno messo il pedale sul freno, ritornando al punto di partenza: una bella idea da promuovere con ogni cautela e a tempo, possibilmente, indeterminato.In questo modo, però, la crisi del sistema politico italiano si ritrova senza vie d’uscita. Come ha ribadito giovedì Giuliano Urbani sul Corriere, col linguaggio del politologo di razza, «a dispetto dei grandi annunci, siamo ancora al punto di partenza: Berlusconi definisce il bipolarismo italiano». A quindici anni dall’esordio in politica del grande comunicatore, questa diagnosi fa rabbrividire. Mette lucidamente a nudo la perdurante incapacità della nostra classe politica, a destra come a sinistra, di elaborare una strategia di uscita da quello che – con la fine di questa legislatura – si annuncia come un altro ventennio italiano, il ventennio berlusconiano.

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Implosione

Implosione

Nella crisi ormai in picchiata del PD, e con i guai che Di Pietro deve sbrogliarsi in famiglia, la Lega si ritrova nel ruolo bifronte di partito di lotta e di governo. Sta ben salda nell’esecutivo, ricoprendo dicasteri chiave. Ma non rinuncia alle azioni di disturbo e, all’occorrenza, a vere e proprie bordate contro la propria stessa maggioranza. Un ruolo di opposizione cui Bossi è ben allenato. Sia per temperamento sia – ancora più importante – per radicamento. Il segreto del perdurante successo della Lega, da vent’anni sempre alla ribalta, sta, infatti, proprio nelle sue radici. Nel fatto di aver conservato ben saldo il rapporto con la periferia anche quando si è insediata nei palazzi romani, riuscendo a non creare fratture all’interno della sua classe politica. Esattamente il contrario di quello che sta avvenendo nel PD, portando all’implosione di quello che, solo due anni fa, appariva come l’esperimento più importante nel sistema politico italiano.
Non mi sono mai appassionato alla caccia alle responsabilità personali. Di fronte ai grandi disastri politici, la soluzione più semplice è cercare il capro espiatorio.


E certo, retrospettivamente, il carisma di Walter Veltroni è apparso più a proprio agio negli appelli buonisti in campagna elettorale che nella spinosa gestione dei mille conflitti che stanno dilaniando il partito. Né la formula delle primarie, che in tutto il mondo viene adoperata solo per selezionare i candidati a cariche istituzionali, poteva funzionare per sbrogliare grovigli interni alle nomenklature di ogni ordine e grado. Questi limiti, di cultura e di leadership, spiegano, però, solo in parte il fallimento di un progetto che avrebbe avuto ben diversa spinta propulsiva se non fosse stato avvelenato nella culla dal cambiamento della legge elettorale.
Come non mi stancherò mai di ripetere, il Porcellum ha segato le gambe che il centrosinistra aveva faticosissimamente costruito per fare camminare insieme il centro e la periferia del paese. Fino al quasi-golpe elettorale imbastito da Berlusconi, i collegi uninominali costringevano la leadership romana a selezionare i candidati sulla base di due requisiti:  il legame col territorio, in cui occorreva raccogliere i voti porta a porta, e la capacità di dialogare con gli elettori di ogni partito facente parte della coalizione.

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Buoni propositi

Buoni propositi

Capodanno, si sa, è fuoriero di buoni propositi. E, auspice il Capo dello Stato, il clima politico appare, almeno a parole, più disteso. Non mancano, del resto, i fattori che spingerebbero maggioranza e opposizione a sedersi finalmente intorno al tavolo per varare insieme alcune, indispensabili riforme.
Il primo fattore è la forza schiacciante del governo in carica, e il suo tallone d’Achille economico. Berlusconi mai come in questa legislatura gode di una maggioranza solidissima, resa ancora più salda dal tracollo dell’opposizione. E’ vero che Bossi continua a puntare i piedi aspettando che scocchi finalmente l’ora fatidica del federalismo. E Fini, comprensibilmente, non rinuncia a prendere le distanze dal Premier ogni volta che alza troppo la voce, ribadendo che, come Presidente della Camera, gli spetta un ruolo super-partes. Ma si tratta di schermaglie tattiche. Anche grazie all’esperienza accumulata in quasi quindici anni di convivenza, i tre leader del centrodestra marciano sostanzialmente uniti. E sanno bene che il solo punto debole è rappresentato dalla crisi durissima che ha colpito l’economia mondiale.


