Parlando di governo in Italia si finisce inevitabilemente per fare i conti con la «questione democristiana» e ad affrontare tutta una serie di luoghi comuni sul partito che è stato ininterrottamente presente in tutti i governi della Repubblica. Ma che cosa è stato veramente il governo democristiano: un governo nazionale, un blocco di potere o un’oligarchia ristretta, inamovibile e autoperpentuantesi? È possibile continuare a pensare in termini di «non governo» un’esperienza politica che ha improntato trent’anni di un regime democratico? Gli autori analizzano, sulla base di una serie di variabili empiriche, ministri e sottosegretari dell’Italia repubblicana, fornendo un identikit dei governanti che contraddice molte semplificazioni e stereotipi correnti. Di ciascuno dei 488 componenti – DC e non – l’elite governativa vengono studiate la provenienza territoriale, il bagaglio di preferenze elettorali, la successione delle cariche, l’accesso ai diversi dicasteri, le tappe del consolidamento nella superelite. Ministri e sottosegretari si presentano come un’elite politica con un preciso profilo istituzionale in termini di reclutamento, specializzazione, carriera. E, al tempo stesso, con delle salde radici rappresentative nell’elettorato: attraverso il meccanismo dell’equilibrio territoriale tra le diverse zone del paese e l’uso del potere elettorale come collegamento diretto tra esecutivo e governanti. L’intreccio tra l’autonomia decisionale dei «professionisti di governo» e le loro basi personali di massa ha portato a un sistema di governo molto più solido di quanto apparisse dalla sua facciata. Questa «stabile instabilità» oggi appare in crisi, e molti vedono in un declino democristiano la fine del modello di governabilità costruito in trent’anni da un ceto di partito. Più difficile è dire se c’è posto nel futuro per un nuovo compromesso tra governanti e partito di massa.

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