Questa crisi non avrà ricadute a breve termine sui rapporti di forza politici. L’elettorato italiano è troppo ideologicizzato e vischioso per cambiare rapidamente schieramento e, d’altro canto, i prossimi appuntamenti elettorali non sono di particolare rilievo: anche se andassero male amministrative ed europee (un evento che oggi appare improbabile), il governo resterebbe in sella. Ma la chiusura di molte fabbriche al nord e le prospettive sempre più buie per il Sud annunciano un quadro sociale gravido di tensioni. E’ probabile che, nei prossimi mesi, tornerà a farsi sentire la piazza, e con forme difficilmente prevedibili. Ora che la sinistra radicale è stata relegata fuori dalle aule rappresentative, i movimenti di protesta possono facilmente prendere una piega extraparlamentare. Col rischio di incidenti, e una spirale di violenza che metterebbe in seria difficoltà Palazzo Chigi.
Forza politica e debolezza sociale spingerebbero, dunque, Berlusconi a offrire all’opposizione un ramoscello d’ulivo. Ma Veltroni sarà in condizione di raccoglierlo?

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Una forza tranquilla

Una forza tranquilla

Il messaggio del Presidente Scalfaro è stato, a tutti gli effetti, un messaggio presidenzialista.
Se c’era bisogno di una prova che alcune delle riforme istituzionali più importanti, per fortuna, le abbiamo già fatte, questa prova è venuta dall’autorevolezza – e estrema concretezza – del rapporto che si è venuto instaurando tra il Paese e l’uomo che lo ha guidato dal Colle. A norma di costituzione, l’Italia resta una repubblica parlamentare e proprio Scalfaro, con un pizzico di malizioso understatement, ci ha tenuto l’altra sera a sottolinearlo. Nella realtà, però, il sistema dei poteri italiano si è andato sempre più marcatamente caratterizzando come un sistema para-presidenziale: un semipresidenzialismo di fatto, ottenuto senza sanzioni formali ma con continui ed efficacissimi innesti nel corpo vivo della politica.
La stagione parapresidenziale è stata inaugurata dal settennato di Pertini, che ha dato stura – nel bene e nel male – all’età della leadership carismatica; si è rafforzata con quello di Cossiga, che col suo piccone irriverente ha avviato la transizione alla Seconda Repubblica;


ed è culminata nell’assidua, instancabile regia con cui Scalfaro ha presidiato alla crisi più grave e drammatica della nostra democrazia. Come il Capo dello Stato ha ricordato con orgoglio, aveva trovato nel ‘92 un paese allo sbando, può oggi salutarlo come un paese di nuovo in pista, che ha riconquistato fiducia: quella, in primo luogo, degli italiani, ma anche quella, non meno importante, della comunità internazionale.
Proprio come in un regime para – o semi – presidenziale, Scalfaro ha toccato sia i temi che riguardano in senso stretto lo Stato, la comunità politica che rappresenta; sia quelli che incidono più direttamente nel vivo dell’azione di governo.
Sul primo fronte ha saputo evocare, con accenti mitterandiani, l’orgoglio della nazione richiamando la vitalità dei legami con l’immensa diaspora degli italiani emigrati all’estero. È un tema ricco di potenzialità enormi. Un Paese che siede a testa alta intorno al tavolo delle economie forti, può finalmente pensare a se stesso come nazione storica, al di là dei suoi confini ristretti.

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